22/11/2017
383. RUDOLF OTTO, 1917 Il cristianesimo come la più viva espressione del Sacro: mistero e fascino
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Ricorre quest’anno il centenario di una grande opera, Il Sacro (1917). Riportiamo questo brano significativo dalla Antologia del Novecento teologico (Queriniana 2011). Il centenario viene celebrato da un Convegno internazionale all’Università degli Studi di Trento (23-24 novembre 2017).

 

 

Il cristianesimo come religione esprime il Sacro («das Heilige»), che ha due aspetti: il primo è il «tremendum», il numinoso, il misterico, l’a-razionale o irrazionale, l’indicibile, il sublime, il «totalmente Altro» («das ganz Andere»): quest’ultima espressione sarà ripresa da Karl Barth e dal filosofo Max Horkheimer per esprimere la Trascendenza, e rimane cifra linguistica espressiva della Trascendenza; ma, insieme, si coniuga con un secondo aspetto: ciò che è augusto, affascina: «tremendum» e «fascinans». Il primo aspetto è stato disatteso dai razionalisti, in particolare da Hegel, che considera il cristianesimo solo in termini di Spirito come «ragione assoluta». Il cristianesimo, nelle analisi di Otto, è la più viva espressione della coniugazione dei due aspetti: il «Vangelo del Regno» è «l’assoluta mirabile grandezza», e insieme, «il captivante»: mistero e fascino. Secondo lo storico e teologo Ernesto Buonaiuti, che ha tradotto in lingua italiana Il Sacro (1917), il libro del teologo e storico delle religioni di Marburg, Otto, «racchiude le prime linee di una filosofia della religione».

 

Nel Vangelo di Gesù si è consumato e celebrato il processo tendente a saturare di elementi razionali, etici ed umani l’idea di Dio; processo iniziato dai più antichi periodi della tradizione dell’antico Israele e culminato nei Profeti e nei Salmi. Tale processo ha portato l’apprensione del numinoso a un grado sempre più ricco e pieno, mediante predicati sempre più chiari, di più profondi valori sentimentali razionali. Nacque così la fede nella “paternità di Dio”, in quella insuperabile forma che appare nel cristianesimo. Sarebbe però anche qui commettere un grossolano abbaglio darsi a credere che simile processo di rivestimento razionale sia una eliminazione del numinoso. Si tratta di un abbaglio verso cui sospinge la già troppo plausibile delineazione odierna della “fede di Gesù in Dio Padre”, ma che certamente non corrisponde affatto all’atteggiamento delle primitive comunità. E lo si può commettere disconoscendo quel che l’annuncio di Cristo vuol essere, sempre, dal principio alla fine; vale a dire l’annuncio dell’oggetto più numinoso che si possa pensare, cioè del “Vangelo del Regno”. Ora il Regno – e lo mostrano decisamente le più recenti indagini contro tutte le attenuazioni razionalistiche –è appunto, l’assoluta, mirabile grandezza, in indiscutibile contrasto con tutto [ciò] che è attuale e presente, “il completamente altro” (das ganz Andere), “il celestiale”, impregnato e pervaso da tutti i più genuini motivi del “terrore religioso”, il “tremendo”e insieme il “captivante” e “l’augusto”, del misterioso per essenza. Come “setta escatologica” (divenuta subito dopo anche “pneumatica”) si propagò il cristianesimo adolescente, con la parola d’ordine: «Il Regno è vicino». Nell’escatologia il suo orizzonte è il suo tono; da essa la mescolanza dell’aspettativa profonda del finimondo e del giudizio e dell’irruzione del mondo trascendentale, con la beata visione dell’avvento natalizio, mescolanza del tremendum e del fascinans.

[…]

Come in Paolo, cosi anche in Giovanni è imponente la trama del numinoso. Il momento del tremendum, è vero, si assottiglia in lui, come spesso nella mistica (senza pero scomparire del tutto) […]. Ma tanto più vigoroso è il mysterium e il fascinans. In Giovanni il cristianesimo assimila dalle religioni rivali luce e vita e a pieno diritto, poiché, solo nel cristianesimo luce e vita si trovano a casa loro. Ma che cosa sono luce e vita? Chi non lo sente è di legno. Ma nessuno può dirlo. Sono una esaltazione dell’irrazionale. 

