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«Ma più grande è l’amore»
Dario Cornati

«Ma più grande è l’amore»

Verità e giustizia di agápe

Prezzo di copertina: Euro 33,00 Prezzo scontato: Euro 31,35
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 195
ISBN: 978-88-399-0495-9
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 432
© 2019

In breve

Postfazione di Pierangelo Sequeri

«Di senso non si parla più oggi. Si parla di benessere, di sicurezza, di futuro, di pace, ma del senso spirituale del mondo che abitiamo si tace. Qui, invece, per tutta risposta, noi faremo spazio pensosamente a quell’assoluto che è l’amore» (Dario Cornati).

Descrizione

Il lavoro di Dario Cornati ha per oggetto l’unità di metafisica e amore. Si presenta come viaggio nella cultura antica e moderna, medievale e romantica: un lungo viaggio alla ricerca della sapienza d’amore.
Come ogni viaggio, non potendo toccare tutte le terre bagnate dal lógos, ne privilegia alcune (Platone, Agostino, Bonaventura di Bagnoregio, Spinoza, Blondel, Balthasar, fra le altre), in grado restituire la parola, altrimenti tanto spensierata e maltrattata di agápe. Ne restituisce lo splendore della verità e lo spessore della giustizia, andando controcorrente rispetto alle mode contemporanee dei neo-razionalismi e dei fideismi del credere.
Al termine di questa audace navigazione, ciò che spunta all’orizzonte è il contesto, reso di nuovo abitabile, di una città dell’uomo, edificata dall’éthos laborioso dell’amore che ne rigenera la speranza. Certo, riacciuffare persino nelle filosofie di Cartesio, di Spinoza, di Kant, di Hegel una riflessione sull’essere amabile e il rendersi amabile dell’umana creatura pare un’impresa; come lo è, del resto, l’impegno condiviso a plasmare la realtà nell’ordine ritrovato dei nostri affetti più sacri. In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di mettere in campo non soltanto l’aspirazione della ragione e lo slancio del sentire, bensì – in aggiunta – un’etica della dedizione e del sacrificio, della resistenza ostinata e della resa fiduciosa. Una passione per il “corpo a corpo” del vivere, insomma, che il cristianesimo, rimesso finalmente in strada, sembra oggi riscoprire.

Commento

«Questo saggio di Dario Cornati mette cuore intelligenza in questa sfida, elaborare una metafisica della verità e della giustizia di agápe, lavorando il solco in profondità. Se si seguono le giuste tracce dell’esperienza e del pensiero, e non ci si lascia distrarre da una certa aria di sufficienza dell’accademismo teologico e dell’ingegneria pastorale, la ricerca seria e appassionata è in grado di scoprire nell’inascoltato della tradizione voci belle e forti per l’allestimento del nuovo paradigma. Qui, per tutti, testimone d’elezione è Hans Urs von Balthasar, con le sue due splendide pagine ispiratrici, nelle quali l’obiettivo e la sfida sono disegnati con la perfezione dell’icona» (dalla Postfazione di Pierangelo Sequeri).

Recensioni

Nel titolo del “manifesto” del pontificato di Francesco — Evangelii gaudium — vibra un affetto, gaudium, appunto. “Affettive” sono le intestazioni di altri suoi importanti documenti: Amoris letitia, Veritatis gaudium, Gaudete et exsultate. Tale insistenza “emozionale” non è certo un cedimento al gusto corrente. Oggi infatti si cerca di compensare col calore dei sentimenti il freddo del nihilismo, vale a dire il pugno di mosche ereditato dall’Occidente dando retta ai proclami di emancipazione dai “grandi racconti” di un tempo; fossero essi filosofici, religiosi, artistici. Si aspettava la libertà ed è arrivata la noia. Si sono tolti di mezzo ingombranti santi, grandi pensatori, artisti ed eroi, riempiendo il vuoto con l’emozionata convinzione di essere tutti santi, tutti grandi pensatori, tutti artisti e tutti eroi. Magari contentandosi di santità “all’acqua di rose”, di pensieri e arte che durano un giorno e di eroismi scadenti, come non farsi scappare l’ultimo modello di telefonino.

