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Archeologia biblica
Eric H. Cline

Archeologia biblica

Una breve introduzione

Prezzo di copertina: Euro 20,00 Prezzo scontato: Euro 19,00
Collana: Sintesi
ISBN: 978-88-399-2963-1
Formato: 11,5 x 19 cm
Pagine: 192
Titolo originale: Biblical Archaeology. A Very Short Introduction
© 2021

In breve

«L’archeologia biblica è un campo vasto e complesso, ma Cline riesce a realizzare un’introduzione attendibile, piacevole e istruttiva. I suoi giudizi sono equilibrati e obiettivi. Gli esploratori del mondo biblico, stando seduti comodamente in poltrona, avranno da imparare un sacco di cose» Donald Senior; Catholic Theological Union, Chicago.

Descrizione

Una vigorosa introduzione al mondo affascinante dell’archeologia biblica, in cui religione antica e scienza moderna si incontrano.
Cline, da fine studioso, offre una panoramica completa, attendibile ed equilibrata di questo campo di ricerca. Racconta dei primi pionieri, delle origini dell’archeologia biblica come disciplina e delle principali controversie che spinsero gli esploratori a cercare elementi che “confermassero” la Bibbia. Egli, poi, illustra la situazione così com’è ai giorni nostri: prende in esame i siti, i ritrovamenti, i reperti archeologici che gettano nuova luce sulla Bibbia ebraica e sul Nuovo Testamento; tratta la questione di possibili frodi e probabili falsi, come l’Ossario di Giacomo e la Tavoletta di Ioas; spinge infine lo sguardo alle nuova prospettive che questo campo di studi dischiude.

Recensioni

Il volume di E.H. Cline è suddiviso in due parti: la prima racconta la storia dell'archeologia biblica; la seconda ne affronta, a mo' di esempio, alcune questioni in ordine cronologico (secondo la cronologia della Bibbia: dalla Genesi ai Vangeli). La prima parte è molto agile, si legge proprio volentieri; quasi un racconto dei passi fatti dall'archeologia biblica, dai primi esploratori dell'800 alle tecniche più moderne. All'inizio non ci sono archeologi di professione, ma teologi o studiosi della Bibbia interessati specialmente a localizzare i luoghi di cui parla la Scrittura: Robinson, Warren, Clermont-Ganneau, Smith. Poi inizia la stratigrafia, a cavallo tra XIX e XX secolo. Durante il mandato britannico si fa un passo in avanti combinando gli studi archeologici con le fonti letterarie bibliche ed extra-bibliche; sono di questo periodo alcuni dei nomi ancora oggi più conosciuti, come Albright e Kenyon. Con la nascita dello stato di Israele capita che la politica si "intrometta", chiedendo conferme ai racconti di fondazione dell'antico Israele; tra i nomi spicca quello di Yadin. Con la guerra del 1967 lo stato di Israele conquista militarmente i territori della Cisgiordania e prosegue con nuove campagne di scavo (Zertal, Ofer e Finkelstein trovano centinaia di siti non ancora conosciuti), caratterizzate dalla collaborazione con altre discipline quali paleoetnobotanica, antropologia fisica, palinologia, archeozoologia. Infine, più recentemente, un ulteriore cambiamento nell'approccio ai siti; grazie anche a tecnologie che permettono di conoscere molte cose in anticipo, prima ancora di iniziare a scavare, ci si approccia ai luoghi con domande specifiche, come l'appartenenza etnica, le migrazioni, il genere, le feste, lo sviluppo di forme di governo e altre ancora.

Come si può notare, più ci si avvicina ai nostri giorni e più lo scopo dell'archeologia è conoscere l'ambiente biblico in generale. Capita però che «mentre gli archeologi che attualmente lavorano nei siti biblici sono generalmente più interessati a conoscere dettagli della vita quotidiana nell'antico mondo biblico che a confermare o smentire quanto narra la Bibbia, in molti profani queste priorità sono rovesciate. Vogliono sapere: il diluvio ha veramente avuto luogo? Abramo e i Patriarchi sono esistiti? Sodoma e Gomorra furono distrutte da una pioggia di fuoco e zolfo? L'Esodo è avvenuto davvero? Queste erano alcune delle questioni originarie dell'archeologia biblica che hanno affascinato i primi pionieri del campo. E queste domande risuonano ancora oggi, ma gli archeologi biblici sono ben lungi dal potervi rispondere» (p. 85).

