05/10/2007
102. Aparecida 2007. La V Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Maria Clara Lucchetti Bingemer (Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro)
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Il 31 maggio 2007 si chiudeva ad Aparecida, São Paulo (Brasile), la V Conferenza dell’episcopato latinoamericano. L’incontro, aperto il 13 maggio dal papa Benedetto XVI in persona, ha visto radunati rappresentanti di tutte le conferenze episcopali dell’America latina e dei Caraibi, insieme a collaboratori teologici e rappresentanti di vari segmenti e movimenti di chiesa: sacerdoti, religiosi di ambo i sessi, laici e laiche che rappresentavano movimenti ecclesiali, comunità e associazioni di fedeli.
Per quasi venti giorni i delegati riuniti nel piano interrato del maggiore santuario cattolico del Brasile hanno riflettuto, hanno celebrato e si sono impegnati a redigere un documento che imprimesse al cammino della chiesa nel continente linee e orientamenti per il prossimo decennio. La V Conferenza si inserisce nella lunga e ricca tradizione delle conferenze precedenti che hanno impresso alla chiesa dell’America latina una identità forte e riconoscibile in qualsiasi parte del mondo.
A partire dal 1955, con la I Conferenza, realizzata nella città di Rio de Janeiro (Brasile), passando in seguito per Medellín (Colombia), nel 1968; per Puebla (Messico), nel 1979; per Santo Domingo (Repubblica Dominicana), nel 1992, l’episcopato latinoamericano arrivava ad Aparecida consapevole della responsabilità del compito che si trovava ad affrontare. Si trattava di seguire il solco delle conferenze precedenti e, nel medesimo tempo, di fornire risposte o per lo meno delle piste per il momento attuale della chiesa nel continente, gravato da trasformazioni epocali profonde e significative.
In questo articolo cercheremo di presentare le linee generali del documento di Aparecida – frutto evidente e concreto della conferenza – concluso alla fine della stessa e, da ultimo, approvato definitivamente dal papa Benedetto XVI a Roma il 29 giugno. Faremo anche alcuni rilevi sul documento che, a nostro modo di vedere, sono importanti per la comprensione della visione di chiesa che ad esso presiede. Cercheremo, infine, di concludere guardando al tempo che inizia adesso, il dopo Aparecida: tempo di interpretare il documento, lavorarlo insieme alle comunità e rifletterci su con l’intelligenza della fede quale è la teologia.


