23/06/2009
138. Intervista (a Rosino Gibellini) su Karl Rahner a 25 anni dalla morte (30 marzo 1984) di Patricia Fachin (giornalista brasiliana)
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1. Secondo Rahner, quali sono le principali sfide della modernità per una vita di fede?

Karl Rahner ha percepito il senso delle sfide della modernità alla teologia cristiana, così come a suo tempo le aveva percepite Schleiermacher. Nell’analisi della situazione culturale e teologica – quale era possibile diagnosticare già negli Anni Cinquanta del XX secolo – Rahner individuava tre elementi caratterizzanti: a) viviamo in una società secolare e pluralista, dove gli enunciati della fede hanno perduto la loro ovvietà; b) connesso con il pluralismo è da registrare un ampliamento delle conoscenze in tutti i campi del sapere, che rende particolarmente difficile fare delle sintesi; c) a queste difficoltà moderne dell’annuncio cristiano e del fare teologia si deve aggiungere una sorta di indurimento (Fixierung) e di incrostazione (Verkrustung) di concetti teologici, che rimanendo immutati nei secoli, non corrispondono più alla mutata situazione della vita e della cultura dell’uomo moderno. Da qui il suo tentativo di una riforma metodologica della teologia cattolica.


2. Come valutare le idee di Rahner, chiaramente in dialogo con la modernità, quando ormai si va parlando di post-modernità? È superato il pensiero di Rahner?

Si potrebbe dire che Rahner è il primo teologo cattolico moderno. La modernità è caratterizzata dalla razionalità critica (Cartesio, Kant), e Rahner ha introdotto nella teologia cattolica l’esercizio della razionalità critica, che andava a sostituire la razionalità metafisica della neoscolastica e della trattatistica cattolica. La grande teologia francese mirava soprattutto ad una riforma del tomismo sulla linea di Maritain e Gilson. Il tentativo di Rahner è più ardito.

E il compito dell’esercizio della razionalità critica in teologia rimane anche nel tempo della post-modernità, che viene interpretata come “tarda modernità” (Habermas), o come “nuova modernità” (Robert Schreiter): l’esercizio della razionalità critica dovrà coniugarsi, nel tempo della post-modernità, con l’attenzione a quei soggetti, che sono stati dimenticati o emarginati dal progetto moderno (David Tracy).


3. Perché Rahner ha avuto tanta importanza nelle discussioni del Concilio Vaticano II? Quali sono state le circostanze che gli hanno reso possibile questa rilevanza nelle discussioni conciliari?

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) – annunciato a sorpresa da Giovanni XXIII cinquant’anni fa, il 25 gennaio del 1959 – si proponeva un “aggiornamento” della chiesa, per renderla più rispondente alla sua missione pastorale. La teologia di Rahner era già in sintonia con questo programma. Proprio nel 1959 – l’anno della proposta del Concilio – Rahner pubblicava Missione e grazia, che si apre con un significativo saggio dal titolo Significato teologico del cristiano nel mondo moderno (del 1954), dove si illustra il passaggio dal regime di cristianità alla situazione di diaspora, nella quale la chiesa viene ad esistere come minoranza all’interno delle singole nazioni; e dove si sostiene che tale situazione non deve essere subìta, ma assunta come «imperativo storico di salvezza» e fronteggiata con un rinnovamento dei metodi di prassi ecclesiale. Come si vede, la teologia di Rahner era in sintonia con il grande progetto giovanneo del Concilio.


4. Come si posizionava Rahner nelle polarizzazioni concettuali e politiche del Concilio?

A Concilio già indetto Rahner fu colpito da una “censura preventiva” per escluderlo completamente dall’evento conciliare. Ma arrivò a Roma come perito personale del card. König di Vienna, presidente della conferenza episcopale austriaca. Si inserì nelle commissioni con cautela. Scriverà nella Breve corrispondenza del periodo del Concilio pubblicata nel 1986: «Può essere che Alfredo Ottaviani, l’allora prefetto del Sant’Ufficio, abbia notato che sono un teologo del tutto innocuo e normale. E così quel decreto romano [della censura preventiva] fu semplicemente dimenticato». Ma lavorò con impegno, tanto da diventare uno dei teologi più celebri proprio durante il concilio. Si deve però riconoscere che la vera star del Concilio era Joseph Ratzinger, allora docente di teologia fondamentale a Bonn, in veste di consulente ufficiale del card. Frings di Colonia, presidente della conferenza episcopale tedesca. Scriveva Rahner (1962): «Con Ratzinger me la intendo bene. E lui è molto quotato presso Frings». Rahner si poneva nella linea del rinnovamento e nelle polarizzazioni si adoperava per gettare un ponte tra tradizionalisti e progressisti. I suoi contributi maggiori sono in sede ecclesiologica, ma anche e soprattutto sulla dottrina cattolica della rivelazione e su una più profonda comprensione della volontà salvifica universale. Ma è nel post-concilio, che le strade si dividono. Per Rahner il concilio è solo un inizio di un cammino di riforma da continuare per una “trasformazione strutturale della chiesa”, come suona il titolo di un suo programmatico volumetto del 1972. Il teologo Ratzinger sarà lontano da questo programma, e insisterà sempre per un ritorno ai testi del concilio, dai quali solo si evince lo spirito dell’evento conciliare. Se Rahner sottolinea la discontinuità operata dal concilio, Ratzinger interpreterà il concilio nel senso della continuità.


