24/05/2013
250. OLTRE UNA VISIONE EUROCENTRICA DELLA CHIESA Intervista a Timothy Radcliffe di Maria Teresa Pontara Pederiva, Trento
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1. Cosa ne pensa di questa nuova stagione della chiesa? Il nuovo papa Francesco ha dato alcuni segnali, ma ancora una volta i conservatori insistono sul fatto che nulla è cambiato, i progressisti lo vedrebbero già fare passi anche troppo avanti… È un po’ sempre la stessa storia che si ripete o no?

Naturalmente ognuno esamina ogni parola del nuovo papa per vedere se è dalla “nostra parte” o meno. Questo è profondamente ingiusto. Francesco ha bisogno di tempo per scoprire la strada davanti a sé, ascoltando il parere dei suoi consiglieri e confidando nella preghiera. Egli scoprirà lentamente nei mesi quanto grande sia la necessità di un cambiamento.

Spero vivamente che sarà un momento di cambiamento radicale. Papa Francesco sottolinea sempre che egli è soprattutto il vescovo di Roma, e fin dalla prima sera affacciandosi sul balcone ha definito subito il suo predecessore, vescovo-emerito. Io ritengo che lui stia cercando di spostarci oltre l'idea, che ha governato la chiesa per secoli, che il papato sia una sorta di monarchia. Lui sta cercando di posizionare il nuovo papato all’interno del collegio universale dei vescovi. Vuole una chiesa, almeno questa è la mia opinione, che sia più dialogica tra le sue componenti.

Non dobbiamo però esagerare nel sottolineare le differenze tra papa Francesco e il suo predecessore Benedetto. Papa Benedetto ha creduto fermamente nell'importanza del dialogo, e sulla necessità di rapporti di reciprocità all’interno della chiesa. Ha parlato spesso di una chiesa che dovrebbe riflettere l'amore della Trinità, che è uguale e reciproco tra i suoi membri. Alcune scelte che papa Francesco sta compiendo potrebbero rivelarsi proprio l'attuazione della visione teologica del suo predecessore. È come se considerassimo che ciascuno ha il proprio dono: l’uno di formulare la visione teologica, l'altro di incarnarla.



2. Lei ha vissuto a Roma per nove anni (1992-2001) come maestro dell’Ordine dei Predicatori e conosce bene il centro della chiesa, ma è anche di origine inglese, vive a Oxford e conosce altrettanto bene il mondo: che cosa può significare per la chiesa un papa latino-americano?

Dai miei viaggi in tutto il mondo, ho imparato che la chiesa è l'istituzione più globale del pianeta. E così per me è perfettamente naturale avere un papa che proviene dall’America Latina. Il maestro precedente dell'Ordine Domenicano proveniva dall'Argentina, e quello attuale è il primo nella storia ad essere di origine africana.

Certo questo potrebbe costituire una sorpresa per gli europei che non conoscono la chiesa così bene. Ma sono convinto che l’elezione di papa Francesco sfiderà davvero una visione eurocentrica della chiesa. E questo è un fatto formidabile. Abbiamo bisogno più che mai della vitalità dei cattolici di altri continenti, dove le comunità sono spesso più giovani e piene di vitalità. La chiesa cattolica in Inghilterra, per esempio, ha ottenuto nuove forze dai cattolici  provenienti dalla Polonia e dalla Nigeria. Essi rappresentano per noi una benedizione.

Ma spero che l’elezione di questo papa avrà una conseguenza positiva anche in America Latina dove vive oggi il maggior numero di cattolici. Spesso la chiesa è stata minata dalla crescita delle chiese pentecostali, che attaccano il cattolicesimo come delle sette, in quanto si basano molto su una forte esperienza religiosa; tuttavia molti convertiti al movimento pentecostale non durano a lungo, e spesso finiscono per rinunciare del tutto ad una scelta religiosa dopo pochi anni. E così accade che la conversione ad una chiesa pentecostale rappresenti spesso il primo passo verso la totale perdita della fede. E quindi spero vivamente che un papa latino-americano darà fiducia ai cattolici di quelle terre perché trovino la forza di vivere la loro fede con gioia e creatività.