1/ Un documento diverso

Crediamo che la prima considerazione che si impone sul documento conclusivo di Aparecida è che si tratta di un documento diverso. Diverso rispetto ai documenti delle conferenze precedenti: quanto allo stile, quanto al tono e anche quanto al contenuto. La differenza si spiega e giustifica per il momento di grandi e profonde trasformazioni che sta vivendo il continente e anche l’umanità tutta. Si spiega anche per delle trasformazioni nel volto della chiesa latinoamericana verificabili in questo momento storico.
L’identità del documento è nitida e chiaramente cattolica. Sono i pastori della chiesa cattolica che si rivolgono ai fedeli della loro chiesa. In questo senso, anche se ci sono buoni e vigorosi paragrafi sul dialogo interreligioso, sul pluralismo di fondo che contrassegna la nostra epoca, sull’ecumenismo ecc., i pastori non nascondono un atteggiamento prudente – e anche preoccupato – di raccomandazione ai cattolici quando entrano in simili ambiti.
Il documento è preoccupato e interessato a ravvivare la vita cristiana dei cattolici latinoamericani e a questo scopo elabora riflessioni e orientamenti. Si sente la preoccupazione di fondo dei vescovi per l’esodo di cattolici nel continente e per la notevole crescita delle chiese pentecostali. Va riconosciuto che il testo non esprime un aggressivo proselitismo, squalificando le altre chiese e incitando i cattolici a combatterle. Lungi da ciò. Tuttavia, la preoccupazione di rafforzare l’identità cattolica è un sintomo del fatto che tale preoccupazione è presente e latente nel cuore dei pastori che vedono con preoccupazione il loro gregge ridotto e in certa misura eroso.
Già il discorso iniziale del papa, ad Aparecida, vi faceva riferimento, quando dichiarava – in relazione all’esperienza ecclesiale nel continente – che è dato percepire un certo indebolimento della vita cristiana in seno alla società, e della propria appartenenza alla chiesa cattolica. Il documento segue il papa in questa preoccupazione e cerca di andargli incontro con un testo che dia slancio a un nuovo fervore spirituale e missionario nel continente chiamato “della speranza”, per il fatto di concentrare, fino ad oggi, la maggior sezione di cattolici del mondo intero. I vescovi deplorano il fatto che molti cattolici si sono allontanati dal vangelo, a causa di una vita che non corrisponde agli ideali dal vangelo proclamati, e riconoscono che la chiesa continua a usare metodi di evangelizzazione e catechesi che non parlano più al cuore delle nuove generazioni.
A parte questo, appare chiaro che i destinatari del documento corrispondono a un certo profilo di cattolici: un po’ istruiti, con identità cattolica ben esplicitata, e quasi sempre appartenenti a qualche movimento di chiesa. I nuovi movimenti ecclesiali, che negli ultimi tempi hanno conosciuto una significativa crescita, sono certamente i protagonisti del documento di Aparecida. Qui si nota una certa assenza di un altro tipo di cattolici, che sono aumentati di molto a partire dagli anni Settanta: i cattolici degli ambienti popolari che hanno approfondito la loro identità e la coscienza della loro missione in seno alle comunità ecclesiali di base (CEB).
A quelli, comunque, si rivolge il documento, esprimendo il desiderio e la speranza che diventino veri discepoli e missionari di Gesù Cristo nel loro continente. E per questo, elabora un itinerario di formazione diretto a tutti, ma che si ispira al recente avvenimento ecclesiale della nascita dei nuovi movimenti, comunità e associazioni che erano fioriti soprattutto nel precedente pontificato.
