27/03/2008
111. Teologia in movimento In occasione dell’80° genetriaco di Hans Küng di Johannes Röser
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Gli ottant’anni di Hans Küng il 19 marzo danno l’occasione di guardare pubblicamente alla situazione della teologia. Che tipo di “sapere di Dio” può aiutare la nostra fede?


Non ci sono molti teologi al mondo che, come Hans Küng, siano stati seguiti, apprezzati e soprattutto, a motivo del contenuto della loro opera, riconosciuti – e ciò molto prima della “globalizzazione”. Già solo la sua continua presenza in pubblico dimostra quanto egli in modo sensibile e preciso riprenda i veri e grandi temi. La questione di Dio occupa in un tempo di secolarità le persone colte tra quanti prendono le distanze dalla religione, e non solo coloro che accademicamente si sono dimostrati i “migliori”, i capi di stato in carica o che lo sono stati, le guide economiche, gli artisti, gli intellettuali e gli scienziati.

Con un senso preciso Hans Küng, che è in grado di parlare e dibattere con le persone importanti a livello sociale e culturale, è rimasto sempre allo stesso modo un teologo della gente semplice, un teologo del pubblico colto, per coloro che hanno il dubbio di fede e che a volte non riescono più a credere anche se forse crederebbero volentieri. Ebbene Küng non da ultimo scrive e discute per loro. Infatti la vera teologia non è mai stata un presuntuoso affaccendarsi clericale, e invece lotta con la vita, per la vita e dalla vita. E Küng, a cui volentieri si attribuisce l’etichetta di “liberale”, non ha mai fatto semplicemente passare qualsivoglia opinione, rendendo ragione di tale concetto, ma, scavando in profondità, illumina gli orizzonti manifesti e celati dell’esperienza di Dio e del mondo con le sue camere oscure nella storia e al presente – rivolgendosi al futuro.

Küng, il dotto uomo di Dio, è anche il sacerdote Küng, che cura le anime attenendosi al principio che la “semplice” direzione spirituale non è mai facile perché tocca le anime e ha bisogno di un’ancora teologica esigente per non diventare banale. Questo richiede considerevolmente di più che un po’ di buon senso e l’impiego di istruzioni pastorali in misura maggiore o minore indovinate.

Di fronte alla curiosa e continua attenzione per Küng ci si chiede tuttavia in modo preoccupato perché alla maggior parte dei teologi oggi non riesce più di trovare la considerazione del pubblico, di fornire delle dritte su questioni esistentivamente assillanti che ancora scuotono le persone. Alla vigilia dell’anno dedicato a san Paolo sono ancora presenti pensieri sgradevoli del tipo se soprattutto oggi un simile “apostolo delle genti” avrebbe ancora delle opportunità. Se sì – con quale forza e autorità dovrebbe parlare per farsi ascoltare? Paolo imparerebbe oggi da Küng per la sua presenza in pubblico – ad esempio per una comparsa all’areopago di un talkshow televisivo?


Autorità “apostolica” senza il riconoscimento ufficiale all’insegnamento

Küng respingerebbe come presuntuoso il confronto con Paolo. Ma il dotto svizzero di Tubinga ha senza dubbio l’autorità “apostolica” come dottore della fede, titolo riconosciuto in questi quasi trent’anni senza il riconoscimento ufficiale all’insegnamento. Malgrado questo le persone lo ascoltano volentieri e riflettono anche insieme a lui. In qualsiasi posto vada, può contare ovunque su un pubblico critico che in larga parte è molto insoddisfatto di quello che gli viene dato come abituale offerta teologica da parte del magistero della chiesa. Küng non discorre con le persone seguendo la bocca ma parla di molte cose che vengono dall’anima.

