13/06/2018
403. I 90 ANNI DI GUSTAVO GUTIERREZ
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L’8 giugno ha compiuto novant’anni padre Gustavo Gutiérrez, teologo peruviano dell’ordine dei frati predicatori, fondatore della teologia della liberazione. Teologia della liberazione si intitola infatti la sua opera più nota, uscita nel 1971 e nella quale approfondisce il tema della povertà cristiana, intesa sia come atto di solidarietà con i poveri che come liberazione dai propri peccati. Padre Gutiérrez, docente all’università di Notre Dame, negli Stati Uniti, ha insegnato a lungo nella Pontificia università del Perù ed è stato professore invitato in molti atenei dell’America settentrionale e dell’Europa. È membro dell’Accademia peruviana della lingua, e nel 1993 ha ricevuto la Legion d’onore dal governo francese. Lo scorso 28 maggio il Pontefice gli ha scritto una lettera di auguri per ringraziarlo del contributo dato «alla Chiesa e all’umanità», scrive il Papa, «tramite il tuo servizio teologico e il tuo amore preferenziale per i poveri e gli scartati della società».
In un’intervista pubblicata sull’Osservatore Romano l’11 settembre 2013 - e che riproponiamo di seguito - egli spiegava che la povertà «non è mai una sola e soprattutto non è mai buona».


«Credo che oggi la teologia della liberazione sia piena di risorse e non abbia perso di mordente, non fosse altro per il fatto che il tema della povertà è sempre lì, sempre più urgente. La povertà è un tema biblico, eterno». Così dice Gustavo Gutiérrez a Ugo Sartorio, che lo intervista sull'Osservatore Romano.

Un aspetto che ritorna spesso è, chiaramente, quello della povertà. «Bisogna chiarire – spiega Gutiérrez – che il termine povertà è complesso, poiché c’è la povertà reale, che riguarda la situazione di chi non conta niente, di chi è insignificante, per ragioni economiche ma anche per cultura, lingua, colore della pelle, o perché appartenente al mondo femminile che è tra i più penalizzati. Noi siamo chiari nell’affermare che la povertà non è mai una sola e soprattutto che non è mai buona».

Che cosa predica – gli chiede Sartorio – la Chiesa quando, partendo dal vangelo, chiede ai cristiani di essere poveri? «Dopo Medellín (1968) è stata fatta, dalla teologia della liberazione, una distinzione. C’è prima di tutto, lo ripeto, la povertà reale o materiale, io preferisco dire reale; poi la povertà spirituale, come diceva Hannah Arendt quella di chi non ha diritto di avere diritti; infine la povertà come solidarietà con i poveri e contro la povertà. La povertà spirituale è una metafora, nel senso che si prende la parola povertà, che appartiene a un preciso contesto semantico, e la si trasferisce in un altro. Povertà spirituale, espressione che è stata compresa nella storia in maniera strana e riduttiva, significa precisamente mettere la propria vita nelle mani di Dio, riconoscere la propria condizione di bisogno e piccolezza. Da ultima c’è la povertà come condivisione, di cui il vescovo Romero, da tutti conosciuto, è un grande esempio: egli non era certamente povero, nel senso di insignificante, ma è entrato in solidarietà con i poveri contro la povertà».

«La teologia della liberazione – conclude Gutiérrez – non è teologia della liberazione sociale, anche se la liberazione ha un aspetto sociale; c’è anche una liberazione personale, che riguarda la mentalità, e poi c’è la liberazione dal peccato. Questo insieme si chiama salvezza, che è quindi salvezza non soltanto dal peccato. Che la liberazione di Cristo non è unicamente questo lo dice la lettera ai Galati, al capitolo quinto, dove all’inizio leggiamo: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi", e non si tratta di un pleonasmo. La teologia della liberazione cerca la libertà delle persone, dell’umanità, libertà dall’ingiustizia, dalla mentalità sbagliata e infine dal peccato».



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