3. Il rabbino capo Saks ha detto che l'Europa è morta, nel senso che non è più il centro della cultura e della religione nel mondo: pensa che gli europei siano consapevoli della perdita di centralità delle nazioni europee? Che ruolo dovrebbero adottare le popolazioni europee e cristiane del mondo? (Non dimentichiamo che gli europei hanno una lunga storia e hanno familiarità con le guerre di religione, il che ci potrebbe insegnare a non ripetere gli errori… )

Conosco e ammiro il rabbino capo, che è un amico. Ma se egli ha effettivamente detto che l'Europa è morta, allora non sono d'accordo. È vero: siamo affetti da una crisi economica, e assistiamo all'ascesa di altre potenze economiche, Brasile, India e Cina (BRIC), ma questo non significa affatto che noi siamo morti! L'Europa è ancora il luogo di incontro di culture molto diverse. In questa relativamente piccola area del mondo, si dispone di una straordinaria diversità di culture, dalle ricche tradizioni latine di Italia e Spagna, eredi della cultura romana, alle tradizioni germaniche con la loro musica e filosofia, alle culture celtiche con la loro spiritualità e arte, a quelle scandinave con le loro antiche mitologie e le loro tradizioni di estrema tolleranza. E anche la cultura britannica, direi che è meravigliosamente diversificata!

Gli Stati Uniti sono, ovviamente, ancora oggi la superpotenza dominante. È difficile dire se questo continuerà in futuro, come alcuni prevedono, o diminuirà, come pensano altri. Ma l'Europa ha certamente ancora molto da dare, proprio perché è un luogo di incontro di tante culture. Le nostre città sono piene di persone provenienti da tutto il mondo, anche dalla Cina. La metà delle persone che studiano per il dottorato in matematica a Oxford provengono dalla Cina! E così, anche se forse abbiamo perso il primato del potere economico, tuttavia abbiamo un ruolo vitale nell'aiutare le culture a comprendersi tra di loro.

Questo può arricchire anche il cristianesimo, perché Cristo è colui che raccoglie tutta l'umanità in se stesso, e in cui «non c'è più Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina». Abbiamo imparato così tanto sulla tolleranza e convivenza reciproche che dobbiamo essere in grado di insegnarle agli altri.

Inoltre, come papa Benedetto ha spiegato a più riprese così bene, abbiamo una ricca tradizione filosofica, che è penetrata profondamente nel cristianesimo, e lo ha fatto fin dall'inizio. La chiesa è l'erede di due grandi tradizioni, la fede ebraica e la filosofia greca. Mi auguro che i cristiani europei possano condividere questa ricchezza filosofica da persone che vivono sul nostro pianeta sempre più piccolo e s’impegnino per comprendere le sfide del futuro e che cosa significa essere uomini.



4. Nell'anno 2017 ricorre il 500° anniversario della Riforma di Lutero: si è parlato negli scorsi mesi di ipotesi di ammissione di errori da entrambe le parti, ma le difficoltà da superare saranno enormi. Ritiene che dovrà essere fatto qualcosa per dare testimonianza dell'unità dei cristiani?

Questa è una meravigliosa opportunità di lavorare per l'unità di tutti i cristiani. Per noi, come cattolici, questa deve essere considerata una priorità speciale. Il cattolicesimo dà una grande importanza  all'unità della chiesa come segno e sacramento di unità di tutta l'umanità in Cristo nel Regno, come è stato espresso in Lumen Gentium (1).

Abbiamo già fatto molto ammettendo gli errori da entrambe le parti, e per riscoprire la nostra fondamentale unità della fede. Luterani e cattolici sono giunti all’accordo che non esistono di fatto divisioni sulla questione della salvezza per sola fede.

La grande sfida per noi sarà allora quella di capire il senso dell’unità. Per i cattolici, abbiamo bisogno di trovare un modo in cui la figura del papa possa servire all'unità di tutti i cristiani, invece di essere visto come un ostacolo. Papa Giovanni Paolo II era profondamente consapevole di questa sfida e ci ha chiesto di riflettere su di essa. Il papato non può portarci insieme verso l’unità, se è visto come una sorta di  monarchia. Come ho detto sopra, credo che papa Francesco stia cercando di portarci al di là della concezione di una monarchia papale. E questo potrebbe davvero essere un segno di speranza ecumenica per l'unità dei cristiani.