Come può essere, ci si chiede, che la chiesa rifiuti la riabilitazione a uno dei suoi membri migliori? è un segno di una ostinazione superiore? Nonostante diversi tentativi di mediazione e malgrado una visita amichevole di Hans Küng a papa Benedetto XVI, suo ex collega e spesso una controparte, finora non ne è venuto quel segnale liberante che molti si attendono. Può aver di sicuro avuto la sua parte il temperamento di Küng. E certo non va ulteriormente male se tutto rimane così com’è. Ha trovato il suo riconoscimento. In più egli condivide questo destino con altre famose figure dotte della storia e del presente – si pensi solo a Pierre Teilhard de Chardin. Sembra quasi che appartenga all’onore di un teologo importante l’essere stato prima o poi messo al bando dal magistero della chiesa. E in effetti questa sorte è toccata a non pochi famosi pensatori di Dio. Per la fede nella cultura della comunicazione di oggi è però di danno più rilevante che in passato. Poiché ciò che può essere considerato un caso personale o “definire” una vicenda privata ha creato alla fede stessa nella storia del cristianesimo ferite devastanti.

Un volta Karl Lehmann ha parlato di ciò come di un autogol. Nel caso di Küng l’autorete dell’impedimento ad insegnare è la cosa più assurda della storia della chiesa più recente, con conseguenze catastrofiche persistenti e una colossale perdita di credibilità per il magistero della chiesa. Di una sua fedeltà alla chiesa cattolica Küng non ha mai lasciato dubbi: questo i fedeli glielo riconoscono e lo apprezzano anche i non cristiani. Ed è così che attualmente è opportuno che il magistero si faccia un’idea sull’erosione della propria autorità. Non solo la chiesa possiede infatti una memoria da elefante, ma anche le culture ne hanno una così fatta.

In molti articoli scritti in occasione del compleanno si ricostruiscono le diverse tappe di Küng. Le considerazioni storiche sono importanti e significative soprattutto perché la teologia del XX secolo ci ha fatto conoscere quanto può essere feconda una tale memoria critica e a volte anche pericolosa. Per il futuro della teologia cristiana fa da ulteriore stimolo ricordarci dell’atteggiamento, dello spirito e della passione che hanno mosso la creazione teologica di Küng. La teologia non è mai stata per lui un sistema già pronto in cui tutt’al più si tratta di registrare qualche vite, ma dove tutto in fondo è stabilito a priori. Essa è stata per lui – come si diceva un tempo – non tanto un “sostantivo” quanto un “verbo”: osservare, scoprire, riconoscere, rigettare, accogliere, comprendere, cercare, trovare, trasmettere, assumere, stimolare ed essere di stimolo – cioè, fare.

Mentre papa Benedetto XVI, già Joseph Ratzinger, ha dichiarato che questa parola in qualche modo fa parte dei termini proibiti per la teologia e la chiesa, perché nella filosofia platonica che sta alla base del suo comprendere teologico rifiuta ogni “fare” come una hýbris dell’essere umano e riconosce come vera via della vera fede solo l’accogliere Dio stesso che si auto-rivela a partire dall’“immagine originaria”, Hans Küng – che è fedele all’impostazione aristotelica della conoscenza come conquista da parte umana – fa un riferimento più deciso alla potenzialità formale e attiva della creatura. L’essere umano fatto a immagine di Dio possiede la capacità di vedere con sguardo penetrante la forma naturale e la storicità della creazione cogliendovi il contenuto di rivelazione e di cercare nuovi modi per comprenderlo ed esprimerlo in un processo evolutivo. Dio non ha creato solo l’essere ma anche il divenire; non solo il presente della rivelazione, ma anche una sua storicità. Il Creatore non ha fissato il nostro pensiero, ma gli ha donato quelle possibilità di svilupparsi, come è anche della teologia. Così l’“inizio di tutte le cose” non è certo la fine di tutto.

In questa prospettiva non sembra una pretesa ingiustificata il farsi attivamente vicino al Dio sempre Nuovo che sta davanti a noi, quanto il rimanere passivo nell’attesa di quel che si presume sia sempre stato, è ed esattamente così resterà. Un Dio senza processo o Dio nel processo della vita? Qui si pongono delle differenze fondamentali tra i modelli di pensiero e di comprensione della filosofia e della teologia: niente di nuovo sotto il sole? oppure, nulla di nuovo sotto il sole di Cristo?


