20/07/2018
406. CHE DIRE ANCORA SULL'ENCICLICA HUMANAE VITAE? di Dietmar Mieth
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In occasione dei cinquant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che ricorrono proprio in questi giorni, ripresentiamo ampi stralci del saggio del prof. Dietmar Mieth, apparso sulla rivista internazionale di teologia «Concilium» 1/2008. Qui il moralista berlinese adotta innanzitutto uno sguardo “generale” sulla morale cristiana e sostiene, fra l’altro, che si può ormai «prendere in considerazione una revisione» dell’insegnamento dell’enciclica. Forse non siamo lontani da quella che da più parti si suggerisce essere una rilettura di Humanae vitae dalla prospettiva di Amoris Laetitia.


L’enciclica Humanae vitae (= HV) è stata un tema assai discusso nella teologia morale cattolica e anche un continuo punto di riferimento pubblico per una critica alla chiesa sui mezzi di comunicazione. In effetti l’enciclica ha esercitato un forte influsso sulla teologia morale, ma anche sulla dogmatica e, non da ultimo, sulla predicazione del magistero. A tal riguardo è fuori discussione che l’enciclica, nella sua presa di posizione sull’amore come senso del matrimonio, distinto – anche se non separato – dalla fecondità come scopo del matrimonio, ha agito da battistrada.

Il permanente punto critico è stata la proibizione dei mezzi contraccettivi (e non solo di quelli abortivi). Poiché per questo divieto la chiesa si richiamava alla continuità della sua autorità e alla sua concezione del diritto naturale, la portata dell’autorità magisteriale divenne il punto centrale della discussione, proprio come il modo di far ricorso al diritto naturale. Vista da Tubinga, la critica di Hans Küng all’affermazione e alla motivazione dell’infallibilità era la punta più avanzata di una certa linea di dibattito, mentre il culmine dell’altra era la fondazione di una scuola cattolica di “morale autonoma” da parte di Alfons Auer e Franz Böckle. Le conferenze episcopali, per esempio in Svizzera, Austria e Germania, si richiamavano alla dottrina della coscienza dei fedeli. Oggetto di discussione fu continuamente anche il fatto che la dottrina della contraccezione non veniva recepita dai fedeli – e non per debolezza, ma per convinzione. Qui, accanto alla questione della coscienza, si trattava della questione del sensus fidelium nella formazione morale all’interno della chiesa.

Io però non voglio entrare qui nel merito del dibattito che la norma ecclesiale ha provocato e che è durato fino alla discussione sull’enciclica Veritatis splendor (1993). La questione è piuttosto di gran lunga più generale e riguarda i cambiamenti che sono subentrati nella concezione di un’etica cristiana.

[…]

Altra questione è, di fronte ai cambiamenti intervenuti, capire come si possa guardare ancora avanti. Decenni di mancata ricezione di una proibizione che entrava molto nei dettagli dovrebbero bastare per prendere in considerazione una revisione. Si può senz’altro salvare ciò che, tra l’altro, alcuni teologi della liberazione hanno chiamato l’«elemento profetico» in HV: il totale (e non soltanto parziale) dominio della ragione pianificante nella relazione d’amore e la crescente tecnologizzazione della riproduzione.

Si può naturalmente anche pensare che HV, alla fin fine, assomiglia a un’isola sui cui scogli si sono infranti onde e battelli coraggiosi che volevano costruire questa isola in modo diverso, sicché ora le si naviga intorno secondo i soliti schemi. Ciò che non ci tocca più viene dimenticato. Da parte di cristiani e cristiane giovani, teologhe incluse, l’agitazione si è calmata. HV non riguarda più esistenzialmente né loro e neppure il loro comportamento. Con ciò non cessa di essere oggetto di ulteriori considerazioni teologico-morali, ma la cerchia degli ascoltatori diventa sempre più ristretta.

Dal punto di vista teologico-morale occorre però ben ammettere che una morale razionale filosoficamente fondata oggi mostra de facto limiti che essa de iure non dovrebbe necessariamente avere, se non si imponesse, proprio nell’etica stessa, la rinuncia a questioni continue sul senso della nostra esistenza. La morale filosofica, nel suo confronto sulla giustizia e sui diritti umani, ha prodotto molti giardini e fiori, ma anche alcuni scarti. Si usa però separare questa “filosofia politica” dalla “filosofia morale”. Quest’ultima forma meandri con molte ramificazioni di fiumi che sfociano per lo più in un grande mare di indifferenza secolare e pluralistica. Le grandi questioni circa la contingenza dell’uomo, sulla colpa e il dolore qui vengono meno. Esse non fanno parte del terreno, secolarmente delimitato, della verifica della giustezza analitica nei laboratori del pensiero, che con la realtà hanno poco a che fare, e tantomeno con le questioni circa il senso della vita e la felicità donata senza averne merito. La morale filosofica si presenta spesso come liberale, ma “spietata”. I filosofi popolari, i letterati e gli esoterici gestiscono questo deficit a modo loro. Ma questi, a loro volta, non coltivano il campo della responsabilità morale, da parte loro lo lasciano incolto. L’etica teologica ha un’opportunità in ragione della sua antropologia più completa.

Il magistero cattolico vuole spesso ammettere la ragione soltanto se “battezzata” ed emana perciò prescrizioni su chi, come e quando può “battezzare”. Naturalmente la teologia è in un certo senso anche “ragione battezzata”. Con la morale, però, le cose stanno come con il battesimo, il quale può essere amministrato da tutti i cristiani e le cristiane. La ragione è, dal punto di vista teologico, una della creazione che è stata liberata, una ragione in cammino e soggetta ad errore, ma, soprattutto come ragione riflettente in senso moderno, è al tempo stesso una ragione autocritica: non esiste ragione senza «critica della ragione». Questa ragione critica, sostenuta da esperienza articolata in molte discipline, va errando anche nella chiesa, dentro e fuori. I coinquilini possono stringere con lei amicizia e contare sul suo aiuto: essa non si lascia schiavizzare senza pervertirsi. Chi ha paura della sua libertà non può fare teologia perché smarrisce il lógos. Ma si illude anche chi spera tutto dalla sua libertà. In questo, a mio parere, i teologi della liberazione hanno ragione: la situazione di non-libertà, contraria alla storia della salvezza, raggiunge anche la ragione e chiama alla sua liberazione. Grandi temi filosofici e grandi temi morali nella storia si devono spesso a impulsi teologici, non esclusivamente, ma tuttavia spesso impulsi buoni.

Molte cose che riguardano l’umano illuminato hanno radici cristologiche, soprattutto nella fede nell’incarnazione, nella presenza cristologica nei poveri, nella rinuncia alla violenza e perciò nel cambiare modo di esercitare il potere. Questa concezione va però distinta da un cristomonismo normativo. Si può mostrare agli uomini che Cristo non è eteronomo, se egli determina l’identità religiosa dei cristiani dall’interno. E ancor meno della ragione, che fa saltare i laboratori filosofici, Cristo non appartiene esclusivamente al sistema dottrinale allestito dalla chiesa.

Ecco allora che uno sguardo all’anniversario della promulgazione di HV conduce a molteplici questioni della teologia (morale) odierna. Anche questioni concretissime!

 

 

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