La cristologia che presiede al documento ed è trattata nel cap. 4, sottolinea, così, la comunione di vita che deve esserci tra Gesù Cristo e i suoi discepoli e inviati. Pur contenendo alcune pagine di estrema bellezza e di grande profondità, questa cristologia ha, tuttavia, una impostazione prevalentemente trascendentale e spirituale, basata fondamentalmente sulla parabola della vite (Gv 15) e sulla comunione misteriosa che si realizza tra Gesù Cristo e chiunque si incontra con lui e si fa suo discepolo.
Si tratta di una cristologia discendente, che prende avvio dal mistero trinitario e dall’invio del Figlio da parte del Padre e scende direttamente sulla chiamata al discepolato e sulla sequela di Gesù, per sfociare successivamente alla missione. Risulta assente dal testo, qui, tutta la parte della teologia del regno di Dio e della prassi del Gesù storico, contenuti tanto ricchi e così tipici della cristologia latino-americana. Il documento certamente tutto questo non lo nega, anzi propone alcune citazioni dei vangeli sinottici. Ma certamente non è questo, che spicca nella sua cristologia.
L’ecclesiologia che appare nel capitolo successivo a quello cristologico, il quinto, cerca di essere una ecclesiologia di comunione. Per questo, viene sottolineata la comunione che deve esserci nei e tra i diversi luoghi ecclesiali (diocesi, parrocchia, conferenza episcopale, comunità ecclesiali), e i diversi stati di vita (vescovi, presbiteri, diaconi, laici, consacrati).
In questa visione di chiesa, ci sono alcune cose che richiamano l’attenzione. Siamo lontani da una ecclesiologia del popolo di Dio che, nei documenti del concilio Vaticano II, convive con l’ecclesiologia di comunione. Questa ecclesiologia del popolo di Dio fu cruciale per la elaborazione della cristologia latinoamericana degli anni post-conciliari e appare ben chiara – anche se non è l’unica – nei documenti di Medellín e di Puebla. Dopo il regresso di Santo Domingo, l’ecclesiologia cresce di nuovo, ma in un’altra direzione, che percepisce la chiesa come comunione tra diversi carismi e stati di vita, nella linea di Rm 12.
Si tratta di una comunione nella quale la gerarchia dei segmenti ecclesiali è ben chiara e dove viene enfatizzata la funzione predominante dei pastori nella conduzione del processo ecclesiale. Una comunione in cui ci sono fusioni che sorprendono un po’. Per esempio, le CEB appaiono sotto lo stesso titolo e nella stessa sezione delle piccole comunità, le quali, per la loro descrizione, fanno pensare alle comunità provenienti dai nuovi movimenti ecclesiali e che sono piuttosto lontane dalle CEB, vuoi per la composizione dei loro membri, vuoi per l’obiettivo della stessa vita comunitaria.Allo stesso modo, la vita religiosa, che è stata una istanza di avanguardia profetica nella recente storia della vita ecclesiale in America latina e nei Carabi e che ha meritato un lungo ed elogiativo paragrafo del papa nel suo discorso inaugurale, quasi scompare nel testo del documento, essendo sussunta sotto il titolo che ingloba i consacrati di tutte le forme, siano essi membri di ordini e congregazioni religiose o di istituti secolari, associazioni di fedeli o movimenti ecclesiali.Tutto questo dice abbastanza sulla teologia del documento conclusivo di Aparecida. È una teologia che si allontana dalla teologia conciliare e soprattutto post-conciliare. Senza voler affermare che c’è un ritorno al pre-conciliare, si percepisce comunque un desiderio di equilibrare tendenze e neutralizzare correnti più audaci che, nel corso degli ultimi decenni, volevano dare alla chiesa latino-americana un volto e un pensiero propri, diversi da quelli prodotti dal continente europeo.Pur aperta al dialogo e pur riconoscendo la presenza di alcune delle grandi conquiste del cammino ecclesiale nell’America latina, la conferenza di Aparecida non fa certamente molti passi avanti rispetto a Medellín e Puebla. Tuttavia il suo documento finale contiene alcuni punti che ci permettono di affermare che ha costituito un significativo progresso rispetto alla Conferenza di Santo Domingo.