Solo attraverso Cristo

Non è solo sciocco, ma è pure falso classificare Hans Küng come un “ribelle della chiesa” nel senso vero della parola. Infatti a lui non è mai interessato ribellarsi, ma farsi sostenitore di una riforma che venga dal profondo dello spirito ispirato da Dio che ogni volta rompa nuovamente gli attuali modelli di comprensione e ne apra l’accesso ai nuovi. Così lo sforzo di Küng di una “riforma” della vita della chiesa orientata alle fonti si alimenta dalla sua comprensione di Cristo. A indicargli la via nella ricerca del rinnovamento della chiesa non fu una sociologia della coscienza democratica, ma prima di tutti Paolo e la sua comprensione della giustificazione. Il dolore del cristianesimo diviso spinse Küng a cercare nuove vie per l’unità. In un tempo in cui i cattolici consideravano tutt’al più molto esteriormente la teologia evangelica, egli strinse rapporti con Karl Barth. Anche in questo approfondimento spirituale Küng trovò livelli di intesa a cui per grazia, per fede una comprensione evangelica ed una cattolica della giustificazione del peccatore solo attraverso Cristo possono toccarsi e forse un giorno crescere insieme. Nel tentativo di armonizzazione non si cercò con lo sguardo rivolto all’indietro di tenere lontano il punto di maggior conflitto, che in Occidente provocò la divisione delle chiese, fin tanto che nessuno più potesse comprenderne le ragioni. Piuttosto si sviluppò un nuovo paradigma a partire dal quale si potessero giudicare le condanne di un tempo come immotivate per l’oggi e per domani. Questo è in primo luogo una teologia innovativa.

Grazie ai suoi studi ecumenici Küng ha aperto vie nuove per la Dichiarazione sulla dottrina della giustificazione [Enchiridion Œcumenicum 7, Dehoniane, Bologna 2006, nn. 1831s.] accolta congiuntamente nel 1999 ai massimi livelli luterani e cattolici, anche se successivamente – e questa volta specialmente per pregiudizi evangelici – non ha raggiunto quel peso che per la sua sostanza possiede. Ma al lungo e difficile processo di ricezione si può riconoscere e va in primo luogo apprezzato ciò che mezzo secolo prima era stato previdentemente elaborato.

Oppure si pensi alla questione dell’infallibilità che ha suscitato in modo visibile parecchi conflitti. In fondo fino ad oggi non si è risposto. Ma di fatto una nuova visione del mondo è stata la causa di nuove prospettive sulla fede che lo si voglia o no. Oggi si può solo dire che chi si rifiuta di accettare un dibattito sull’infallibilità a motivo di un falso tradizionalismo o di un’errata paura di perdita di autorità, promuove proprio quella erosione che pensa tacendo di respingere. Küng l’aveva già previsto in modo chiaro negli anni Sessanta. La storia gli dà ragione.

In ogni conflitto sulla “chiesa” il suo tema centrale più autentico è sempre stato però l’idea di Cristo, la cristologia, la domanda sulla percezione di Cristo da parte dell’uomo moderno in un mondo altrettanto moderno e plurale. Come può costui trovare accesso, in quanto contemporaneo illuminato e cristiano, a una figura biblica che ci è stata sottratta attraverso le varie epoche, ci è insegnata dai dogmi ed è stata sorprendentemente accostata in modi nuovissimi dalla ricerca storico-critica? Questo già molto presto tormentò Küng. Sul versante cattolico fu uno dei primi dogmatici ad accogliere la moderna esegesi. E tra i primi non evitò le discussioni pionieristiche – e a volte inquietanti – sulla demitologizzazione per giustificare l’autentico “essere cristiani” non contro, ma con le conoscenze della ricerca biblica e di storia delle religioni. Essere cristiani ha bisogno di Cristo – ma di quale Cristo?

