23/10/2009
144. Un maestro spirituale per il nostro tempo: Timothy Radcliffe di Maria Teresa Pontara (giornalista, Trento)
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Forse da noi è più conosciuto oggi che è tornato al Convento dei Blackfriars a Oxford di quando viveva in quello di Santa Sabina a Roma, Curia Generalizia dei Domenicani. Di fatto si può dire che padre Timothy Radcliffe – dal 1992 al 2001 Maestro dell’Ordine dei Predicatori – rappresenta ormai un punto di riferimento per molti anche in Italia. Grande preparazione culturale e teologica, attenta sensibilità pastorale coniugate a una forte carica umana e rara capacità comunicativa – vincitore del Premio Ramsey 2007 per la divulgazione teologica – un’innata letizia di fondo affinata dalla familiarità con la “gioia” del Fondatore, e una conoscenza (si direbbe in tempo reale) della realtà del mondo laico: un mix non scontato che fa di lui un formidabile annunciatore del Vangelo in ogni angolo del pianeta. O come scrivono a Singapore dove lo aspettano a metà novembre, uno “speaker freelance”.

Definito anche il Martini inglese, i suoi libri si esauriscono ben presto in libreria come nella Rete. Eppure lo spirito è rimasto immutato: ed è quello di un figlio di san Domenico, in grado di coniugare con estrema umiltà preparazione e dialettica in spirito di servizio, «umiltà di quelli che riconoscono di essere creature e che la loro esistenza è un dono», diceva ai Benedettini nel 2002. Ma essenzialmente è uomo di intensa spiritualità capace di trasmettere – con efficacia immediata spesso associata a fine ironia – fiducia nella vita, nel prossimo e nell’amore del Padre. «È un cristiano da ascoltare perché a sua volta è ascoltatore della Parola e dell’uomo» ha scritto di lui Enzo Bianchi.



Un autentico figlio di san Domenico

La storia di una vocazione maturata a vent’anni l’ha raccontata lui stesso nel 2000 a Guillaume Goubert del quotidiano La Croix.

Nasce a Londra nel 1945 a pochi giorni dalla fine della guerra e a due anni dall’indipendenza dell’India – «il termine di un’epoca per noi Inglesi» – in una famiglia aristocratica dello Yorkshire, tornata da due secoli al cattolicesimo non senza sofferenze. Padre alla City (primo nella storia a lavorare) e madre portoghese nobile intellettuale che parla francese e legge greco e latino. Insieme a cinque fratelli, trascorre un’infanzia da privilegiato in splendide dimore di campagna con cappella privata, ignaro come tanti di chi viveva di lavoro in fabbrica o in povertà. Il contatto con la natura affina uno spirito già portato alla contemplazione. La consapevolezza di appartenere a una grande tribù di cugini e parenti contribuisce all’acquisizione di uno spirito comunitario dove si pensa in termini di “noi”, uno dei suoi concetti-chiave. Istruzione presso ferrei collegi benedettini, un anno di stage a Londra prima dell’Università, poi la svolta. L’incontro con i Domenicani – ordine che in famiglia era percepito come un po’ troppo “a sinistra” – e una scelta soprattutto per quel motto “Veritas” che tanto l’attirava insieme allo studio. La vita di comunità, l’impegno di studente (Dogmatica e Sacra Scrittura) a Oxford, Parigi – confratello e allievo di Congar e Chenu – e poi Gerusalemme preparano la chiamata ad un servizio sempre più impegnativo. Cappellano universitario, docente a Oxford, priore dei Blackfriars e generale d’Inghilterra nel 1988 non senza qualche rimpianto. «La cosa più dura è stata rinunciare agli studi. Per vent’anni, tutti i giorni, ero stato in biblioteca a confrontarmi con la parola di Dio – confida a Goubert – non mi ero reso conto fino a qual punto lo studio facesse parte della mia preghiera». È in quella veste che comincia ad essere conosciuto anche a Roma dove il benedettino Giuseppe Nardin, già abate di San Paolo, che tanto aveva lavorato alla Congregazione per i Religiosi, preannuncia per lui un futuro di servizio ancora più intenso. Nel capitolo di Città del Messico del 1992 a quarantasette anni viene eletto Maestro dell’Ordine. Si trasferisce a Roma per nove anni, metà dei quali trascorsi in visita alle comunità in tutto il mondo. Concluso il mandato di 85° successore di san Domenico, primo inglese della storia, un anno sabbatico attraverso gli Stati Uniti. Il resto è storia di oggi, una storia di grande coinvolgimento nella Chiesa locale – Blackfriars è la sua casa e grande la collaborazione fraterna con Rowan Williams primate anglicano o il cardinale emerito di Westminster Murphy O’Connor e il successore – ma il respiro ormai è universale e per mesi lo incontrano in giro per il mondo perché, dice ai suoi frati, «la gioia di Domenico è inseparabile dalla nostra vocazione di predicatori della buona novella».



