28/10/2019
442. CHE TEOLOGIA FA CHI SI METTE IN CODA PER PAGARE UNA BOLLETTA? 9 domande a... Andrea Grillo, "Eucaristia"
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Proponiamo di seguito una nostra intervista al prof. Andrea Grillo, in occasione della pubblicazione del volume: Eucaristia. Azione rituale, forme storiche, essenza sistematica. Un manuale, la cui gestazione è durata vent'anni, che è frutto di una vasta esperienza di insegnamento e che sarà punto di riferimento imprescindibile negli anni a venire.



1. Professor Grillo, il suo è un “manuale”: nasce dalla scuola ed è rivolto alla scuola. Sin dalle prime pagine, lei riconosce di avere un debito verso tante personalità del mondo teologico ed ecclesiale. Sempre all’inizio, però, lei segnala anche un debito di riconoscenza verso «le innumerevoli messe celebrate» in svariati luoghi che ha frequentato. In quale diversa misura queste tre fonti – l’esperienza dell’insegnamento; i suoi maestri e la formazione ricevuta; la sua personale esperienza celebrativa – hanno contribuito a plasmare il volume?

Effettivamente molti sono i debiti e i benefici di cui ho voluto far memoria. E un libro sulla eucaristia è davvero il frutto di questi tre apporti: di una esperienza celebrativa che matura, di una serie di ascolti e di testi che mi hanno segnato in profondità e del compito, allo stesso tempo pesante e liberante, di dire agli altri che cosa è l’eucaristia nell’insegnamento accademico. Insegnando ho imparato a celebrare, celebrando ho imparato ad ascoltare e leggendo ho imparato ad insegnare. E vale anche per me quello che una volta ha affermato Peter Brown, quando diceva di essere tra quelli che hanno la fortuna di “imparare insegnando”.


2. La gestazione di questo volume è stata molto lunga e, forse, non facile. Ora, rispetto alla sterminata produzione libraria sull’argomento, lei quali prospettive teoriche sente di aver aperto? Cosa ha avuto l’ambizione di dire di originale (o in modo nuovo)? Cioè: dove punta il suo manuale, in poche parole?

È giusto dire che ho avuto paura di questo libro. Perché non mi sentivo in grado. E anche ora, che pure è finito, lo sento davvero come un tuffo da 20 metri, come una montagna alta e pericolosa. Ma, con il tempo, ho imparato una cosa centrale, che ho cercato di mettere al cuore del libro. Che la eucarista è anzitutto una “azione rituale” e che considerarla come tale ci aiuta a leggerne la storia e a proporne una visione sintetica e sistematica. Questo mi è costato molto, perché è il frutto del lavoro degli ultimi cento anni, non di più, e si differenzia molto dal lavoro teologico precedente. Credo che il tentativo di fare sintesi fra tradizione liturgica e tradizione sistematica sia la cosa più nuova, che porta anche a molte conseguenze inedite, almeno per noi occidentali e latini, su concetti-chiave come “presenza”, “sacrificio”, “comunione”. Ma vorrei anche aggiungere un ulteriore aspetto personale: la morte, nel 2017, di p. Benno Malfer prima e di don Giampiero Bof dopo mi hanno dato l’impulso decisivo per il definirsi del libro. Il loro improvviso silenzio ha richiesto con più urgenza una presa di parola. Penso che un lavoro di “generazioni” in teologia sia una cosa molto importante. 


3. Questa sua fatica editoriale ha un contributo pratico da offrire, nell’attuale contesto liturgico, teologico, ecclesiale, culturale? Per esempio: a molti osservatori sembra sia subentrata, all’entusiasmo dell’immediato post-concilio, una certa stanchezza generalizzata rispetto alla riforma liturgica: quale stimolo sente di aver dato alla prassi con questo ampio lavoro sull’eucaristia?