5. Quali sono i contributi di Rahner all’ecumenismo e al dialogo interreligioso?

Il più grande ecumenista cattolico al concilio era il teologo francese Congar, ma la soluzione cattolica più avanzata al problema ecumenico nel post-concilio è stata data da Karl Rahner e da Heinrich Fries, che hanno firmato il meditato e coraggioso testo Unione delle chiese – possibilità reale (1984), che appariva come n. 100° della celebre Biblioteca herderiana «Quaestiones Disputatae». Libro e progetto che il teologo Ratzinger ha sbrigativamente stroncato.

Rahner ha portato un suo contributo anche alla teologia delle religioni con la sua tesi dei «cristiani anonimi», che gli permetteva di vedere le religioni non-cristiane come «legittime vie di salvezza», in dipendenza di «tutto il vero e il buono del cristianesimo», come ha ricostruito la monografia completa sul tema di Doris Ziebritzki pubblicata nella collana «Innsbrucker theologische Studien». Il contributo di Rahner deve essere ora criticamente integrato con una ingente bibliografia, cattolica ed ecumenica, che si è sviluppata negli ultimi due/tre decenni. Sintetizzo il passaggio intercorso così: «Dal cristianesimo anonimo a un cristianesimo relazionale».


6. Quali risposte può dare Rahner di fronte ai problemi attuali di guida della chiesa? Ratzinger come valuta la teologia di Rahner?

Rahner e Ratzinger sono due grandi figure della teologia dell’epoca moderna, da collocare nel loro contesto storico. Il teologo gesuita spagnolo Santiago Madrigal ha dedicato una recente monografia al confronto tra i due teologi: due grandi personalità che hanno collaborato alla realizzazione del Concilio, ma che si sono poi differenziate sulla concreta applicazione del concilio, fino ad entrare sotto certi aspetti, come teologi, in contrasto tra loro. Ma convergenti sulla difficoltà del compito, così espresso da Rahner: «Certo che passerà molto tempo fino a quando la chiesa, che ha ricevuto da Dio la grazia del Concilio Vaticano II, sia la chiesa del Concilio Vaticano».


7. La teologia attuale come valuta Rahner? E quali sarebbero i suoi principali discepoli nei dibattiti teologici attuali?

Rahner è il protagonista della svolta antropologica nella teologia cattolica, che tiene sempre presente nella proposizione della verità cristiana, l’«uditore della parola», e si confronta pertanto con la cultura moderna. Questa è una delle linee maggiori della teologia del XX secolo, che si differenzia (senza contrapporsi) dalle teologie della identità cattolica, rappresentate dalle figure di von Balthasar, e da Ratzinger. Rahner ha fatto scuola ed ha avuto numerosi discepoli, di cui il più creativo, che è andato oltre Rahner, partendo da Rahner, è Johann Baptist Metz, nel cui pensiero la razionalità critica si concretizza con la razionalità pratica, che sviluppa le implicanze storiche e sociali del pensiero cristiano.


8. A 25 anni dalla sua morte, qual è la principale eredità che il teologo Karl Rahner ha lasciato alla chiesa?

A 25 anni dalla sua morte (30 marzo 1984) è in fase di avanzata realizzazione l’edizione critica dell’Opera omnia del grande teologo, che rappresenterà un sicuro punto di riferimento per il futuro della teologia. Ricordo di aver partecipato, con Gustavo Gutiérrez (che si trovava in quel mese a Roma) ai solenni funerali del teologo tedesco a Innsbruck, dove si era ritirato negli ultimi anni. Ai funerali erano presenti anche Metz, Lehmann, Kasper e Schillebeeckx. Ai partecipanti è stato distribuito il Bollettino informativo dei Gesuiti della provincia della Germania meridionale (datato München, April 1984/2), dedicato alla figura di Rahner. L’ho sempre conservato, ed ho commentato varie volte ai giovani teologi la sua ultima intervista lì riprodotta. L’intervistatore domandava: «Come si può trasmettere la fede alla nuova generazione?». Rahner rispondeva: «Innanzitutto si deve predicare bene [sottolineatura del testo]. Per predicare bene, si deve prima studiare bene teologia. Ma per predicare bene, ci devono essere uomini vivi, devoti, radicalmente cristiani, che possono predicare. Naturalmente ci deve anche essere una certa libertà all’interno dell’esercizio di una tale attività apostolica, o pastorale». La teologia, quindi, è uno strumento dell’annuncio e della missione.

Il lascito maggiore di Karl Rahner lo ha individuato bene il teologo evangelico Wolfhart Pannenberg, che vede nella teologia rahneriana uno dei tentativi più consistenti del nostro tempo di tenere aperta la razionalità ridotta della cultura secolare al più vasto orizzonte di una razionalità che riconosce anche il mistero di Dio «in quanto egli ci ha insegnato a vedere in ogni tema teologico ciò che è universalmente umano», inserendosi così nel vasto solco della più autentica teologia cristiana: «L’alleanza con la ragione appartiene fin dall’inizio alla dinamica missionaria del Vangelo».




Testo già pubblicato in lingua brasiliana
sulla rivista dell’Instituto Humanitas Unisinos – IHU, 15 giugno 2009, Brasile

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Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
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