2/ Eloquenze e silenzi di un testo

Il testo conclusivo della Conferenza di Aparecida è scritto bene quanto a stile e contenuto. Testo chiaro, didattico, equilibrato nelle sue divisioni in capitoli e paragrafi. Ora facciamo dei rilievi su punti che a nostro parere sono importanti per il tempo che viviamo, quello successivo alla Conferenza.

I. La questione del metodo che struttura il documento è stata conflittuale e per niente tranquilla durante la conferenza di Aparecida. La tensione che ne è risultata ha impregnato tutto il testo e si lascia percepire anche nel documento finale che ora abbiamo tra le mani. A nostro parere sta proprio qui una delle cause principali per cui il documento, pur contenendo buoni paragrafi e recuperando importanti posizioni, non fa sentire nelle sue pagine il soffio profetico e liberatore che ha caratterizzato Medellín e Puebla.
Il metodo “vedere - giudicare - agire”, contrassegno della chiesa latinoamericana, che le garantisce la necessaria vicinanza alla realtà come punto di partenza che interroga e sfida la fede e la mette in movimento, era scomparso dal primo documento inviato alle Conferenze episcopali: il documento di partecipazione. Il documento di sintesi, che è servito come base per la Conferenza, lo recupera.In questo documento di sintesi, il “vedere” si trova già nello sguardo di Dio Padre, il che ha certamente diminuito la sua oggettività nell’analizzare la realtà. Nel documento conclusivo, questa ambiguità è diminuita. Si nota uno sforzo per salvare l’analisi della realtà che costituisce il vedere. Per giungere alla forma che questa analisi ha nel testo attuale, approvato dal papa, l’itinerario è stato tuttavia lento e faticoso. Esso ha comportato molte lotte combattute attraverso la penna e la parola durante le sessioni della Conferenza, e il risultato ci mostra un vedere ben diverso dalla oggettività di Medellín e Puebla.
Il n. 19 del testo afferma che «in continuità con le precedenti Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano, questo documento fa uso del metodo “vedere - giudicare - agire”». E, alla fine del paragrafo, afferma che l’adesione credente, gioiosa e fiduciosa a Dio Padre, Figlio e Spirito santo e l’inserzione ecclesiale sono presupposti per garantire l’efficacia di questo metodo.
Successivamente, ai nn. 20-32, l’analisi della realtà è preceduta da una riflessione spirituale nella quale abbondano le espressioni di lode, rendimento di grazie e gioia che hanno il chiaro obiettivo di dare un tono speciale e specifico all’analisi che seguirà. In verità, l’analisi della realtà, vale a dire il vedere, è già contrassegnata e diretta dallo sguardo credente sulla realtà.
Sta lì, ci sembra, il tratto diverso del metodo che, a nostro parere, lo allontana dalla identità tipica del “vedere - giudicare - agire” delle conferenze precedenti. Ciò che ha contrassegnato le analisi fatte dalla chiesa latinoamericana, nella sua pastorale e teologia, già da molti decenni prima di Aparecida, è lo sguardo oggettivo sulla realtà, senza l’intervento dello sguardo della fede.Per cui, vedere la realtà con il metodo che risulta consacrato nella vita della chiesa del continente, significa vedere in modo obiettivo, lasciando che la realtà parli da se stessa e che faccia risuonare le sue questioni brucianti e le sue sfide alle orecchie della chiesa. Solo in un secondo momento interviene lo sguardo della fede, illuminato dalla Parola della Scrittura e dalla Tradizione della chiesa. Questo momento sarebbe il giudicare.
Nel documento di Aparecida, così come lo abbiamo nella sua stesura finale, il vedere si trova già sovrapposto al giudicare. La cosa non gli toglie valore, ma lo pone comunque in un’altra chiave di lettura e in una interpretazione diversa dai documenti precedenti dell’episcopato latino-americano, in particolare quelli di Medellín e Puebla. Il fatto stesso dell’opzione per il metodo è un elemento positivo che testimonia uno sforzo di fedeltà ad una prospettiva e a un modo di comprensione e percezione della chiesa in America latina.
Il documento non ignora le sfide che stanno verificandosi nel mondo e anche nel nostro continente: al contrario ne prende coscienza. Constata le significative trasformazioni in corso che accompagnano lo stato cangiante universale, che esso chiama “svolta epocale”: 1) pluralismo religioso e perdita della egemonia da parte del cristianesimo storico; 2) necessità del dialogo ecumenico e macro-ecumenico in scala crescente; 3) diffusione e aumento vertiginoso della povertà e dell’ingiustizia presenti nel continente, che nel corso dei decenni non ha fatto altro che accrescerle e attualmente si trova in uno stato calamitoso (è quanto meno scandaloso che il continente della speranza, il maggiore continente cattolico del mondo, abbia un terzo dei suoi abitanti al di sotto della linea di povertà); 4) la cultura post-moderna con le nuove tecnologie (cellulari, internet ecc.) che hanno trasformato la concezione dell’essere umano nella sua corporeità e identità umane, fino alle relazioni umane e comunitarie; 5) un cambiamento nella ricezione delle norme ed orientamenti della chiesa, quale che sia la sintesi personale che moltissimi cattolici fanno quanto alla vita morale o allo stile di vita, sintesi che non sempre o quasi mai corrisponde a ciò che stabilisce la chiesa.Già il papa, nel suo discorso inaugurale aveva affermato che «solo chi riconosce Dio, conosce la realtà». Con ciò, il papa pare “battezzare”, con forte enfasi, la lettura della realtà, traendola dalla visione ecclesiale. Il documento conclusivo riprende alla lettera l’affermazione di Benedetto XVI, al n. 42, proprio nel cuore del “vedere”. Anche se il resto del documento contiene uno sforzo di analisi, non si può affermare che ci troviamo di fronte al consacrato metodo “vedere - giudicare - agire”, che dall’apogeo dell’Azione cattolica degli anni Sessanta del secolo scorso, ispira la vita pastorale della chiesa del continente.