Nella seconda parte del libro Cline, senza indulgere a facili semplificazioni (e anzi segnalando eventuali mìstificazioni), fa il punto su alcuni periodi storici; si sofferma su questo o quel particolare biblico (città, personaggio, evento) e si chiede che cosa può dire in merito l'archeologia: da Noè a Giosuè, da Davide a Nabucodonosor, dai rotoli-amuleti d'argento ai rotoli del Mar Morto, da Erode a Gesù, dalla barca del Mare di Galilea al mosaico di Meghiddo.

L'unica difficoltà che il lettore può trovare, in quest'opera di Cline, è la quantità di nomi e dati a cui si fa riferimento; almeno una infarinatura di base sulla storia e la geografia biblica è importante averla. Per il resto, lo stile espositivo rende la lettura anche piacevole, oltre che interessante.


C. Broccardo, in Studia Patavina n. 2/2023, 402-403

Per i massimalisti, gli scavi archeologici confermano la validità delle informazioni storiche dei testi sacri, mentre per i minimalisti questo è vero solo in parte. Altri archeologi asseriscono che sarebbe invece più appropriato parlare di archeologia siro-palestinese. Anche se l’archeologia biblica non deve avere per obiettivo validare o no le Scritture, può darci molte informazioni sulla vita quotidiana, sull’urbanistica e sulla tecnologia del tempo. Con attenzione alle truffe, come nel caso della presunta scoperta dell’ossario di Giacomo, fratello di Gesù, si può dire che, passando dall’uso del piccone a sofisticate tecnologie digitali, all’archeologia biblica si apre un nuovo futuro.


G. Azzano, in Il Regno Attualità 20/2021, 643

Che delusione! Potrebbe essere questa l'emozione che prevale dopo aver letto questo agile libretto sull'archeologia biblica. Niente scoop né Indiana Jones a sorprenderci con sensazionali e definitive scoperte strappate alla sabbia o alle rocce della Palestina. Ma, soprattutto, nessun reperto che ci assicuri con inossidabile scientificità e staticità delle vicende narrate tra Primo e Secondo Testamento, tra Bibbia ebraica, come scrive piuttosto l'autore, e Bibbia cristiana. Passato però lo sconcerto iniziale, si può fare proficuo tesoro della lettura di questo libro «sintetico» (pubblicato, appunto, nella collana "Sintesi” della casa editrice bresciana), che invece apre effettivamente gli occhi anche ai neofiti sul senso, prima ancora che sul metodo, dell'archeologia biblica. Che è anch'essa disciplina rigorosamente scientifica, al di là dell'aggettivo che la qualifica (e, insinua sempre l'autore, al di là di chi finanzia gli scavi o degli archeologi stessi, inizialmente, e cioè tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, di fatto spie sotto copertura delle potenze occidentali interessate a mettere le mani su quella parte di Medio Oriente...): dove cioè «biblica» non indica in nessun modo il suo essere «ancella» delle verità di fede contenute nel testo sacro, ma un riferimento che è allo stesso tempo geografico, cronologico e culturale. E, tocca constatare, pare strano che ancora si debba evidenziare che la Bibbia non è un testo storico come intendiamo giustamente tale genere oggi. II che non vuoI dire che sia pura invenzione per creduloni, e non abbia invece contenuti e rimandi del tutto plausibilmente storici. Se non si vuole rinnegate il concetto stesso di «storia della salvezza» o di incarnazione di Gesù. Ecco, l'archeologia biblica si muove, anche errando e perciò imparando, tra questi due estremi.

