01/09/2023
542. A CHE PUBBLICO PARLA LA TEOLOGIA PUBBLICA? di Nichole M. Flores
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«Dall’inizio del XX secolo uno dei grandi temi della riflessione teologica è stato la necessaria dimensione sociale della fede e la sua articolazione con il dogma cristiano. Le diverse confessioni cristiane hanno dimostrato una grande ansia di sviluppare i principi della fede cristiana perché potessero rispondere alle realtà sociali e politiche di ogni tempo». Così esordisce il gesuita spagnolo Gonzalo Villagrán nel suo Teologia pubblica. Una voce per la Chiesa nelle società plurali. Anziché un discorso rivolto ad intra, quello della cosiddetta teologia pubblica è (o vorrebbe essere) un modo di fare teologia che raggiunge tre obiettivi contemporaneamente: «trattare temi sociali; utilizzare un linguaggio di taglio per quanto possibile teologico; essere significativo non solo per la Chiesa, ma per la società nel suo insieme». Ambirebbe cioè a parlare a un pubblico ampio. Ma è davvero così?, si chiede Nichole M. Flores nel pezzo che segue. Cioè: una teologia di livello accademico non corre forse il rischio di essere comunque confinata a un contesto universitario d’élite? Non assume forse precomprensioni e non si rivolge a preoccupazioni che risultano poco rilevanti per la società reale, nella sua globalità?

 


Oggigiorno come in passato, si ritiene che la “teologia pubblica” abbia una portata limitata in rapporto a chi la pratica e a dove essa si concretizza. L’immagine comunemente diffusa del teologo cattolico rimane quella di un accademico preparato, bianco, maschio e ordinato, che scrive saggi teologici da una posizione di prestigio istituzionale. Negli Stati Uniti il potere delle università nel plasmare le strutture teologiche professionali contribuisce a una produzione di ricerche teologiche che non vede il coinvolgimento né della chiesa né del mondo, al di là delle mura accademiche.

I teologi odierni, che lavorano da questa posizione privilegiata, subiscono la tentazione di proteggersi dalle violenze associate a questioni scottanti quali il razzismo, la supremazia bianca, gli abusi sessuali e altre problematiche sociali, così da mantenere una distanza critica nella propria ricerca e nell’insegnamento. La teologia pubblica, tuttavia, esige oggi una risposta alle minacce cui sono sottoposti i membri più vulnerabili della nostra società.

David Tracy, nel suo libro The Analogical Imagination, con il concetto di “pubblici teologici” ci offre uno schema per esaminare la situazione attuale della teologia pubblica. Lo studioso identifica tre pubblici, collegati ma distinti, per chi fa teologia: la società, le istituzioni accademiche e la chiesa. Sono più di semplici categorie sociologiche; la loro natura è teologica. Sebbene la religione in epoca moderna sia stata spesso circoscritta a faccenda privata, Tracy sostiene che il carattere universale di Dio sollecita un’attenzione a un interessamento teologico verso ognuno di questi destinatari.

Alcuni studiosi sottolineano anche i limiti di questo approccio, formulato tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, senza tener conto di fenomeni quali l’esposizione mediatica, la globalizzazione, la corporativizzazione. Non è chiaro, dunque, dove si collochino questi fenomeni rispetto ai pubblici individuati da Tracy, o se andrebbero proposti dei nuovi pubblici, più o meno importanti per il teologo. Ad ogni modo, il modello continua a offrire un’utile griglia euristica per pensare a come il lavoro della teologia accademica, fondato su un pubblico specifico con le sue particolari domande, regole e testimonianze, interagisce con ambiti diversi dal proprio.

 

La teologia nelle e dalle istituzioni accademiche

Valutare lo stato della teologia pubblica con il modello di Tracy è anche d’aiuto nel portare alla luce alcune questioni problematiche. Laddove la teologia accademica è stata spesso il catalizzatore centrale per gli studi teologici, i critici sono preoccupati dal ritrarsi della teologia nel mondo accademico, in cui la sua prospettiva e la sua visione vengono limitate dai meccanismi di potere universitari. A dispetto di un crescente interesse verso gli studi teologici tra quanti sono interessati a ricoprire delle posizioni nel ministero laicale, nel settore del no profit e nel servizio pubblico, l’insegnamento per quanto riguarda i corsi di laurea e di dottorato è calibrato sulla ricerca accademica. I teologi che conseguono dei dottorati vengono caldamente incoraggiati a intraprendere la carriera universitaria. Chi detiene una posizione del genere non viene incentivato né premiato per la pubblicazione di opere teologiche rivolte a un pubblico non accademico, anche se tali opere spesso riescono a comunicare in modo più efficace i progressi della ricerca teologica ai lettori, sia interni sia esterni al mondo accademico.