Küng non si è accontentato dello sguardo speculativo di un cristiano anonimo e, con questo, di un Cristo in certo qual modo anonimo. L’icona del Dio che non si fa vedere ha un volto terreno, storico, reale. Küng ha voluto conoscere il Cristo dei cristiani come quel Gesù dei cristiani che è radicato in terra. Non ha avuto interesse per le realtà generali ma per le cose concrete. Ha cercato una mistica di Cristo fondata e fondabile dal punto di vista storico-critico, che non si rifugiasse in un mito di Cristo speculativo. E questo si mostrò nel corso della complessa storia delle ricerche esegetiche che alla fine sono in grado di sapere per certo molto meno della figura di Gesù di ciò che all’inizio esse speravano di venire a conoscere. Tuttavia per Küng questo non fu motivo di rassegnazione ma rappresentò la motivazione per acquisire nella completa relatività un’immagine essenziale di Cristo non ingenua, non gradevole o a piacere, ma in grado di correggersi in qualsiasi materia, aperta e grande. La libertà di un cristiano ha bisogno della libertà della fede in Cristo. E qui va messa la fede nella risurrezione. Ora Küng non ha ridotto nulla. Nonostante i molti giochi linguistici e i tentativi di esprimere in nuove immagini la nuova vita in Cristo, la sua comprensione di Cristo non è rimasta un vago “esito aperto” ma rigorosamente nella pienezza, ortodossa. Purtroppo spesso non si è colto che i giochi linguistici con la loro dinamica e l’indeterminatezza circolare e mai diretta non rinunciano alla verità, ma pongono appropriatamente nel gioco della fede questa verità insieme a quelle indeterminatezze. Il gioco del linguaggio non è mai per Küng una bazzecola ma respiro linguistico nei polmoni di un desiderio di Cristo che si misura su Gesù.

Già a motivo del suo primo studio su Hegel Küng aveva riconosciuto che le immagini di Dio speculative e statiche o strettamente personalistiche non danno più frutto. Nell’orizzonte delle conoscenze cosmologiche e biologico-evolutive Hans Küng scrisse un “trattato” su Dio come nuova fondazione del discorso – un’opera satura di esperienza, orientata all’empirico dal punto di vista dei numerosi approcci filosofici e delle scienze naturali come di quelle umane. “Esiste Dio?”. E di nuovo questo fu per Küng non un tema accademico ma teologia del popolo e per esso. Il dibattito attuale sull’ateismo, logorato da qualche ateo sorprendentemente sterile e pieno di sé, è per Küng presumibilmente un orrore. Egli ebbe altri partner di dialogo – anche dal punto di vista letterario, atei di rilievo, in carne e sangue, che si tormentano, che pongono domande, scettici che dubitano in primo luogo di se stessi, non i saccenti che non conoscono difficoltà, autori di libelli pseudo-umanistici a buon mercato.

Così anche la dottrina su Dio di Küng è tutt’altro che una semplice dissertazione: è un lottare con Dio – sempre nella consapevolezza delle grandi cadute del genere umano: un pensare e anche un venir pensato da Dio – ai limiti. Può cadere anche Dio? ed è possibile pensare Dio? Fa parte della grandezza di Küng il non aver mai tenuto in poco conto le rappresentazioni e i sentimenti antropomorfi a volte semplici legati a Dio.

È stato coerente che in una fase successiva, dopo la revoca del permesso all’insegnamento essa costituisce un buon terzo della sua vita, egli si sia posto ancora una volta con tenacia i temi della universalità religiosa e morale. Se il nostro Dio non è il Dio di un gruppo sociale, che significato può avere questo per la vita religiosa e secolare in un mondo multireligioso e multiculturale? Nello sforzo di cercare un éthos mondiale Küng ha ancora una volta allargato la cerchia del suo uditorio fino a quelle sfere del politico da cui i teologi sono esclusi – tranne il papa. Palesemente qui Küng non è stato – e non lo è tuttora – stimato un qualunque partner del dialogo etico tra molti altri ma come un teologo cristiano e un uomo di Dio di rilievo, che ricopre queste cariche a motivo della sua rilevanza oggettiva anche se ciò è contestato o rimosso a livello di ministero ecclesiastico. Da questo c’è da trarre solo un insegnamento: i figli di questo mondo a volte sono più saggi e lungimiranti dei figli della luce.