Una spiritualità dello studio

È dagli anni delle Lettere all’Ordine che il suo pensiero varca i confini del Regno Unito. Restano affidate alla storia alcune tra le più belle che siano mai state scritte, commenta qualcuno. «La perenne sorgente della speranza» (1995) è un inno alla serenità interiore di quanti hanno il privilegio di studiare teologia. «Il teologo deve essere un mendicante che sa come ricevere i doni del tutto gratuiti del Signore. Lo studio è una strada per la santità». Studiare come «un atto di speranza» che lui declina sul tema dell’annunciazione: «quell'incontro, quel dialogo, è un efficace simbolo di ciò che significa essere uno studioso» perché momento di attenzione, di fecondità, apertura al futuro. Capacità di ascolto, sapersi mettere in discussione, ma in fin dei conti «studiare dovrebbe semplicemente far parte della gioia di essere pienamente vivi». Studio come «un atto eucaristico»: «apriamo le nostre mani per ricevere i doni di una tradizione ricca di conoscenza. Ricordo, da studente, il grande sconcerto di scoprire che il Concilio di Calcedonia non era il termine della nostra ricerca per comprendere il mistero di Cristo, ma un nuovo inizio, che faceva esplodere le poco coerenti meschine soluzioni, nelle quali avevamo tentato di costringerlo. La dottrina non dovrebbe indottrinarci, ma liberarci per continuare il viaggio». «Vi è anche la crescente marea del fondamentalismo, che deriva da una grande paura di pensare: può apparire come una incrollabile fedeltà all'ortodossia, ma contrasta con un principio fondamentale della nostra fede, che sostiene che quando noi argomentiamo e ragioniamo, onoriamo il nostro Creatore e Redentore, che ci ha dato la mente con cui pensare e avvicinarci a Lui. Non possiamo fare teologia, se non abbiamo l'umiltà e il coraggio di ascoltare gli argomenti di coloro con cui non siamo d'accordo, e di prenderli sul serio».

Una teologia aperta: «siamo aiutati dall'essere un Ordine veramente mondiale, i nostri fratelli e sorelle africani possono aiutarci a volgerci verso una teologia maggiormente basata sulla reciprocità e armonia, le tradizioni religiose asiatiche possono aprirci verso una teologia maggiormente contemplativa».