In aggiunta, alcuni scossoni nel panorama dei curricula e degli impieghi universitari hanno costretto le istituzioni accademiche teologiche a fare i conti con la loro rilevanza. Negli Stati Uniti, per esempio, la Wheeling Jesuit University ha recentemente eliminato l’intero dipartimento di teologia, scegliendo di mantenere solo i corsi di laurea con rilevanza pratica.

Vi sono però delle forze che vanno oltre il mercato del lavoro e il rinnovo delle università e che stanno sfidando il monopolio accademico sulla teologia. Chi sta fuori dalle facoltà vuole sapere cosa ha da dire la teologia di fronte alle sfide che chiesa e società si trovano a fronteggiare. Quei teologi che operano in un contesto in cui la democrazia è in crisi non godono del lusso di dichiararsi obiettori rispetto alla sfera pubblica. C’è un bisogno urgente di voci teologiche chiare e convincenti.

L’identificazione e il potenziamento di queste voci è reso difficoltoso dalla costante mancanza di diversità della teologia pubblica. Il deficit viene esacerbato dal modo in cui “pubblico” è stato spesso letto come un concetto mascolinizzato e così tenuto a distanza dalla sfera privata, assegnando le questioni pubbliche agli uomini e quelle private alle donne. Le nostre definizioni di “pubblico” hanno inoltre mantenuto a lungo una visione normativa di “bianchezza”, considerando i teologi “contestuali” e le riflessioni teologiche irrilevanti per le preoccupazioni comuni nel mondo accademico, nella chiesa e nella società. Questa concezione trova ancora spazio in buona parte della nostra riflessione sulla teologia pubblica, rendendo difficile per molti cattolici immaginare dei teologi che non siano maschi o provenienti da gruppi sociali marginali.

Il volto della chiesa cattolica e quello della società stanno cambiando e sollecitano un riconoscimento dell’importanza di queste voci teologiche per ognuno dei pubblici individuati da Tracy; un’ammissione che molte figure di spicco – sia singole sia istituzionali – in ambito teologico non sono ancora pronte a fare.

Ciononostante, i teologi stanno reagendo a queste sfide imparando a parlare, scrivere e insegnare per dei destinatari multipli. Per la generazione di teologi accademici che sta emergendo, l’impegno verso un pubblico al di fuori dell’ambito accademico è quasi d’obbligo. Che si tratti di una tesi di dottorato o di un post in un blog, di un discorso pubblico o di una presa di posizione su Twitter, di una marcia in favore della giustizia razziale o di candidarsi a una carica pubblica, questa nuova generazione fa teologia con un’acuta consapevolezza dei vari pubblici e della necessità di impegnarsi in questioni d’interesse pubblico più ampio.

L’istituzione accademica continua a evolversi, seppur lentamente e in maniera discontinua. Le donne stanno aprendo un nuovo spazio per dare un contributo teologico alla vita pubblica, pronunciandosi su tematiche al di fuori di quelle cui normalmente erano confinate (genere, maternità, bellezza), seguitando al contempo a trattare quei temi in maniera autentica e onesta. 

 

La teologia pubblica, oggi

L’indagine e l’immaginazione teologica sono ancora centrali, naturalmente; ma i risultati ottenuti in ambito accademico non sono sufficienti, per la teologia pubblica odierna. Un teologo deve conoscere il suo pubblico. Ciò richiede attenzione alla vita di comunità e a persone specifiche. Per il teologo, questo significa sapere quando scendere in campo.

La teologia pubblica richiede oggi anche un impegno per la solidarietà. Sebbene essa non sia sinonimo di profezia, alcuni dei teologi più importanti del nostro tempo non si trovano confinati nelle aule, ma parlano a nome dei movimenti di protesta e degli emarginati. Il teologo pubblico partecipa al carattere incarnato della chiesa. Se il suo lavoro è fondato nella fede della chiesa, esso deve guidarlo a essere in solidarietà con quei pubblici per i quali scrive. È dunque più probabile che si trovi a lavorare con i membri più vulnerabili della società, contribuendo – con la loro profonda comprensione delle Scritture, della teologia, della storia, dell’etica, della liturgia e del ministero – alla vita reale delle comunità. In conclusione, la fama e la notorietà non sono prerequisiti per una teologia che sia importante per la vita pubblica.

Molte società stanno affrontando delle sfide all’ordine democratico, che mettono a rischio la dignità e la sacralità della vita umana. Queste sfide richiamano l’intervento pubblico di voci teologiche che possano parlare di questioni concrete nella vita democratica, nelle istituzioni accademiche, nella chiesa e nella società in generale.

In qualunque modo si voglia definire il ruolo del teologo pubblico, non c’è alcun dubbio circa il bisogno urgente di queste figure: nelle strade, nelle aule, sulle riviste popolari e accademiche nelle quali i non teologi esprimono i loro pensieri. Per rispondere alle sfide più pressanti del nostro tempo, la teologia deve coinvolgere i propri pubblici in modi nuovi, incarnati, creativi e fedeli.




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