Naturalmente in molti articoli – aumentati nel frattempo – si è anche scritto delle “debolezze” personali di Küng, a volte con una considerevole malignità. Sull’argomento siamo in grado e vogliamo qui dire che ognuno ha le sue debolezze. E le futilità dei giornalisti non sono da poco.


Modelli: ieri, oggi, domani

In un’epoca in cui la teologia si è congedata in larga parte dal voler contribuire alla costruzione dell’opinione pubblica e dal raggiungere la coscienza delle persone al di là di un servizio pastorale e di un provincialismo comunitario, è necessario ricordarsi di una originaria passione del teologico che non si è mai spenta in Küng. È in primo luogo una passione del teologo. Hans Küng ha mostrato lungo tutta la vita cosa significa e come si riesce a far crescere con la teologia la tensione, ad accendere un movimento, a mettere in moto lo stesso discorso su Dio. E questo non è mai stato una innocua teologia del ben-essere, ma quasi sempre una lotta in prima linea, una competizione argomentante per la conoscenza e la plausibilità, non raramente ai bordi dell’esistenza. La consolazione della teologia come conforto della fede non è a buon mercato se essa scorge veramente questa verità, a motivo di quella verità più grande, pure in tutte le sue indeterminatezze e incertezze.

Questo Küng lo ha sempre fatto. Certo viene richiesto di esporsi costantemente e in modo nuovo al mutamento dei modelli di comprensione di Dio e dell’essere umano, di essere e tempo, della materia e della vita. I mutamenti di paradigma non valgono per quanti a livello amatoriale inseguono compiaciuti i modelli, i quali riproducono le cose secondo piani già pronti che altri hanno indicato loro. A volte – e non così raramente – bisogna disegnarne di nuovi sulla scorta dei vecchi progetti. Le rivoluzioni spirituali investono sempre la nostra coscienza di Dio. Esistono strutture non solo per le rivoluzioni scientifiche ma pure teologiche, che spesso sono delle rotture e non semplicemente solo dei passaggi armonici da una tradizione a un’altra passando per la tradizione. Hans Küng ha affrontato coraggiosamente e con visibilità questi punti di rottura in opposizione agli inganni e agli autoinganni religiosi.

La teologia non è ma stata solo qualcosa che richiede una riparazione. La teologia ha bisogno, come già lo è stato per Paolo, il primo grande teologo alla sequela di Gesù, di energia, materia, spirito, di vita – e, ripetutamente, di emozione. L’ottantesimo compleanno di Hans Küng, che molti onorano perché ha compiuto una vita di fede ampia e chiara, è l’occasione di onorare insieme a un teologo vivace una teologia altrettanto tale, poiché essa rende la fede mobile e ricettiva.




Johannes Röser, 1956, ha studiato teologia a Friburgo e Tubinga (Germania). Curatore di numerose pubblicazioni, dal 1995 è redattore capo di Christ in der Gegenwart.



Opere di Hans Küng

- La giustificazione, Queriniana, Brescia 1969, 19793
- La Chiesa, Queriniana, Brescia 1969, 19925
- Incarnazione di Dio. Introduzione al pensiero teologico di Hegel, prolegomeni ad una futura cristologia, Queriniana, Brescia 1972
- Perché un'etica mondiale? Religione ed etica in tempi di globalizzazione, Queriniana, Brescia 2004
- La donna nel cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005
- Arte e problema del senso, Queriniana, Brescia 1988
- Mozart. Tracce della trascendenza, Queriniana, Brescia 1992
- Etica mondiale per la politica e l'economia, Queriniana, Brescia 2002
- Ricerca delle tracce. Le religioni universali in cammino, Queriniana, Brescia 2003





© Christ in der Gegenwart 11 (Friburgo, Germania, 16 marzo 2008)
© 2008 by Teologi@Internet
Traduzione dal tedesco a cura della Redazione Queriniana
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)
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