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(09/01/2007) 5. PIÙ FILOSOFIA O PIÙ RELIGIONE PER LA FORMAZIONE DEL CITTADINO EUROPEO? di Alberto Pisci da ReS n. 2/2003, pp. 83-90
L'articolo dà conto di un dibattito svoltosi alcuni anni fa in Belgio sulla proposta di inserire l’insegnamento di filosofia e di storia comparata delle religioni. I temi affrontati toccano nodi attuali ed estensibili a qualunque altro contesto europeo.
Circa tre anni fa, la Commissione Educazione del parlamento della Comunità francofona ha ascoltato il Ministro/presidente Hervé Hasquin(1), sulla sua proposta di inserire un cours de philosophie e di studio comparato delle religioni, in sostituzione dei cours philosophiques (cioè i corsi di religione e di morale) nei due ultimi anni delle scuole secondarie pubbliche (réseau officiel)(2). Tale proposta ha introdotto un acceso dibattito nella parte francofona del Paese.
Il dibattito si è svolto anche in parlamento, il 19 dicembre 2000, sulla base di un Rapporto presentato dalla parlamentare Bernardette Wynants, dal titolo Introduction de davantage de philosophie dans l’enseignement, que ce soit à court ou à long terme. Si tratta di un’approfondita analisi destinata, da quel momento, ad introdurre la discussione nella Comunità francofona. Tale Rapporto induce però ad una prima considerazione relativa al titolo stesso: si deduce, infatti, che la filosofia non è completamente assente dall'insegnamento e che appare necessaria una valorizzazione della sua presenza nell'attuale contesto scolastico. Inoltre, e questo pare fondamentale, il Rapporto sembra incentrarsi sulla filosofia in sé più che sui cosiddetti cours philosophiques. Il problema che si vuole affrontare sembra quello di aumentare il peso della filosofia nell'insegnamento, senza metterla a priori in concorrenza con i corsi di religione e di morale. Si tratta di due aree distinte, pur essendo parti integranti di quell'educazione alla cittadinanza cui fa riferimento il Decreto del 1997, approvato dalla Comunità francofona, sulla definizione degli obiettivi prioritari della Scuola Primaria e Secondaria(3). Educazione filosofica, educazione religiosa, educazione alla morale laica, educazione ai diritti dell'uomo, educazione alla cittadinanza, educazione interculturale...: sono questi i temi attorno ai quali si sviluppa il dibattito attuale, e non solo in Belgio.
Senza addentrarsi nel discorso epistemologico che descrive il carattere proprio di ciascuna materia, si possono formulare alcuni rilievi di ordine generale:
a) non sembra oggi possibile prescindere, in qualsiasi contesto formativo europeo, dal significato e dal valore sociale e culturale che ciascuna di queste aree educative rappresenta(4);
b) di fatto, nel Belgio (non solo in quello francofono) lo spazio privi1egiato per affrontare queste tematiche è dato dai soli cours philosophiques;
c) questi rappresentano l'esito scolastico di quella che è stata definita la politica belga della pilarisation e della démocratie de pacification(5).
Sostanzialmente critico sulla reale capacità che avrebbero tali cours di rispondere alle sfide sociali e culturali del mondo contemporaneo, il ministro-presidente Hasquin ne ha proposto la rimozione negli ultimi due anni delle scuole superiori, a vantaggio dell'introduzione di un corso di filosofia e di studio comparato delle religioni.