D'altra parte, penso che le altre chiese cristiane abbiano bisogno di capire l'importanza dell'unità dottrinale. In molte chiese vige ancora il presupposto sbagliato secondo il quale dottrine e dogmi siano arroganti e intolleranti. Abbiamo bisogno invece di mostrare la bellezza della nostra dottrina, come liberatoria nei confronti delle nostre menti alla continua ricerca di una maggior comprensione del mistero di Dio e della salvezza.


5. Se le capitasse di redigere l’Agenda del papa circa le azioni da compiere per rivitalizzare la chiesa, cosa metterebbe ai primi tre posti?

Credo che occorrerebbe spostare il centro di gravità della chiesa più verso le Chiese locali. I vescovi hanno bisogno di vedersi riconosciuta la fiducia di prendere decisioni senza sentirsi sempre guardati da sopra da parte di Roma.

In secondo luogo, nella chiesa antica c'era un fortissimo senso che il vescovo doveva provenire dalla chiesa locale: scelto dalla chiesa locale e accettato da essa. In effetti, per molti secoli, sarebbe stato del tutto impensabile che i vescovi avessero potuto essere semplicemente nominati da Roma senza il consenso della chiesa locale. Certo, so bene che l’abbandono di questa tradizione sia stato in qualche misura causato dalla lotta della chiesa per mantenere la sua libertà di fronte al desiderio di re e imperatori, e negli ultimi decenni del secolo scorso dei governi comunisti, tutti intenti ad ottenere il controllo sulla chiesa e privarla della sua libertà. Una certa qual centralizzazione era necessaria perché la chiesa rimanesse libera. Ma ora credo proprio che sia giunto il momento di tornare al ruolo determinante della chiesa locale nella scelta del proprio vescovo. Mi chiedo anche se sia un bene per i vescovi l’essere spostati da una diocesi all'altra. Indossano un anello che è un segno del loro essere “sposati” alla diocesi, ma sono spesso separati dalle loro diocesi originali e sposati ad altre diocesi. Se sapessero invece di rimanere nella loro diocesi, allora potrebbero prestare la loro intera attenzione. È davvero strano che si permetta ai vescovi di essere divorziati dalle loro diocesi, ma non alle persone unite in matrimonio!

E al terzo posto abbiamo bisogno di recuperare la forma di governo che era tipica dei primi secoli del cattolicesimo, che era una forma tipicamente sinodale. Per secoli le decisioni importanti sono state prese all’interno di sinodi. Sì, dobbiamo riscoprire una gestione sinodale della chiesa.



6. Che cosa potrebbe portare una maggiore collegialità all'interno della chiesa? Tra papa e vescovi, ma anche con i laici, che hanno ancora il diritto di esprimersi come battezzati e figli di Dio…

La chiesa non è una monarchia e non è una democrazia. È la comunità di coloro che sono convocati in comunità dalla Parola del Signore. Abbiamo bisogno di individuare modalità di ascolto comunitario della Parola di Dio: ascoltando il Signore e prestando ascolto reciproco gli uni gli altri. Il beato John Henry Newman, uno dei teologi preferiti da papa Benedetto XVI, ha parlato delle varie autorità nella chiesa, quella della gerarchia, della ragione e della esperienza di Dio nella preghiera. Tutto questo ci guida quando ascoltiamo insieme la Parola del Signore.

Quindi abbiamo bisogno di far rivivere l'antica tradizione dei sinodi, in cui tutto il popolo di Dio si radunava per ascoltarsi l’un l'altro, così come insieme si cercava di discernere la volontà di Dio.