Proprio questo aspetto, al quale si accennava, mi pare uno dei riscontri più interessanti che potrebbe discendere da una impostazione come quella che suggerisco. La “stanchezza” dopo il concilio è anche frutto di una teologia vecchia. Una teologia dell’eucaristia è vecchia quando non tiene conto che è cambiato il modo di celebrare. Ma per rinnovarsi deve considerare la celebrazione come parte sostanziale della verità dell’eucaristia. E questo impone un cambiamento di paradigma. Su questo piano siamo tutti in difficoltà, perché la novità è molto recente. La difficoltà è sia di coloro che, per essere fedeli alla teologia vecchia, tornano a celebrare “all’antica”. Ma anche di coloro che vogliono celebrare in modo nuovo, ma non trovano supporto in una teologia davvero informata dal concilio Vaticano II. Su questo punto credo che il manuale possa dire alcune cose utili, proprio sul piano pratico. Anche in forma chiara e diretta, come a volte nella chiesa non si è abituati a fare.


4. Lei è un teologo laico. In quale misura le sembra che questa collocazione ecclesiale – piuttosto “atipica”, se vogliamo, rispetto alle biografie di quanti finora hanno scritto di eucaristia, vivendola dall’altra parte dell’altare – abbia influito sullo sguardo che lei getta sul sacramento della parola e del pasto?

Credo che a questa domanda si debba dare una risposta molto articolata. E voglio cominciare da un episodio curioso, in cui, circa venticinque anni fa, in un dibattito a Firenze, fui accusato, da un noto teologo italiano, di ipotizzare “teologie diverse” di chierici e laici. L’obiezione era: la teologia è tutta uguale, non dipende da chi la fa. Io allora risposi che non era affatto così. E che le condizioni di vita influivano profondamente sul linguaggio con cui la teologia veniva pensata e detta. E gli chiesi, provocatoriamente: quando è stata l’ultima volta in cui lei ha fatto una coda per pagare una bolletta? Di solito la vita clericale è libera da queste occupazioni. Per un laico non è quasi mai così. Questa differenza ha profondamente influito sul modo con cui ho cercato di pensare il mistero eucaristico. Senza negare la diversità tra chi presiede e chi non presiede, mi sono convinto che è decisivo capire che “tutti celebrano” il mistero eucaristico. Questa è la grande intuizione del Vaticano II, che oggi deve essere onorata non solo sul piano liturgico, ma sul piano sistematico. E per farlo occorre attingere a tutta la esperienza umana, maschile e femminile, laicale e clericale.


5. Nel manuale lei spesso cita, fra gli altri, Tommaso d’Aquino. Se potesse averlo qui, davanti a lei, in che termini le piacerebbe discutere di tematiche eucaristiche? Cosa si aspetta che sortirebbe dal confronto fra l’oggi e il passato, fra la società aperta del XXI secolo e la cristianità medievale?

Questa è proprio una bella domanda. Più volte mi sono sentito dire: «Ma perché lei cita tanto Tommaso?». Io non posso farne a meno almeno per due motivi: perché il mio grande maestro, Giampiero Bof, mi ha dato la passione per Tommaso ed è un imprinting con cui respiri; e perché Tommaso era un uomo audace, che conserva su di me un fascino irresistibile. Tommaso era coraggioso, usava concetti nuovi, innovava il linguaggio. Per questo è diventato un classico. Come diceva il card. Mercier, Tommaso non è un martello, è una lampada. Onorare la sua memoria e il suo magistero teologico significa cercare, con tutta la modestia ma anche con tutta la audacia, di fare oggi quello che lui ha fatto ottocento anni fa. Far parlare la teologia con il linguaggio del 2019, non con quello del 1200, del 1500 o del 1800. La società aperta pretende questo dai veri allievi di Tommaso. D’altra parte Tommaso, come diceva Karl Rahner, non è contento di allievi che sanno solo ripeterlo. Per questo nel volume Tommaso appare anche criticato, come è inevitabile se si sta davvero alla sua scuola. 


6. Se è possibile passare a domande più personali: che cosa sta leggendo in questo momento, che libri si trovano sul suo comodino? E qual è l’ultimo film che ha visto al cinema?