Il dibattito sull'inserimento di un corso di filosofia così inteso nella scuola non è nuovo nel Belgio francofono. Una data di riferimento può essere individuata nel 1992, quando una Commission Philosophie presieduta dal prof. Jacques Sojcher(6) per incarico dell'allora ministro dell'educazione Yvan Ylieff cominciò a lavorare (per un paio d'anni) allo studio della possibilità... d'introduire un cours de philosophie dans les classes supérieures de l'enseignement secondaire et formuler des propositions concrètes à ce sujet. Tale progetto non doveva, secondo il ministro, interferire con lo statuto giuridico ed epistemologico dei cours philosophiques. In un'intervista al mensile Réflexions(7), J. Sojcher ha sostenuto che la soluzione da lui preferita sarebbe stata quella che prevedeva, dopo le opportune correzioni legislative, la soppressione dei cours philosophiques nel quinto e sesto anno delle Secondarie; queste si sarebbero quindi concluse con un corso di filosofia comune a tutti gli allievi. In ogni caso, l'obiettivo sarebbe stato quello di fornire l'allievo, al termine delle Secondarie, di una ventina di concetti filosofici, estetici, logici, politici e di avviarlo alla capacità argomentativa e all'orientamento epistemologico. Nel corso della stessa intervista, egli rivelava che i maggiori ostacoli provenivano dal mondo laico e, in particolare, da alcuni insegnanti di morale che temevano di vedere ridimensionate le loro figure professionali. Il ministro dell' educazione successivo, Elio Di Rupo, pur apprezzando il progetto di quella commissione, lo definì irrealizzabile per ragioni di scansione oraria, nella prospettiva di una diminuzione del carico orario degli studenti. I successivi ministri dell'educazione, Philippe Mahoux e Laurette Onkelinx, non diedero ulteriore impulso al progetto d'inserimento di un corso di filosofia nella scuola(8).
La proposta formulata domenica 4 giugno 2000, durante una trasmissione televisiva, dal ministro Hasquin non poteva non aprire un acceso dibattito, non solo per le implicazioni pedagogiche ed educative che ne conseguono, ma anche per quelle politiche, essendo i cours philosophiques l'esito di un faticoso e lacerante compromesso ideologico tra forze laiche e cattoliche, conclusosi alla fine degli anni '50, con la formulazione del Pacte scolaire, cioè della legge 29 maggio 1959. Il dibattito nella Comunità francofona si è incentrato sul nodo che pone in relazione, pedagogica e normativa, la filosofia con i corsi di religione e di morale laica. L'ipotesi di sostituzione dei cours philosophiques, sostenuta da Hasquin non poteva che condurre le singole Chiese a difendere il loro carattere specifico e quello spazio autoreferenziale che, nel sistema scolastico, è tradizionalmente riservato loro; ovviamente, tale contesto ha condotto anche alla formazione di alleanze inedite, non solo per il contesto belga: alleanze tra culture (religiose e non) differenti tra loro e tuttavia unite dal medesimo interesse di sopravvivenza all'interno del sistema scolastico. In pochi mesi, le varie confessioni religiose e il Centre d'Action Laique hanno raccolto decine di migliaia di firme in difesa dei cours philosophiques decretando di fatto la fine del progetto Hasquin. Questo non ha ovviamente svuotato di significato la proposta del Ministro-presidente lasciando aperto il sipario su questi corsi, la discussione sulla loro qualità, i loro contenuti e la loro rispondenza alle esigenze formative locali e comunitarie.
La proposta trae fondamento dalla presunta inadeguatezza dei cours philosophiques di fronte alle trasformazioni culturali in atto. Il sistema attuale appare al Ministro-presidente chiuso e incapace di far fronte all'esigenza contemporanea di pluralismo. Per realizzare il suo progetto di inserimento di filosofia e di storia comparata delle religioni, egli ritiene che si debbano preliminarmente risolvere alcuni problemi, quali la revisione dell'articolo 24 della costituzione, che regola la presenza dei cours philosophiques nella scuola pubblica, la tutela del posto di lavoro per chi attualmente insegna in questi corsi, la formazione degli insegnanti, il coinvolgimento della Comunità fiamminga dopo il dibattito in commissione al parlamento della Comunità francofona.