7. Se lei potesse formulare una richiesta a ciascuna di queste persone cosa direbbe: al papa, ai vescovi, religiosi, sacerdoti, teologi, laici (famiglie, donne, giovani…)

Io non pretendo certo di fare richieste, ma solo di esprimere la mia speranza. Papa Francesco è un uomo meraviglioso, e siamo stati tutti benedetti dalla sua elezione. La mia speranza è che lui continuerà così come ha cominciato, e che manterrà viva la sua gioia.

La mia speranza è che i vescovi ascoltino lo Spirito Santo che si riversa su tutto il popolo di Dio. I vescovi sono ordinati per insegnare, e un buon insegnamento implica sempre un ascolto profondo, sia nei confronti di Dio che del suo popolo.

Per i preti, la mia speranza è che ci accorgiamo giorno dopo giorno di essere ministri della vita piena di Cristo, e che quindi abbiamo bisogno di lasciarci toccare dai drammi della vita quotidiana delle persone. Dobbiamo, come ha detto il papa, sentire l'odore delle nostre pecore.

La mia speranza è che i teologi rimangano sempre aperti nei confronti di coloro con cui non condividono le opinioni, mostrando la grandezza del loro cuore e delle loro menti. Non c'è verità senza carità, né carità senza verità.

La mia speranza è che i laici crescano nella consapevolezza della bellezza della loro vocazione di battezzati. Non c'è vocazione più alta. Ecco perché ho scritto il mio ultimo libro, Prendi il largo!


8. Cosa ritiene che dovrebbe essere fatto per rilanciare la chiesa e il cristianesimo in un'epoca di pluralismo culturale e religioso che si configura quasi come un supermarket delle fedi?

Al centro della nostra fede non sta una scelta da consumatori, bensì la scoperta sorprendente che siamo stati “scelti”. San Giovanni scrive: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Giovanni 4,10).



9. Il ruolo dei poveri, la chiesa dei poveri sono le parole del papa, ma non sono altro che l’insegnamento del Vangelo e tutto il magistero. Come è possibile che ora sembri così tutto nuovo ed eccitante?

Per la prima volta da decenni, siamo ancora di fronte all’autentica povertà in Europa. In Gran Bretagna, un Paese economicamente buono, mezzo milione di persone devono contare su banchi  solidaristi alimentari per sopravvivere. E tuttavia si assiste ad una crescente tendenza a disprezzare i poveri. Di fronte all’effettiva carenza di posti di lavoro, l’opinione pubblica ha l'impressione che sia colpa loro, che non vogliono lavorare, che sono pigri. E così la chiesa ha la straordinaria missione di aprire gli occhi di tutti sulla dignità dei poveri, che sono la nostra carne e il nostro sangue, e aprire le nostre orecchie per ascoltare ciò che dicono e come vivono. In caso contrario, la società europea potrebbe davvero finire per sgretolarsi, e le conseguenze sarebbero terribili.



10. La chiesa è spesso vista come un organismo che promuove battaglie morali o politiche: come restituire alla testimonianza evangelica l’essere lievito nella società? (La gente si chiede se è così importante contrastare i matrimoni gay: se uno non lo approva non lo chiede… sembra così semplice!)

La chiesa deve reggere una precisa visione morale, ma ha bisogno di trovare un modo per non apparire ai più di essere sulla difensiva contro la modernità e in un certo qual modo “escludente” di ogni modernità per l’uomo. Questo è difficile da raggiungere. Solo se siamo visti  stringere amicizia con le persone, essere aperti a tutto ciò che esse vivono, le loro speranze e le loro lotte, saremo in grado di trovare una parola di novità e saremo in grado di parlare di Dio alle persone. Ad esempio, potremo parlare di omosessualità e di matrimonio gay, solo nella misura in cui saremo visti come accoglienti verso le persone omosessuali, ascoltando e godendo della loro profonda amicizia. Solo in un momento successivo avremo così l’opportunità di andare alla ricerca di parole che allo stesso tempo siano fedeli al Vangelo e autentiche per la vita delle persone, che le sentiranno come proprie.


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Timothy Radcliffe
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Vivere il battesimo 
e la confermazione

Spiritualità 153
pagine 384

 

Timothy Radcliffe
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Una spiritualità 
per il nostro tempo
 
Spiritualità 143
pagine 360

 

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