Ma riducendo gli affetti a caloriferi sentimentali se ne ammutolisce il desiderio di pensare e agire “in grande”, perciò si vendicano, trasformandosi in risentimento o animosità euforiche e depressive per nulla; anzi per il nulla. Un affetto nasce solo con grandi aspettative; non stando alla sua altezza lo si mortifica e diventa mortifero. Gli affetti non intendono promuovere animosità dal fiato corto, ma donne e uomini longanimi, magnanimi, dai desideri, immaginazioni, azioni di ampio respiro. Insomma, gli affetti tendono a un’ontologia, vale a dire a una visione complessiva della realtà, della sua origine e del suo destino; non si accontentano di meno, non reggono la grettezza e l’angustia di chi è affascinato dal nulla. Un bimbo appena nato, ricambiando per la prima volta lo sguardo e il sorriso della mamma, avverte affettivamente l’accensione della sua anima, la messa in moto del suo “Io” e del suo mondo, come qualcosa di bello e buono, di giusto e vero. La scintilla affettiva che scocca tra un uomo e una donna reclama una parola sul loro passato, presente e futuro, sulla loro nascita e sulla morte; anzi perfino oltre la morte, giacché, al suo sorgere, un sentimento ha questa pretesa: durare “per sempre”. Perciò aiuta a immaginare perfino quanto ci si aspetta dopo la fine. La recente incapacità di immaginare il Paradiso e l’inferno è sintomo di insufficienza affettiva. Sono le lune della volontà e i calcoli della ragione a costringere gli affetti nei confini dell’“adesso”, e del “subito”. Insomma: staccare gli affetti dalla visione della realtà significa amputare la forza dell’ontologia, inclinandola verso l’attrazione per il nulla. Separare gli affetti da un’ariosa visione del reale, dall’ontologia, comporta privarli del luogo e delle forme che li mantengono amici della vita, non energie inerti e tristi. Affetti e giusta visione della realtà nascono insieme. L’uomo non separi ciò che Dio ha unito.

Proprio di questa originaria unità e dei molteplici, variegati divorzi a essa imposti parla il bel libro di Dario Cornati «Ma più grande è l’amore». Verità e giustizia di agápe (Queriniana, Brescia 2019, pagine 432, euro 33). Teologo milanese che ha perfezionato i propri studi alla Gregoriana e sotto la guida di un maestro del calibro di Pierangelo Sequeri (davvero magistrale la sua postfazione al libro), Cornati apporta al panorama filosofico e teologico qualcosa di nuovo, qualcosa che mancava. Grazie a una scrittura raffinata, accessibile e bella (in alcune pagine sembra di trovarsi in un romanzo), l’autore ricompone con perizia e leggerezza tutta la vicenda storica dell’infelice separazione tra affetto e pensiero, tra affetto e libertà, tra le forze del sentimento e le forme della ragione e della morale. Come è risaputo, perfino nei divorzi più rispettosi e consensuali entrambi i coniugi vanno in sofferenza; entrambi irrimediabilmente perdono qualcosa. E così è stato sia per le forze sia per le forme, anche se non sono mancati promettenti e generosi tentativi di ricongiungimento. La ricomposizione di una relazione è possibile solo grazie alla rivisitazione serena e onesta della sua storia, dal miracoloso inizio che ha visto i due legati tra loro prima ancora di essersi scelti, fino alle vicende che li hanno esposti alla separazione. Il merito di Cornati è proprio questo: ricostruire la storia di questo vincolo, nella speranza che oggi sia il momento opportuno della rinnovata unità, dove, in maniera inconfusa e indivisa, gaudium ed evangelium staranno insieme.


G.C. Pagazzi, in L’Osservatore Romano 7 novembre 2019

Dario Cornati insegna metafisica dell’amore presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e quello appena uscito per i tipi della Queriniana è il suo nuovo libro di testo. Si tratta di una storia della filosofia centrata sulla realtà fondante dell’amore, anziché su volontà, essere o ragione, come siamo abituati a incontrare nella maggioranza delle riflessioni del genere. Il semplice elenco degli autori presi in considerazioni evidenzia un percorso che va dai miti orfici e Pitagora fino a Hans Urs von Balthasar, passando da Platone, Agostino, Cartesio e Spinoza, Blondel, Husserl e molti altri. Il senso dell’opera sta nella volontà di realizzare una centratura diversa della riflessione filosofica, che sposti l’attenzione dalla ragione all’agàpe, un amore assoluto, fedele e fondato sulla consapevolezza. In particolare la critica di Cornati si rivolge al dualismo, che egli individua alla radice dell’esperienza del sapere occidentale. Una impostazione definita rozza e comoda, schematica, non in grado di cogliere la realtà di un amore che crea e fa vivere “senza nulla riscuotere”.
S. Valzania, in Radio InBlu 2 novembre 2019

L’ambiguità e il conseguente rischio di una banalizzazione della parola «amore» è stata denunciata a più riprese. Basti ricordare, per esempio, le lucide considerazioni di Josef Pieper in uno dei suoi aurei libretti dedicato, appunto, all’amore o la provocatoria proposta di Paul Tillich che avrebbe desiderato bandire il termine in ambito teologico preferendogli quello ben più univoco e consistente di agape. In tale linea anche la Deus caritas est di Benedetto XVI inizia proprio col notare il problema semantico intorno al significato di amore per poi proporre una sua risoluzione con i concetti «polari» di eros e agape.