Numerose personalità del mondo scolastico, politico e religioso sono intervenute nel dibattito, spontaneamente o sollecitate dalla stampa: un dibattito sviluppatosi nel "cuore dell'Europa" ma che potrebbe configurarsi come una positiva provocazione per altri Paesi dell'UE, estendendosi ben oltre i confini dello stato belga. In nessun altro paese dell'UE, infatti, i corsi in questione appaiono più saldamente tutelati (dalla costituzione) e pluralisticamente estesi come in Belgio. Anzi, tale dibattito si profila paradigmatico di un confronto ben più diffuso tra i Paesi dell'Unione nei quali sono condivisi i problemi tipici delle società multiculturali. Pur senza soffermarsi in una riflessione epistemologica sull'identità propria dell'insegnamento religioso scolastico, appare scontata la necessità di andare a "frugare" nei contenuti dei programmi ufficiali elaborati dalle comunità confessionali (e quindi noti alle autorità pubbliche), alla ricerca delle risposte da offrire alle istanze della politica educativa europea così come alle questioni emerse all'interno del dibattito belga (ma estendibili a qualunque contesto europeo), essenzialmente in ordine ai seguenti aspetti:
1) la capacità di rispondere alle domande di senso avanzate dai giovani e indicate come prioritarie dai principali documenti di politica scolastica locale ed europea;
2) la capacità di offrire un quadro di riferimento culturale in cui ciascuno possa riconoscere la propria identità;
3) la possibilità di coniugare insieme la verità plurima e pluralista, reperibile nei contesti educativi nazionali ed europei, con la Verità rivelata che caratterizza la comunità confessionale;
4) la capacità di trasmettere i valori propri e comuni della cittadinanza europea.
Appare evidente la potenzialità insita in ogni corso ad assolvere i primi due punti in questione: è indispensabile tenere presente che ciascuno dei cours philosophiques rappresenta un "pensiero forte" in relazione ai propri dati fondativi. Questo comporta un riconoscimento dei valori, dei modi di vita, delle rappresentazioni simboliche alle quali fa riferimento ogni membro di qualsiasi comunità filosofica o confessionale; non appare capace di dialogo interculturale colui che non avesse acquisito consapevolezza della propria identità culturale. È di questo convincimento che sono portatori tutti i programmi confessionali attivati nelle scuole 'pubbliche' del Belgio francofono: il confronto multiculturale e il dialogo interreligioso possono essere efficacemente operati solo da chi possiede radicate motivazioni e comprende la complessità e la profondità del fenomeno religioso, proprio ed altrui.
Per quanto riguarda gli altri due punti, nei diversi programmi dei cours attivati, si riscontra l'attenzione alle istanze educative riconducibili ai valori della cittadinanza europea. Pur nella diversità degli accenti, è evidente l'attenzione verso il multiculturalismo e l'educazione interculturale e, anche quando queste espressioni non compaiono nei testi, sono tuttavia presenti nella forma della solidarietà e della condivisione. Queste prospettive, pur nella diversità dei documenti, sono inserite costantemente nei programmi sia sotto il profilo dei contenuti sia sotto quello degli obiettivi. I vari programmi sottolineano la necessità di coltivare gli aspetti universali della religiosità e di conoscere le risposte che le grandi religioni danno alle domande fondamentali dell'uomo. Inoltre, è presente in tutti l'invito ad evitare ogni forma di discriminazione e a rispettare le persone che vivono scelte religiose differenti dalla propria o che non aderiscono a nessun credo religioso.
Per quanto riguarda più strettamente l'educazione alla cittadinanza democratica e i diritti dell'uomo, si trovano ampi riferimenti nei programmi di religione islamica, ebraica, protestante, cattolica e nei programmi di morale, in particolare, questi ultimi due. Inoltre il programma di morale non confessionale dichiara di ispirarsi anche al documento del Consiglio d'Europa sull' éducation à la citoyenneté démocratique.
Per quanto riguarda invece il confronto con la filosofia e le grandi correnti del pensiero occidentale, si sono trovati ampi riferimenti solo all'interno dei programmi di religione protestante e di morale non confessionale e, in misura minore, di religione cattolica. Tale carenza legittima la preoccupazione espressa da H. Hasquin. In ogni caso la disciplina filosofica reclama spazi di autonomia e indipendenza che la garantiscano dalla condizione di ancilla theologiae.