Non si creda che tutto ciò non sia vero anche di quell’inciso giovanneo, al quale i razionalisti amano riportarsi con più vivo compiacimento: «Dio e Spirito» (Gv 4,24). A queste parole faceva appello Hegel per riconoscere e proclamare il cristianesimo come la religione più sublime, perché la genuinamente spirituale, poggiante cioè su Dio come Spirito, vale a dire come assoluta ragione. Ma questo si chiama grossolanamente fraintendere poiché parlando di Spirito, Giovanni non pensa affatto all’assoluta ragione, bensì a ciò che è in assoluto contrasto a tutto il mondo, ad ogni carne, all’essenza cioè puramente celestiale e miracolosa, a tutto [ciò] che è misterioso e sorprendente, che è al di là di ogni comprensione e di ogni intelligenza umana. Ha di mira cioè lo Spirito, che «dove vuole, soffia. Tu cogli molto bene la sua voce, ma non sai donde venga e donde si diriga». E che quindi non può essere in alcun modo vincolato a Garizim o a Sion, e a cui possono prestar culto solamente quelli che sono parimenti «in spirito e in verità». Onde quell’inciso, dall’apparenza tutta razionale, richiama nella maniera più vigorosa l’irrazionale dell’idea biblica di Dio.

[…]

Sulla redenzione di Dio realizzata allora, e però già qui sperimentata, è poggiato integralmente il Vangelo. Nel primo aspetto [come tremendum: la grandezza del Regno promesso], come garantita promessa del regno di Dio. Nel secondo [come fascinans: la vicinanza del Regno], diretta e già presente esperienza intima della figliolanza da Dio, che il Vangelo instilla nell’anima della comunità come immediato possesso. Che la comunità ne fosse consapevole, come di qualcosa di completamente, qualitativamente nuovo, inaudito, eccedente ogni misura, traspare nel lóghion, in cui è detto che la Legge e i Profeti andarono fino a Giovanni, ma che ora il Regno è giunto con potenza, e che anche Giovanni, che pure aveva bandito il proclama del regno di Dio, è annoverato solamente sotto la nomenclatura “Legge e profeti”.

Se si volesse descrivere questa novità con le parole più concise e nella sua essenza più originale, si dovrebbero inventare le parole di Paolo (Rm 8,15) se esse già non esistessero: «Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù, che vi debba ancora piombare nel terrore, ma voi avete ricevuto uno spirito filiale, attraverso il quale noi gridiamo: Abbà, caro Padre!». Qui, sì, Paolo ha toccato la meta e il centro, ha rotto definitivamente il vincolo con la vecchia religione, e ha strettamente individuato la nuova, scoprendone il “principio e l’essenza”. E questo “principio” e questa “essenza”sono quegli stessi condivisi dai primi pescatori del mare di Galilea e son rimasti gli stessi attraverso tutta la storia del cristianesimo. Con essi è entrata nel mondo la nuova attitudine dinanzi al peccato e alla colpa, alla legge e alla libertà, con essi, a norma del principio, sono conferiti la “giustificazione”, la rinascita, il rinnovamento, l’elargizione dello Spirito, la nuova creazione, la beata libertà dei figli di Dio. Queste o simili espressioni, dottrine, cicli ideali, e la conseguente profonda speculazione dovevano sopravvenire, quando la Parola suscitò lo spirito che le corrispondeva. Sicché il primo, immediato gesto del Cristo, che noi anche oggi possiamo chiaramente comprendere, è l’effettuazione e l’elargizione della salvezza in speranza ed in atto, mediante l’accensione della fede nel suo Dio e nel regno di Dio.

 

 

[Rudolf Otto, Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen, 1917, ed. rivista 1936.]

[Trad. it. di Ernesto Buonaiuti, Il Sacro. L’irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano 1966; cap. 13, 88-89, 98; cap. 22, 157-158.]






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