II. Il documento segnala anche luci e ombre della vita ecclesiale in America latina, continuando la linea che ha come centro di preoccupazione la chiesa cattolica. Come luci indica l’eredità cattolica del continente, la fede cattolica del popolo latino-americano e tutti i vantaggi che nel corso di molti secoli si sono potuti trarre da questa eredità. Come ombre segnala una eccessiva secolarizzazione di buona parte di segmenti della chiesa, come per esempio la vita religiosa, e la necessità di superare questo stato di cose. Segnala anche l’esodo di cattolici verso i gruppi evangelici pentecostali e verso altre religioni, provocando notevoli perdite per la chiesa.
Oltre a tutto questo, c’è la diminuzione delle vocazioni sacerdotali, la contrazione del contingente di fedeli ecc. Il documento chiama i fedeli cattolici a superare queste ombre e a tale scopo punta soprattutto su forze, quali la famiglia, primo agente di evangelizzazione (anche se è una famiglia che a nostro avviso non corrisponde più alla realtà pluriforme delle famiglie cattoliche latino-americane), la parrocchia, la diocesi e i movimenti.
Le soluzioni che il documento presenta per il superamento delle ombre che persistono nella vita cristiana del continente sono, a nostro modo di vedere, ancora timide e poco audaci. Citiamo come esempio il problema che molte comunità cattoliche non hanno la possibilità di partecipare all’Eucaristia la domenica perché non c’è clero nel luogo dove abitano. Restano quindi prive di quello che è il mistero centrale del cattolicesimo. La CNBB (Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile), nelle osservazioni che inviò al documento di partecipazione, affronta coraggiosamente questo problema e propone soluzioni audaci e interessanti. Afferma, per esempio, che se è vero che «la chiesa fa l’eucaristia e l’eucaristia fa la chiesa», il fatto che l’80% dei cattolici brasiliani siano impediti di celebrare l’eucaristia la domenica significa che essi sono privati di un’importante dimensione della loro ecclesialità. Suggerisce allora che si riveda la questione della ministerialità laicale e della possibilità di ripresa da parte di sacerdoti sposati.
Il documento raccoglie il problema, ma non la soluzione. Al n. 100, lettera e), afferma che «il numero insufficiente di sacerdoti e la loro non equa distribuzione rendono impossibile a molte comunità di poter partecipare alla celebrazione dell’eucaristia. Ricordando che l’eucaristia fa la chiesa, ci preoccupa la situazione di migliaia di queste comunità, private dell’eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo».
Più avanti il n. 253, che parla dei presbiteri, suggerirà che quanti non hanno la possibilità di celebrare l’eucaristia la domenica cerchino di partecipare devotamente a celebrazioni della Parola e preghino per le vocazioni sacerdotali. Tutto questo mostra, pertanto, che la via per superare questo tipo di problemi è ancora quella tradizionale e che la chiesa non cerca di introdurre alcuna novità significativa nella soluzione della questione.