«Lo studio non può essere solo addestramento della mente; esso è trasformazione del cuore umano. Lo studio così ci insegna la dolcezza, anche Tommaso è stato un grande teologo perché aveva un cuore tenero». Ricordando Congar: «quello che possiamo predicare e dire, per sublime che sia, non vale nulla, se non è accompagnato da una prassi, da un gesto reale, concreto, di servizio e d'amore». Ma c’è di più: «non si può far teologia da soli. Non solo perché nessuno oggi sarebbe in grado di padroneggiare tutte le discipline, ma perché la comprensione della Parola di Dio è inseparabile dalla costruzione di una comunità perché l'altro ha sempre qualcosa da insegnarci». Poi la convinzione ferma che «la teologia non si fa solo nei centri di studio» – definiti “scuole di speranza” – e non può svilupparsi solo al maschile, «zoppica una sola gamba, respira male un solo polmone». «Abbiamo bisogno di grandi facoltà teologiche e di biblioteche, ma abbiamo anche bisogno di centri in cui la teologia venga fatta in contesti diversi, con quelli che combattono per la giustizia, nel dialogo con le altre religioni, nei quartieri poveri e negli ospedali. È in questi luoghi del Calvario che Dio può essere incontrato ed esser scoperta una nuova parola di speranza. Abbiamo il coraggio di farci turbare dalle domande della città moderna? Qual è la parola di speranza che può essere condivisa con i giovani che debbono affrontare la disoccupazione per il resto della loro vita? Come può Dio esser scoperto nella sofferenza di una ragazza madre, o di un immigrato spaventato? Anche questi sono luoghi di riflessione teologica. Che cosa abbiamo da dire a un mondo che sta diventando sterile per l'inquinamento? Ci lasceremo provocare dalle domande dei giovani entrando nei campi minati di problemi morali, come l'etica sessuale, o preferiamo restarcene al sicuro? Non dobbiamo temere di passare per la via del dubbio e delle domande. Dobbiamo osare di mettere la nostra mano nel fuoco, o preferiamo non essere disturbati?». «Dobbiamo correre il rischio di esporre noi stessi alla violenza del mondo», dichiarava nel 2003 al Capitolo generale dei Frati Minori.



Guida alla speranza

«Domenico attraversava le campagne cantando, non solo perché era coraggioso o perché aveva un temperamento gioioso: anni di studio gli avevano dato un cuore formato alla speranza», scriveva all’Ordine nel ‘95. La medesima speranza che ha guidato l’azione del Maestro Radcliffe nella consapevolezza del ruolo fondamentale della formazione. Spirito libero fin dagli anni in cui, giovane frate, girava l’Europa in autostop, lontano da ogni schema precostituito all’infuori del Vangelo, da ogni regola che non fosse quella di Domenico, convinto sostenitore di quel Concilio i cui principi gli sono stati trasmessi dagli stessi protagonisti – «un momento di incredibile rinnovamento e contemporaneamente un ritorno al Vangelo e alla teologia della prima Chiesa» dichiara a più riprese – è capace di infondere una straordinaria carica di coraggio a quanti lo incontrano talvolta in affanno tra nostalgia e realtà.

«Esiste una profonda contraddizione tra sacerdozio e depressione – spiega all’incontro nazionale dei preti inglesi nel 2002 – non è possibile annunciare il vangelo in uno stato di depressione. Sarebbe un controsenso. Noi possiamo essere dei credibili portatori della \buona novella" soltanto se fondamentalmente, anche se non proprio sempre, siamo ricolmi di gioia». Con grande realismo riconosce la crisi d’identità del prete oggi, ma indica una strada: «i vangeli non parlano mai direttamente di Cristo come sacerdote, possiamo però trovare in essi la stessa teologia della santità. Egli abbraccia gli intoccabili, i lebbrosi; mangia e beve con i peccatori; è l'agnello sacrificale che muore sull'altare della croce. Si tratta di una visione del nostro sacerdozio, completamente libera dall'elitarismo clericale, e fondata sull'unione e identificazione con il popolo nelle sue lotte e nei suoi fallimenti».

Affronta con rara naturalezza temi come affettività, sessualità, castità e celibato a partire dall’esperienza personale e dall’umana ricerca di intimità. La riflessione sulla corporeità letta alla luce dell’Ultima Cena – «l’eucaristia come il sesso è centrata sul dono di un corpo» – rappresenta un esempio, dal sapore di poesia, che fa bene in ogni stato di vita. «L’Ultima Cena – spiegava ai religiosi spagnoli nel 2004 – descrive bene il rischio che si corre ad amare. Gesù è morto perché ha amato. Ma non aprirsi all’amore è ancora più pericoloso: non c’è che l’amore che spezza la durezza del nostro cuore e ci dona un cuore di carne. Noi dobbiamo amare ciascuno in modo che egli sia libero di amare un altro più di noi. Dio è sempre colui che ama più di quanto sia amato: può darsi che sia proprio questa la nostra vocazione».

