30/09/2013
260. HANS URS VON BALTHASAR (1905-1988):
«SOLO L'AMORE È CREDIBILE»
A 25 anni dalla morte
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ML_King

Nel breve libro Solo l’amore è credibile (1963) il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar precisa la sua posizione teologica nel contesto della storia della teologia cristiana. La teologia dell’età patristica, medievale e rinascimentale ha battuto la via cosmologica, presentando il cristianesimo come il compimento dell’interpretazione del mondo data dall’antichità. La teologia dell’epoca moderna ha operato uno spostamento e pratica la via antropologica: il cristianesimo si presenta come la più profonda interpretazione dell’uomo. Ma, per von Balthasar, sia la via cosmologica sia la via antropologica sono delle interpretazioni riduttive, in quanto assumono il cosmo e l’esistenza umana come criteri di giustificazione del cristianesimo, che invece ha in sé ed esibisce da sé la sua giustificazione. La terza via, la via balthasariana, è la via dell’amore: «Solo l’amore è credibile». Nella rivelazione cristiana è l’amore assoluto di Dio, che in Cristo da sé si fa incontro all’uomo; Dio si autopresenta in Cristo nella gloria del suo amore assoluto. Questa via assume il nome di Estetica teologica, non nel senso di una teologia estetica, che mostri come il cristianesimo promuova il senso estetico e le arti; ma in senso più forte sia soggettivo sia oggettivo. La fede cristiana, nel suo polo soggettivo, è percezione e visione della Forma (Gestalt), come polo oggettivo, quale appare nella figura storica del Cristo, come Verbo di Dio fatto uomo, rivelazione della gloria di Dio e della sua volontà salvifica universale.




Qual è l’essenza del cristianesimo? Mai, nella storia della chiesa, il rimando ad una pluralità di misteri da credere ha soddisfatto come risposta ultima: sempre si è mirato a un punto unitario in cui trovasse la sua giustificazione la richiesta che vien fatta all’uomo di credere: un lógos anche se di carattere e natura particolari, ma però così persuasivi, anzi così tr avolgenti ed irresistibili che, balzando fuori dalle “contingenti verità storiche” conferisca loro il carattere di necessità. Sì, miracoli e profezie che si realizzano vi hanno la loro parte (benché il loro valore e potere interpretativo appaia considerevolmente ridotto fin dai tempi della critica biblica dell’illuminismo), ma il punto di riferimento cui essi rimandano si trova collocato al di là di essi. La patristica, il medioevo, il rinascimento, i cui epigoni arrivano sino all’epoca presente, hanno collocato questo punto sul piano cosmico, inquadrandolo nella storia dell’universo; l’era moderna, a partire dall’illuminismo, l’ha invece trasferito su un piano antropologico. Se il primo tentativo risulta limitato e confinato entro i termini del tempo e della storia, il secondo è fallito proprio come impianto: quel che Dio intende dire all’uomo attraverso Cristo non può ricevere sistemazione né nel mondo nel suo insieme, né nell’uomo in particolare; esso è assolutamente teologico, anzi, meglio ancora, teo-pragmatico: atto di Dio nei confronti dell’uomo, atto che si spiega dinanzi all’uomo e per lui (e soltanto così può trovare in lui e con lui la sua spiegazione). Di questo atto va detto ch’esso è credibile soltanto come amore: intendiamo l’amore stesso di Dio, la cui manifestazione è quella della gloria di Dio.

L’autocoscienza cristiana (e quindi la teologia) non può essere spiegata mettendovi a fondamento e giustificazione una sapienza acquisita per divina rivelazione che sublimi e trascenda la cognizione religiosa umana (ad maiorem gnosim rerum divinarum), o l’uomo preso e individualmente e come entità sociale, che perviene soltanto attraverso la Rivelazione e la Redenzione a una coscienza definitiva di sé (ad maiorem hominis perfectionem et progressum generis humani), ma unicamente può essere spiegata giustificandola come l’autoglorificazione dell’amore divino: ad maiorem divini amoris gloriam. Nell’Antico Testamento, questa gloria (kābhôdh) consiste nella presenza dell’augusta maestà di Jahvé nella sua alleanza (e – trasmessa per il tramite di questa – in tutto il mondo), nel Nuovo Testamento questa sublime gloria si spiega come l’amore di Dio in Cristo che discende nell’abisso estremo di tenebra e di morte. Questo quid extremum (la vera escato-logia), che se si concepisce tutto in termini di cosmo e di uomo è assolutamente inimmaginabile, può essere percepito nella sua realtà soltanto accogliendolo come l’“alterità assoluta”.

