02/05/2018
398. IL CRISTIANESIMO ASIATICO PUÒ SALVARCI DAL REGIME DI CRISTIANITÀ di William Grimm
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Dal cristianesimo alla cristianità

 

Quando avevo 16 anni, un insegnante ci fece leggere delle opere che non facevano parte del programma scolastico. Tra di esse vi erano le Confessioni di Agostino e la Canzone di Rolando, un poema epico dell’XI secolo (o persino antecedente) scritto da un anonimo francese.

La nota frase di Agostino, «ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te», spiccava tra le righe. Non sapevo che fosse famosa, sapevo solo che mi piaceva. Dopotutto, il «cuore inquieto» poteva valere come definizione dell’adolescenza, e quella strofa mi fu utile per indirizzare la mia vita verso la speranza.

La Canzone di Rolando racconta dei cristiani all’epoca di Carlo Magno (742-814), e della guerra sui Pirenei contro i mori (designati con il termine pagani). I cavalieri di Carlo Magno sconfiggono completamente i nemici, prendono la loro città e «conducono i pagani al fonte battesimale» (sono passati più di cinquant’anni, e mi ricordo ancora quel verso). Chiunque rifiutasse di farsi battezzare, veniva ucciso o perfino bruciato.

Il nostro insegnante non metteva a confronto sant’Agostino e Rolando, ma io, unico cristiano presente in classe, mi sentivo attratto da entrambi perché in qualche modo mi toccavano da vicino. Prendendoli in considerazione insieme, mi resi conto che qualcosa di estremamente sbagliato era avvenuto tra il IV secolo e il Medioevo: il cristianesimo si era tramutato in cristianità.

Invece che essere una via per trovare la pace del cuore in Dio, la chiesa era diventata un potere istituzionalizzato – sinonimo di oppressione, paura e privilegio – che chiedeva sottomissione piuttosto che fede. Fossi stato un altro, questa scoperta avrebbe potuto essere sufficiente per farmi intraprendere un percorso di uscita dalla chiesa. Ma, grazie alle parole di sant’Agostino, sapevo che la fede era qualcosa di più grande, che tendeva alla pace del cuore.

 

Dalla cristianità al cristianesimo?

 

Da quando mi sono reso conto del passaggio alla cristianità, sono diventato ipersensibile alle sue manifestazioni nella vita della comunità cristiana di ieri e in quella dei giorni nostri. Non ci si scappa. Ritenere la chiesa più importante di Cristo e della sua parola, essere ossessionati dal potere sui singoli e sulle comunità, mancare di rispetto per i diritti umani, essere disposti a sacrificare le persone per il bene dell’organizzazione o per delle idee e regole astratte, mantenere un sistema di caste che opera delle distinzioni tra i figli di Dio a seconda del ruolo svolto nella chiesa: tutti questi sono tratti caratteristici del regime di cristianità. […]

Da tempo è giunta l’ora per la chiesa di dare un taglio a quel cancro crescente che intralcia la missione del vangelo, la missione di essere pace del cuore per il mondo. La chiesa dovrebbe occuparsi di Dio, non di se stessa. Ed è il mondo, più che la chiesa, che sta liberando il cristianesimo dalla cristianità, sebbene il cattolicesimo, a partire dal concilio Vaticano II, abbia già mosso qualche passo incerto in questa direzione.

L’affermazione dell’autonomia spirituale, etica e intellettuale da parte dei singoli individui e delle società – con un esodo concomitante dalla cristianità nelle sue forme cattolica, ortodossa e protestante – è, forse, un segno precursore della morte della cristianità. Finalmente!

Cosa deve fare la chiesa, privata delle strutture di potere della cristianità? Se dobbiamo superare un millennio e mezzo in cui le cose sono state fatte in un modo solo, come possiamo riuscirci? Dove possiamo trovare aiuto e dei modelli alternativi? È probabile che la risposta, per il XXI secolo, la si possa trovare in Asia. […]

 

Il cristianesimo asiatico come paradigma?