Ma è essenzialmente alla vita religiosa – alla radice e al suo rinnovamento – che dedica grande attenzione incontrando comunità in tutto il mondo. In un articolo per la rivista Testimoni, sintesi di un incontro ai religiosi canadesi del 2008, scriveva la primavera scorsa: «La nostra vocazione è meravigliosa non perché noi siamo meravigliosi, ma perché è il segno della speranza meravigliosa di cui siamo testimoni per l’umanità intera. Per i disoccupati, gli studenti che falliscono gli esami, per le coppie il cui matrimonio attraversa un momento difficile, per le persone che devono affrontare la guerra, la nostra gioia di fronte all’incertezza dovrebbe essere un segno di speranza, il segno che tutta la vita umana è in cammino verso Dio, qualunque siano le difficoltà che s’incontrano lungo la strada. Possiamo inquietarci dell’avvenire della nostra provincia o del nostro monastero. Ma possiamo essere segni di speranza per una generazione che vive essa stessa una crisi soltanto se saremo capaci di affrontare le nostre crisi nella gioia e nella serenità, come tempi di grazia e di vita nuova». «Dobbiamo credere nella bontà dei nostri fratelli e sorelle anche quando essi stessi hanno smesso di crederci» aveva scritto ai Domenicani.

E sempre quel forte senso del "noi", Ordo Fratrum Praedicatorum, grande famiglia nella Chiesa, definita a sua volta, in What is the point of Being a Christian?, come «l’istituzione più globale del pianeta, segno del Regno solo se è un noi identificabile, ma un “noi” sempre spalancato per andare verso tutti».



Fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa

Radcliffe respinge con vigore l’etichetta di progressista, e pure tutte quelle divisioni – tipo destra-sinistra – applicate alla Chiesa, come spiegava a Los Angeles nel 2006 o sulla rivista America quest’anno. «Troppo spesso la Chiesa è vista come un’istituzione repressiva che dice alla gente di non fare quello che le piace fare e di fare ciò che non ne ha alcuna intenzione: innegabile un problema di immagine, ma quando la Chiesa sembra offrire insegnamenti dall’alto, lontana dai problemi delle persone, allora non sta insegnando affatto». Ed è sull’identità e ruolo della Chiesa – «in tensione dinamica fra il calice e il pane, fra il raccogliersi in comunità e l’andare verso l’umanità» – che riflette e fa riflettere a più riprese. «La Chiesa dovrebbe essere un luogo in cui impariamo a dialogare, un luogo che aiuta ciascuno a dire “io” perché abbiamo imparato a dire “noi”, oltre la tentazione che i preti dominino la conversazione e ne decidano il vocabolario», si legge nel libro del 2005.

«Una Chiesa oggi in crisi – scriveva nel marzo scorso su La Croix in un articolo dal titolo “Pourquoi rester?” – ma è corpo di Cristo e noi accettiamo di essere coinvolti nelle sue sconfitte, come nel suo eroismo, nei suoi peccati, come nella sua santità». Una Chiesa testimone della Risurrezione e libera dalla paura, scriveva nel 2005: «paura della modernità, della complessità dell’esperienza umana, di dire quello in cui crediamo veramente, paura gli uni degli altri, paura di fare errori, di non ottenere approvazione e allora dovremmo guardare alla virtù più necessaria oggi, quella del coraggio», coraggio che ci deriva dall’umiltà, inteso come capacità di perseveranza, nonostante tutto come hanno testimoniato i suoi maestri Chenu e Congar, coraggio come paziente attesa dei tempi di Dio, compresa una realizzazione piena del Concilio.