Una tale cautela induce Dario Cornati – docente presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – a ripercorrere con rigore la storia dello spirito occidentale sul tema dell’amore: dal pensiero e dall’ethos greco (tra tutti il Simposio platonico) fino al medioevo cristiano, passando per il crocevia del pensiero agostiniano; dalla stagione moderna (da Cartesio al romanticismo fino a Husserl) alla figura di von Balthasar, vero e proprio punto di fuga di questo testo, al contempo impegnativo e appassionante, dedicato a «verità e giustizia di agápe».

Non si tratta, ovviamente, di un’indagine esaustiva, con una assoluta pretesa di completezza (mancano alcuni autori imprescindibili sul tema, tra tutti il Kierkegaard degli Atti dell’amore), ma di un itinerario che intende comprendere le ragioni di quella che l’autore definisce come «rimozione della qualità etica e affettiva dell’originario metafisico» (p. 14), a profitto di una declinazione razionalistica dell’essere e del divino. È proprio il superamento di una tale riduzione nominalistica che induce ad accostare due termini a prima vista confliggenti come «metafisica» e «amore». Solo il loro reciproco rimando consente infatti di cogliere fino in fondo la verità dell’essere (contro ogni depotenziamento sostanzialistico) e dell’amore (contro ogni deriva sentimentalistica). Insomma, si tratta di proporre – con rigore di pensiero e coraggio profetico – una «metafisica della verità e della giustizia dell’amore, finalmente apprezzato come il nome stesso dell’essere» (p. 13).

Il maestro di Cornati, in questo arduo esercizio di pensiero credente, non può che essere Hans Urs von Balthasar: non solo, ovviamente, il testo del 1963 Solo l’amore è credibile, in cui vi è quasi il compendio del suo pensiero, ma anche il secondo volume di Teologica e una straordinaria meditazione, conclusa poco prima della morte, sulla teologia dell’infanzia (Se non diventerete come questo bambino). Persuaso che l’amore è il «trascendentale in assoluto», il teologo svizzero ci offre le chiavi per pensare in modo unitario una teologia convintamente trinitaria, un’ontologia del dono e della generazione, un’etica della relazione e degli affetti, un’antropologia dei legami, una metafisica della vita che – come afferma Pierangelo Sequeri nella sua postfazione – «attinge alla giustizia della libera destinazione dell’amore divino, che fa-essere nel voler-bene. E qui sta la smisurata misura di ogni senso dell’essere e del bene, in cui verità e giustizia sono conciliate. Solo quando sono conciliate, l’essere è come deve e il bene vi corrisponde realmente» (p. 394).

L’itinerario è senza dubbio impegnativo, a tratti persino ostico. Approda, però, con la guida di von Balthasar, alla figura del bambino: «Nella sua indigenza, il bambino ha sacro diritto all’assistenza, che tuttavia può venir soddisfatto essenzialmente soltanto dall’amore. Il bimbo dunque ha diritto a qualcosa che sovrasta il piano giuridico e che può essere ottenuto soltanto con una dedizione libera, con un dono» (cit. p. 381). Il bambino, potremmo dire, è l’archetipo di un felice ricongiungimento – o meglio di una originaria co-implicazione – di essere e dono, di logos e agape, di identità e generazione. Nel volto di ogni bambino si coglie, a ben vedere, la bontà della creazione e l’affidabilità del Dio che ama fino alla fine.


S. Zamboni, in SettimanaNews.it 2 settembre 2019

Collocato in uno spazio ove si incontrano vita e fede, filosofia e teologia, arte e scienza, il tema dell’amore occupa da secoli una posizione centrale nella storia dell’umanità e della cultura. Con l’ampio e denso volume «Ma più grande è l’amore». Verità e giustizia di agápe (Queriniana, pp. 432, euro 33), il sacerdote lecchese Dario Cornati, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, offre al lettore la possibilità di conoscere le tappe fondamentali del cammino che il pensiero umano ha compiuto riflettendo su questo tema.

Dopo una prima parte opportunamente dedicata alla grecità, l’autore si sofferma su alcuni maestri cristiani (Agostino, Bernardo, Tommaso, Bonaventura), per poi passare a discutere le dottrine della modernità, da Cartesio fino a Kant, e infine concludere con un’ampia disamina delle tesi di Hamann, Schelling, Schleiermacher, Blondel, Husserl, Richir e von Balthasar.

Quello di Cornati si presenta come «un lungo viaggio alla ricerca della sapienza d’amore», caratterizzato dalla convinzione che metafisica e amore costituiscono un’inscindibile unità e dalla speranza che meditare su eros e agápe rappresenti un passo importante verso la realizzazione di «un’etica della dedizione e del sacrificio, della resistenza ostinata e della resa fiduciosa».


M. Schoepflin, in Toscana Oggi 30 giugno 2019