III. Il rinnovamento che i vescovi sollecitano e che si trova esplicitato nel documento, suppone una chiesa nella quale la gerarchia disimpegni bene la propria funzione di guida del processo. Nel documento non è tanto percepibile la flessibilità che il concilio portò con il concetto di chiesa popolo di Dio. Pare che per il documento, la guida prima di questa chiesa rinnovata nel continente sono i vescovi e il clero.
Comunque, il documento nomina abbastanza l’esistenza di laici responsabili e ben formati, come elementi indispensabili perché l’evangelizzazione arrivi là dove solo i laici arrivano, vale a dire nell’ordine temporale. In certa misura, e in una certa maniera, riprende quindi il concilio. A noi pare, tuttavia, che la teologia post-conciliare relativa alla identità e missione del laicato non venga presa in considerazione nel documento, visto che si insiste più e più volte sul fatto che i laici devono lavorare nel mondo, nelle strutture temporali ecc. Il lavoro dei laici entro la struttura della chiesa viene appena riconosciuto, e quando il documento lo fa, sottolinea che deve avvenire sotto la direzione dei pastori. Questo significa che il paradigma che regge l’ecclesiologia del documento è quello basato sulla contrapposizione clero/laicato e non quello che viene espresso nelle teologie post-conciliari di Bruno Forte e di altri, di una feconda interazione comunità-ministeri.A nostro parere, non viene aperta alcuna nuova via per il laicato che viene chiamato ad assumersi la parte più significativa della evangelizzazione e missione continentale. Al contrario, alcune vie che già si trovavano aperte, si percepiscono se non proprio chiuse, per lo meno messe in secondo piano. Si tratta, pertanto, di una chiesa ancora molto centrata sulla gerarchia e sul clero, quella che il documento delinea e con la quale pretende di rinnovare l’identità e la missione cattolica del continente.
Solo si noti la positiva inclusione – rara, per non dire inesistente in documenti ufficiali dell’episcopato latinoamericano – del riconoscimento dell’importanza e legittimità dei consigli di laici a tutti i livelli: parrocchiale, diocesano ecc. Ed anche l’affermazione che la costruzione della cittadinanza e la costruzione della ecclesialità sono, per i fedeli laici, un solo e unico movimento.

IV. Per un altro lato, ci sono conquiste importanti che appaiono conservate e sottolineate. L’opzione per i poveri è viva e presente nel documento, e anche enfatizzata. L’immagine dei volti sofferenti, tanto eloquente nel documento di Puebla, riappare qui con ricchezza di particolari e nuove gradazioni: drogati, tossicodipendenti, ammalati di AIDS, migranti ecc..
Il riconoscimento della violenza come problema maggiore al quale bisogna rispondere con coraggio e chiarezza attiva è un punto altamente positivo. Il documento contiene innumerevoli paragrafi nei quale questo flagello maggiore viene menzionato, anche nelle sue forme nuove e sofisticatamente crudeli: narcotraffico, crimine organizzato, guerriglia ecc.
La questione della giustizia – presa sempre a partire dal suo contrario, l’ingiustizia – è comunque presa in considerazione nel testo del documento, anche se è lungi dall’essere il suo asse centrale, come accadde a Medellín e fu ratificato a Puebla.
E così, il documento porta al suo interno anche una significativa assenza: quella della teologia elaborata nel continente, che ha ottenuto cittadinanza in tutto il mondo, identificando la chiesa latino-americana come un luogo in cui si pensa la fede inseparabilmente dalla lotta per la giustizia. Sono pochi i paragrafi che trattano dell’intelligenza della fede, la teologia. Soltanto in numero di cinque. E sempre situati nel contesto della formazione dei presbiteri o dei laici, o nella questione del dialogo con le altre scienze.
La presenza di esperti teologi, ufficialmente invitati dalle conferenze episcopali o riuniti in gruppo non ufficiale in stretto dialogo con alcuni vescovi, mostra tuttavia, che la teologia latino-americana continua ad essere ben viva. E dimostra anche che i suoi protagonisti oggi hanno un po’ cambiato volto. Non sono soltanto presbiteri diocesani o religiosi o vescovi. Ci sono innumerevoli laici, uomini e donne, che mediante la loro riflessione sulla fede e la Parola di Dio aiutano la comunità ecclesiale ad andare avanti.
Oltre agli esperti ufficialmente invitati da diverse conferenze episcopali, riunioni non ufficiali in Aparecida e il seminario organizzato dal Consiglio nazionale dei laici del Brasile nella città vicina di Pindamonhangaba, testimoniano questa trasformazione significativa nel volto della teologia oggi elaborata nel continente, la quale trova vie più alternative per far udire la sua riflessione e il suo discorso.