Una Chiesa compagna dell’uomo se vuole indicare una strada: «Domenico inviata i fratelli a predicare là dove si trovava la gente, se ci si incontra al caffè o ai giardini pubblici, là dobbiamo andare, una volta c’era la piazza, oggi la grande piazza per molti giovani è il web – ma i nostri voti non significano alcunché se non ci formano come persone capaci di gustare e trasmettere una gioia che trascende ogni delizia proposta dal www – dobbiamo essere là per ascoltarli, discutere con loro, là dove sono, non dove crediamo che dovrebbero essere: dovunque siano, in qualunque caos si trovino, questo è il nostro punto di partenza», esortava il Maestro. «Non è un bene dire alle persone che non dovrebbero divorziare, risposarsi, convivere o essere gay, se di fatto lo sono» dichiara spesso.

Una Chiesa che indichi con coraggio le priorità evangeliche, ricorda spiegando la parabola del Buon Samaritano: «Chi è il mio prossimo?, chiese il dottore della legge. E una domanda che ritorna ossessivamente nell’Europa di oggi. Che obblighi abbiamo verso gli altri? Ci sono molte e difficili domande a cui dobbiamo cercare faticosamente una risposta. Gesù non ci offre una risposta facile, e noi non possiamo assolutamente fare a meno degli uomini di legge e dei politici. Come posso diventa¬re prossimo dell’uomo ferito? Come faccio a scoprire Dio in questa situazione? Perché, in definitiva, è proprio Dio che giace sul ciglio della strada, lacero e stremato, e mi sta aspettando».

Fin dall’82 si occupa di malati di AIDS (e l’anno scorso ha pubblicato anche un libro sul tema), lavora per i diritti degli omosessuali prendendo talvolta le distanze da certi pronunciamenti «riguardo alla formazione dei preti dovremmo preoccuparci di più di quello che i preti odiano rispetto a quelli che amano», dichiara al Times nel 2005.

Una Chiesa che sappia annunciare il Vangelo a quanti l’hanno dimenticato – «la missione a Disneyland o in un mondo in fuga che ha fatto dell’hamburger un sacramento di appartenenza» sono alcuni titoli delle sue conferenze – e che si occupi di quanti sono di fatto dimenticati dall’attuale villaggio globale perché la gioia e la speranza non sono disgiunte dall’assumere in pieno la sofferenza del mondo («Senza quella sofferenza che scava il cuore, la gioia rimarrà superficiale» diceva ai Francescani): ecco le sfide che indica più urgenti.

Why go to Church? (Perché andare in chiesa?), si chiede nell’ultimo libro, «per essere mandati fuori» nel mondo ad annunciare con gioia l’Amore che abbiamo ricevuto: noi ci raduniamo attorno all’altare per essere poi inviati a testimoniare perché, come è solito dire, «questo potenzialmente è un momento meraviglioso per il Cristianesimo. Se saremo in grado di trovare il modo di vivere e condividere la nostra speranza cristiana, allora offriremo qualcosa di cui il mondo ha sete».



Bibliografia essenziale di Timothy Radcliffe OP:


Lettere all’Ordine:

- Dare la vita per la missione, Roma 1994;
- La perenne sorgente della speranza, Roma 1995;
- La promessa di vita, Roma 1998.



Testi:

- Sing a new song: the christian vocation, London 1999 – Cantate un canto nuovo: la vocazione cristiana, Bologna 2002;
- Je vous appelle amis, Paris 2000 – I call you Friends, London 2001;
- Que votre joie soit parfaite, Paris 2002 – That your joy may be full, London 2004;
- Seven last words, London 2004 – Le sette parole di Gesù in croce, Cinisello Balsamo (MI) 2006;
- Testimoni del Vangelo, Bose Magnano 2004;
- M. Magrassi – T. Radcliffe, L’anima della domenica, Bologna 2005;
- What is the point of Being a Christian?, London 2005 – Il punto focale del Cristianesimo, Cinisello Balsamo (MI) 2008;
- All things give God glory, London 2006;
- Just One Year: a global Treasury of Prayer and Worship, London 2007;
- Amare nella libertà, Bose Magnano 2007;
- Christians and sexuality in the time of AIDS, London 2008;
- Why go to Church?, London 2008, tradotto recentemente con il titolo Perché andare in chiesa? Il dramma dell’Eucaristia, Cinisello Balsamo (MI) 2009.




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