La strategia d'inserimento della disciplina filosofica, secondo lo schema di H. Hasquin (attraverso cioè la soppressione e la sostituzione dei cours philosophiques negli ultimi due anni delle superiori) nell'attuale contesto comporterebbe, se non il disimpegno, certamente la soppressione di quelle parti dei singoli programmi che vedono le Comunità confessionali e laiche maggiormente impegnate proprio nella direzione del dialogo interculturale e dell'educazione alla cittadinanza democratica. Basta considerare, infatti, per ciascuno dei cours philosophiques, quali sono gli argomenti di questo ambito che verrebbero sacrificati negli ultimi due anni(9):
- Religione protestante: iniziazione alla storia delle religioni, i Nuovi Movimenti Religiosi, Giudaismo, Islam, Buddismo, Induismo, Religioni africane, le grandi correnti della filosofia occidentale.
- Religione ebraica: educazione civica, l'ebreo e gli organismi internazionali.
- Morale non confessionale: cittadinanza democratica, filosofia politica, diritti e doveri dell'uomo, politica e religione, verità e senso dell'esistenza.
- Religione islamica: solidarietà e diritti dell'uomo, razzismo, educazione alla cittadinanza, presenza musulmana in Europa.
La sostituzione di questi corsi con quelli di filosofia negli ultimi due anni delle secondarie non poteva che destare il sospetto dell' ubi maior, proprio quando i contenuti dei corsi di religione e di morale esprimono il loro impegno maggiore in chiave interculturale ed offrono il contributo migliore per l'edificazione dello spirito di cittadinanza europeo: l'esigenza di coniugare insieme la libertà individuale, la solidarietà nella cittadinanza, la verità ultima del senso della vita e l'identità culturale comporta delle pressioni, di fronte alle quali la religione a scuola riesce ad imporsi solo se unanimemente riconosciuta come fonte di cultura. In questa direzione devono essere rivisti i contenuti di tutte le discipline e, in particolare, della religione, partendo dalla qualificazione dei docenti che, in alcuni casi, come quelli italiano e belga, rischiano di rimanere gli unici (almeno in buona parte) privi di una laurea riconosciuta dallo stato, che insegnano una materia priva di reale incidenza sugli esiti finali. Appare indispensabile in questo senso la collaborazione delle chiese con le università statali, all'interno delle quali restituire cittadinanza alle religioni o valorizzarle laddove fossero già presenti, rendendo compatibile il nuovo con quanto già esiste per poi affidare - come sostiene G.B. Varnier - la formazione dei docenti all'Università e riservare alla confessione religiosa l'idoneità all'insegnamento. Si tratta di rovesciare la situazione esistente senza giungere a ritorni al passato(10).
Il sistema attuale dell'educazione religiosa, in gran parte dei Paesi europei, appare intrinsecamente debole se, dallo stesso Consiglio d'Europa, provengono delle indicazioni innovative, orientate ad iscrivere un corso d'istruzione religiosa non confessionale nei programmi scolastici. Il rischio è che tali indicazioni non vengano prese sul serio, che siano considerate irrealizzabili e che ci si arrenda di fronte ai concordati o ai piliers ideologici. Forse, con una piattaforma maggiormente improntata alla collaborazione con le Chiese, la stessa proposta del Ministro-presidente H. Hasquin avrebbe incontrato minori difficoltà e, con essa, il proposito dell'introduzione della filosofia nella scuola pubblica del Belgio. Nella prospettiva dell'interazione tra comunità ecclesiali e università, la proposta formulata da G.B. Varnier si caratterizza come molto interessante, almeno in una prima fase, in quanto ipotizza un corso di Laurea in Scienze Religiose con una prospettiva professionale destinata agli insegnanti di religione, i quali poi necessiterebbero di un successivo gradimento confessionale. Basata su di un'opzione culturale, questa proposta si rivolgerebbe ad un'utenza più ampia, al fine di rispondere all'esigenza di una conoscenza specifica e non generica del fatto religioso. La proposta di Varnier, formulata per il contesto italiano, risulta appetibile in molti altri Paesi europei, compreso il Belgio, dove, in presenza già da tempo di corsi e istituti universitari per lo studio delle religioni, si potrebbe favorire un più morbido superamento della logica pilarizzatrice, fondata sulla contrapposizione Stato e Confessioni religiose. In rapporto al Belgio, la situazione in Italia è comunque più grave, non solo perché la presenza della religione nella scuola pubblica è di fatto limitata alla sola Chiesa cattolica (benché non per sua sola volontà), ma anche per il fatto che non esiste alcuno spazio universitario statale per lo studio scientifico della religione, con qualche lodevole eccezione quali, ad esempio, l'Istituto di scienze religiose della Libera Università degli studi di Urbino, l'Istituto Erick Peterson dell'Università di Torino, il Dipartimento di Studi storico-religiosi dell'Università degli studi di Roma “La Sapienza”: solo per citarne alcuni.