Questo abbozzo servirà perciò anche a chiarire le linee direttive e gli scopi del mio più ponderoso lavoro intitolato: Gloria, un’“estetica teologica” nel doppio senso di una dottrina soggettiva della percezione e di una dottrina dell’autointerpretazione oggettiva della gloria divina. Quest’abbozzo servirà a mostrare che questo metodo teologico, ben lungi dal rappresentare un sottoprodotto irrilevante e superfluo del pensiero teologico, ha invece il diritto e il dovere di avanzare la pretesa di essere collocato come unico metodo definitivo al centro della teologia, laddove la verificazione cosmologica ed antropomorfa può tutt’al più essere ammessa come punto di vista di carattere complementare.

E con questo resta specificato che quanto viene qui chiamato col nome di “estetica” è inteso come un qualcosa di puramente teologico, cioè come l’intuizione, possibile soltanto nella fede, della gloriosa manifestazione dell’amore assolutamente libero di Dio.

Hans Urs von Balthasar, Glaubhaft ist nur Liebe, 1963.
Trad. it. di Mario Rettori, Solo l’amore è credibile, Borla, Torino 1965, 11-13.



La trilogia:
Teo-fania, Teo-drammatica, Teo-logica

Quest’opera 1 costituisce il tentativo di sviluppare la teologia cristiana alla luce del terzo trascendentale, di completare cioè la considerazione del verum e del bonum mediante quella del pulchrum. L’introduzione mostrerà in che misura il pensiero cristiano sia stato impoverito dalla perdita di questa prospettiva che un tempo permeava così potentemente la teologia. Non si tratta quindi, a motivo di una vaga e nostalgica malinconia, di farla scivolare su una carreggiata laterale, tranquilla e poco frequentata. Si tratta piuttosto di riportarla sulla strada principale, abbandonata, senza per questo voler affermare che la prospettiva estetica debba sostituire, per il futuro, nella conduzione della teologia, quella logica ed etica. I trascendentali infatti non sono assolutamente separabili e la dimenticanza di uno di essi non può che avere un effetto distruttore sugli altri. È meglio quindi, proprio per l’interesse comune, non bollare a priori questo tentativo – di più esso non può e non vuole essere – come “estetismo”, per sbarazzarsene subito, ma cercare in primo luogo di prestare ascolto a ciò che esso vuol dire.

[…]

Una “estetica teologica”, per mantenere un giusto equilibrio, dovrebbe prolungarsi in una “drammatica teologica” 2  e in una “logica teologica” 3. Se la prima ha come oggetto soprattutto la percezione della verità (Wahrnehmung) della manifestazione divina, la drammatica teologica dovrebbe trattare soprattutto il contenuto di questa percezione, l’agire di Dio con l’uomo, mentre la logica dovrebbe avere come oggetto la modalità espressiva divina (più esattamente: divino-umana e quindi sempre già teologica) di questo agire. Soltanto allora il pulchrum apparirebbe al posto nel tutto strutturato: come la maniera in cui il bonum di Dio si dona e può essere affermato da lui e compreso dall’uomo come verum. Dio non ha dato ad Abramo in parole formulate il primo comando a credere: ciò che questi percepì come vero fu la verità di un’azione di Dio nei suoi confronti; soltanto secoli dopo forse quest’azione si è espressa come parola umana. E questo non già nel senso di «all’inizio era l’azione» di Faust e Fichte, giacché il dramma tra Dio e l’uomo è sempre già parola-significato-lógos. Si tratta però di una parola che avviene e che non può essere ridotta alle semplici dimensioni di una parola di testimonianza.

Hans Urs von Balthasar, Herrlichkeit. Schau der Gestalt, 1961.
Trad. it. di Giuseppe Ruggieri, Gloria. La percezione della forma. Una estetica teologica, Jaca Book, Milano 1975, 3-5.



Note
1 [Cf. Gloria. Una estetica teologica, 7 voll., 1961-1969].
2 [Cf. TeoDrammatica, 5 voll., 1973-1983].
3 [Cf. TeoLogica, 3 voll., 1985-1987].

 

tratto da

Rosino Gibellini (ed.)
ANTOLOGIA
DEL NOVECENTO TEOLOGICO


Editrice Queriniana, Brescia 2011
Biblioteca di teologia contemporanea 155
ISBN: 978-88-399-0455-3
pagine: 384

 





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