3/ Conclusione: alla ricerca dell’ermeneutica

Come dice Paul Ricoeur, un testo non è mai una grandezza chiusa, ma aperta a nuove letture e successive interpretazioni e riletture. Quanti lo leggono, in certo qual modo, lungi dallo svolgere una funzione passiva e meramente ricettiva, lo riscrivono con la loro ermeneutica. Così crediamo che accadrà con il documento di Aparecida. Adesso inizia il momento in cui esso va interpretato insieme alle comunità e in comunione con esse. Si tratta di proporre la sua lettura, trovare chiavi per la sua interpretazione, accompagnare la sua assimilazione.
Per questo, il lavoro post-conferenza sarà fondamentale. Sarà così possibile, a partire dai molti buoni passi che il documento contiene, portare la vita quotidiana della chiesa e del popolo di Dio nella direzione della formazione di un discepolato missionario, tale da rinnovare il volto della comunità di fede del continente. La ricerca costante del volto di Dio nell’oggi dell’umanità e nell’oggi del continente, è il tema centrale del documento di Aparecida. La fede in questo Dio di amore è e sarà l’unica via per una chiesa fatta di discepoli missionari oggi.
La fede in Dio amore, cuore del vangelo, è un punto importantissimo da diffondere nella cultura dei nostri popoli. Il cristianesimo, al centro della sua proposta ha l’amore, per cui deve proporre e annunciare chiaramente che Dio è amore, onde essere fedele al messaggio di cui è portatore. Tuttavia, l’amore che il vangelo di Gesù Cristo propone è un amore profondamente “infetto” di giustizia, di passione per la verità, di rifiuto delle ingiustizie di ogni genere. L’amore che emana dal documento ha buone espressioni in questo senso, ma non sta qui la linea centrale del suo contenuto.Un Dio che è amore ode le grida del suo popolo e si rivela come amore non soltanto idillicamente come balsamo per placare cuori inquieti. Si rivela, invece, come perdono di fronte alla violenza, come giustizia di fronte alla povertà e all’oppressione, come apertura di fronte al diverso e all’altro, come disponibilità ad assumere i conflitti con l’obiettivo di stabilire la pace. Sarà assolutamente importante, dopo Aparecida, lavorare nelle comunità cristiane cattoliche alla fede in Dio amore includendo in questa fede e in questo amore tutti i drammi provocati dal disamore nel quotidiano della vita delle persone e delle comunità. Soltanto in questo modo, Aparecida potrà contribuire a presentare intatto il vangelo come buona notizia, senza concessioni né riduzionismi.La teologia, fede che cerca la propria intelligenza, sarà elemento fondamentale in questo lavoro ermeneutico che dovrà essere compiuto prossimamente nella chiesa che si trova a sud del Rio Grande e nelle isole dei Caraibi. È da aspettarsi che l’esigenza e l’importanza di questo lavoro trovi i teologi attenti e disponibili per il servizio che da essi e da esse ci si aspetta.

6 agosto 2007


P.S.: La polemica che è seguita sul documento della Conferenza di Aparecida non modifica – a giudizio dell’Autrice – la valutazione storico-teologica qui presentata (R.G.).


© 2007 by Teologi@Internet
© 2007 by Concilium. Rivista internazionale di teologia 4/2007
traduzione dal portoghese-brasiliano di Pietro Crespi
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)
Teologi@Internet: giornale telematico diretto da Rosino Gibellini