Trovare la soluzione a questi problemi non vuol dire mettere in pericolo la laicità dello Stato, perché laica è quella scuola che fa accedere in sé tutte le forme di pluralismo sociale: lo Stato laico non impone ai propri cittadini una religione, ma non può essere assente di fronte ad una domanda dei consociati che richiedono democraticamente l'insegnamento della religione come forma specifica di cultura. Proprio il caso della Francia, in cui da diversi anni si stanno formulando e applicando modalità d'introduzione nella scuola pubblica della cultura religiosa che, in precedenza, era sempre rimasta esclusa, dimostra che il concetto di laicità è praticabile se capace di flessibilità culturale e di contestualizzazione. Nella prospettiva della costruzione dell'Unione Europea, i mutamenti in atto dovranno essere attentamente considerati nell'ambito della scuola, che dovrà porsi come spazio reale d'incontro e di crescita per tutti nel rispetto delle diversità e all'interno di una medesima cornice educativa.
NOTE
(1) Non è certo irrilevante ricordare che Hervé Hasquin, Ministro-presidente del governo della Comunità Wallonie - Bruxelles (Communauté française de Belgique), con delega per le Relazioni internazionali, è stato rettore dell'ULB (Université Libre de Belgique) tra il 1982 e il 1986 e, dal 1987, è presidente dell'Institut d'Etude des Religions et de la laicité.
(2) La proposta è stata pubblicamente formulata da Hasquin domenica 4 giugno 2000, nel corso della trasmissione televisiva Controverse (RTL-TVI). I punti chiave della proposta si possono reperire nel sito internet: www.hasquin.org: je pense - egli afferma - à toutes les religions, y compris les religions de l'antiquité ou les religions asiatiques, et pas seulement les six cultes reconnus par la Constitution.
(3) Décret 24/7/1997, Comm. Franç. (M.B. 23/9/97), Décret définissant les missions prioritaires de l' enseignement fondamental et de l'enseignement secondaire et organisant les structures propres à les atteindre.
(4) Questa è la direzione nella quale si muovono le riforme strutturali e di programma dei singoli paesi dell'Unione e i numerosi orientamenti di politica educativa europea usciti in questi anni e di dominio pubblico; basti citare, a titolo d'esempio, il Rapporto all'Unesco della Commissione internazionale sull'educazione per il XXI secolo (Rapporto J Delors del 1996, ed. it., Nell'educazione un tesoro, Unisco/Armando, Roma 1997).
(5) J. TYSSENS, L'organisation de la laicité en Belgique, in: Problèmes d'histoire des religions, n. 5/1994, Université de Bruxelles, p. 55.
(6) Professore di filosofia ed estetica all'U.L.B.
(7) J. SOJCHER, Réflexions, in La Revue de l'lnstitut Emile Vandervelde, n. 37, settembre 1999, p. 20. Les élèves - egli dice - ayant été assez ‘catéchisés', ont trouvé un moment où toutes les familles pouvaient se réunir. Tale proposta, come si vede, assomiglia molto a quella di Hasquin.
(8) Solo la seconda ha voluto mantenere una Commissione Filosofia che ha elaborato un programma con nozioni filosofiche all'interno del corso di morale del 5° e 6° anno alle secondarie.
(9) Con l'eccezione della religione cattolica, i cui programmi per le secondarie non sono stati ancora pubblicati e della religione ortodossa che, nelle secondarie, non li ha ancora attivati.
(10) G. B. VARNIER, L'insegnamento delle scienze religiose in Italia, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, n.1, 2001, Il Mulino, Bologna, p. 153.
(c) 2007 by Editrice Queriniana, Brescia Rubrica a cura di Gianni Francesconi Editrice Queriniana, Brescia (UE) |
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