 

Eccezion fatta per l’imposizione forzata della cristianità in alcune specifiche realtà (le Filippine – oltre che l’America latina – da parte della Spagna), la chiesa in Asia si è relativamente salvata da questa disgrazia. Quando le altre potenze europee hanno voluto sfruttare l’Asia, l’hanno fatto perlopiù in nome di mammona, e non tanto per la gloria della chiesa. Gli inglesi nell’Asia del sud, i francesi nel Sudest del continente e gli olandesi in Indonesia erano più interessati ai profitti che alle anime.

Questa mancanza sia di capacità sia di volontà – politica, militare, filosofica e spirituale – di imporre la cristianità in Asia sta a significare che la sua influenza qui è, in buona parte, marginale. Questo specie in luoghi come il Giappone, che non è mai stato soggetto alle potenze occidentali e dove il battesimo non ha mai rappresentato un vantaggio economico o sociale, come via per accreditarsi presso i dominatori e i mercanti europei. La scelta di farsi battezzare era, sebbene in misura diversa e solo a volte del tutto, un libero atto di fede motivato dal desiderio di trovare conforto in Dio. E questa scelta veniva e viene fatta in un contesto di minoranza senza poteri: non c’è alcuna pressione sociale che spinga a diventare cristiani. Al contrario, semmai, la sollecitazione è in senso inverso: a non compiere quel passo radicale che è il battesimo. Spesso ancora oggi questa pressione si espleta in una forma di palese persecuzione.

Mentre il secolarismo sta diventando l’atteggiamento religioso dominante in Occidente, è probabile che i cristiani si ritrovino ad essere sempre più simili a quelli dell’Asia. Senza supporti sociali e culturali, senza l’incoraggiamento o addirittura l’attesa di un impegno cristiano, tale impegno va approfondito oppure muore. Solo la fede personale, e non la cristianità, lo sosterrà.

 

Si inverte la direzione del flusso missionario?

 

L’afflusso di missionari dall’Occidente, che è sul punto di estinguersi, va invertito. Questo non vuol dire continuare l’attuale pratica di importare i preti dall’Asia e dall’Africa per sostenere l’istituzione occidentale di fronte al numero declinante di preti e religiosi/e. Significa aprire con umiltà la chiesa dell’ormai decrepita cristianità per consentire l’ingresso di modalità asiatiche d’insegnamento e persino di comando. Sarà necessario abbandonare il paternalismo e il razzismo alimentati dalla cristianità, quella mentalità per cui la chiesa occidentale è la vera chiesa, mentre le altre chiese sono autentiche solo finché rispecchiano quella occidentale. Viceversa, i cristiani nelle altre parti del mondo devono superare il senso d’inferiorità che è stato loro imposto per non essere esempi adeguati di cristianità. Essi devono anche rigettare qualunque traccia di cristianità possa guastare il loro modo di essere chiesa.

I cristiani asiatici ci ricordano che la chiesa è una comunità di quanti hanno scelto di mettersi alla sequela di Cristo, per come viene presentato dalle Scritture e dalla tradizione, e che hanno vissuto quella fede nella storia, ricercando, condividendo e celebrando la pace del cuore con il mondo e per esso. Questa ricerca e questa condivisione si concretizzano in un servizio umile, in un dialogo rispettoso e nell’apertura allo Spirito di Dio che opera al di fuori dei limiti della cristianità, e anche del cristianesimo. […]

Papa Francesco ha iniziato a portare degli uomini (e per ora soltanto quelli, non ancora delle donne) dai margini della cristianità alla guida della chiesa. È un inizio, ma resta ancora molta strada da fare. E comunque non possiamo fare affidamento sui papi o sull’amministrazione centrale della cattolicità, a Roma, per rompere le catene della cristianità. Ognuno di noi deve analizzare se stesso e il modo in cui viviamo la nostra fede, per comprendere quanto ampio e profondo sia stato il nostro coinvolgimento nella cristianità. Poi, bisogna intraprendere il lungo e difficile processo di liberazione da quella cattività.

I cristiani dell’Asia possono fungere da modello; una crescente pace del cuore sarà il segno che ci stiamo riuscendo.

 



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