Sul mio comodino ci sono sempre troppi libri. Ma gli ultimi due che sto leggendo sono un capolavoro di un teologo tedesco, Thomas Pröpper (Vangelo, ragione, libertà. Lineamenti di una ermeneutica teologica) che ha riflettuto come pochi altri sul tema della libertà in filosofia e in teologia. Questo della libertà è un tema che da decenni mi appassiona, su cui tengo a S. Anselmo un corso e che ritengo decisivo per fare teologia oggi. Poi l’ultimo libro di Stefano Bancalari (Logica dell’epoché), una introduzione alla fenomenologia della religione, che mi pare un’ottima sintesi, originale, sul tema. Quanto al cinema, ormai vedo quasi sempre i film in TV e se ne trovano di ottimi. L’ultima visita alle sale cinematografiche è stata per Un uomo di parola, in cui Wenders, con la sua maestria, offre un ritratto di papa Francesco molto toccante. Un bel film-documentario, con la maestria del regista di Falsche Bewegung. Si potrebbe quasi dire: qui siamo di fronte al “vero movimento”.


7. Che cosa bolle in pentola? Cioè: su quale argomento sta scrivendo (o le sembra più necessario scrivere, o le piacerebbe scrivere, nel prossimo futuro)?

Parallelamente al volume sulla eucaristia, ma non senza un rapporto profondo con questa sintesi, si sono definiti progetti in due ambiti che mi sembrano oggi molto importanti per capire gli sviluppi della tradizione cristiana e cattolica: da un lato la storia dell’ultimo secolo del pensiero cattolico, che è ancora dominata da un immaginario “antimodernista”. Su questo sto ultimando un volumetto che avrà per titolo Da museo a giardino e che cerca di fare i conti con la pesante eredità della lotta contro il mondo moderno, le cui tracce sono presenti non solo prima, ma anche dopo il Vaticano II, fino a papa Francesco. Un altro ambito è la riflessione sulla tradizione “in prospettiva di genere”: credo che su questo piano l’antimodernismo sia ancora molto forte, tanto feroce quanto cieco. E confonde il vangelo con le normative autoreferenziali di una società chiusa. La riflessione scaturita da Amoris laetitia mi ha molto aiutato a capire il “blocco emotivo e teorico” che grava su gran parte del pensiero cattolico in questo ambito.


8. Lei gestisce un vivace blog online, costantemente attento a monitorare i dibattiti in corso e a contribuirvi con apporti critici. Lei come liturgista, docente, conferenziere, scrittore…, che “guadagno” sente di trarre – teologicamente parlando – dall’attività di blogger sul web?

Il blog esiste ormai da quasi dieci anni. Ad esso si è affiancata, da pochi anni, anche una certa presenza su Facebook. Ne faccio un uso molto rudimentale, ma anche per questo uso minimale ho dovuto imparare molto. Vi è un modo di gestire questi media che non è affatto im-mediato. Si commettono all’inizio molti errori. Si è dominati dal mezzo. Ma con il tempo debbo dire che sono molto arricchito da questo tipo di comunicazione, dalla quale imparo molto. Presentare argomenti in modo articolato sulle questioni principali di dibattito ecclesiale e civile sembra “controcorrente”, rispetto alla immediatezza del medium, ma io credo che, alla lunga, sia la cosa più utile. D’altra parte non sono affatto d’accordo che il teologo debba tacere. Il teologo deve parlare, certo con tutta la avvedutezza di cui è capace, ma deve esprimersi, deve dire la sua, senza paura. Questo tra i teologi non è comune e ritengo che sia, anch’esso, un frutto avvelenato dell’antimodernismo.


9. Rispetto all’attualità ecclesiale, italiana e non, quale le sembra sia il tema emergente oggi, il nodo più urgente da affrontare?

Lo si è forse già capito da quello che ho detto prima, ma provo a dirlo in modo più chiaro: la scommessa è trovare un nuovo equilibrio tra libertà e autorità. Il pensiero teologico è ancora pieno di argomentazioni che si basano su convinzioni, procedure, immaginari di un mondo che non c’è più. Questo rende debolissimo il pensiero teologico e lo emargina. Ma la teologia deve sapere che una parte della sua emarginazione è frutto di una “autoemarginazione”. Con coraggio e pazienza bisogna provare a “tradurre la tradizione”. Questo per me è il compito primario: tradurre la tradizione.






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