L’autore, che è anch'esso archeologo attivo sul campo, lo scrive chiaramente nell'ultima frase del suo libro: «Vi sono casi in cui gli archeologi possono ridare vita a persone, luoghi ed eventi descritti nella Bibbia. Ma l'archeologia biblica non intende comprovare o smentire la Bibbia; chi la pratica è interessato a indagare la cultura materiale dei territori e delle epoche in questione e a ricostruire la cultura e la storia della Terra Santa in un arco di tempo che copre più di duemila anni». E questo è di per sé estremamente affascinante, per i professionisti così come per il grande pubblico. La maggior parte degli archeologi biblici, cioè, non si pongono l'obiettivo di comprovare o confutare le affermazioni della Bibbia. Così come, del resto, gli archeologi che scavano in Grecia non se lo pongono nei confronti delle opere di Omero. Se però non si può chiedere all'archeologia di confermarci miracolosamente per filo e per segno ciò che la Bibbia racconta, né come verità di fede né, fino a prova contraria, i racconti presumibilmente storici, questa disciplina può invece aiutarci a contestualizzare e a comprendere sempre meglio ciò che andiamo a leggere nella Bibbia; come si viveva a quei tempi, come si credeva, quale linguaggio mitico e religioso si utilizzava. Così, se da una parte gli studiosi ci assicurano che Gerico era già ridotta a rovine e disabitata allorché Giosuè e gli ebrei ne avrebbero fatto crollare le mura semplicemente suonando le trombe liturgiche (Gs 6,1-20), solo per fare un esempio, dall'altra se, ad Ascalon, in un vaso di ceramica cananeo a forma di tempietto in miniatura è stata ritrovata una statuetta di vitello in argento, questa non è sic et simpliciter la prova della storicità del vitello d'oro degli ebrei (Es 32,4), ma solo che tali immagini erano effettivamente usate in contesti religiosi del tempo.

Effettivamente ha proprio ragione l'autore: tutto ciò non è per noi meno affascinante. Basta, verrebbe da dire, fare le domande giuste sesi desidera le risposte corrette. Nella consapevolezza che anche l'archeologia, come ogni scienza, procede per tentativi, errori, risultati e nuove ricerche che potrebbero mettere in discussione le verità precedenti. Basti pensare che, nel giro di un secolo, si è passati da piccone e pala a magnetometro, geo radar, fotografie satellitari!

Due chicche archeologiche però le vogliamo comunque menzionare, ringraziando chi le ha ritrovate anche per noi. La più antica menzione di Israele extrabiblica è la cosiddetta «Stele di Israele», ritrovata all'interno del tempio funerario del faraone Merneptah, nei pressi della Valle dei Re in Egitto, datata all'anno 1207 a.C.: «Israele è devastato e non ha più discendenza». Dalle parti di Megiddo fu, invece, scoperto nel 2005 un mosaico risalente al III secolo d.C., con varie scritte, tra cui: «Akeptous, timorata di Dio, ha offerto il tavolo a Dio Gesù Cristo come memoriale». La più antica iscrizione mai trovata che menzioni Gesù Cristo!


F. Scarsato, in CredereOggi n. 244 (4/2021) 183-185

Ha due pregi il libro di Eric H. Cline, Archeologia biblica. Una breve introduzione, edito da Queriniana (pagine 188, euro 20). Il primo è senza dubbio la chiarezza del linguaggio e dell’ordine espositivo. Il secondo è la franchezza del discorso, la sua onestà intellettuale. Perché attorno all’archeologia biblica circolano tante favole, spesso derivanti da imprese dilettantistiche e scarsamente scientifiche. Che tuttavia possono godere di grandi sostegni economici, fondando sulla generosa incompetenza di ricchi mecenati. Non si contano, per esempio, le campagne di scavi e i lavori di ricerca su temi di grande presa, come il diluvio universale e l’Arca di Noè, "avvistata" un po’ dovunque nei territori del Medio Oriente e dell’Asia minore.

Cline, premettendo che il campo dell’archeologia biblica oggi è fiorente, appassionando migliaia di studiosi e incontrando un crescente interesse del pubblico, avverte dei limiti della ricerca fai da te e della connessa editoria divulgativa. E chiarisce quali siano di fatto gli obiettivi e conseguentemente le metodologie di ricerca degli studiosi seriamente impegnati, all’interno della scansione temporale di pertinenza, che va in genere dal II millennio a.C. fino agli inizi del I millennio d.C. Obiettivo degli archeologi, afferma lo studioso, non è quello di comprovare o confutare i riferimenti della Bibbia ebraica e del Nuovo Testamento, ma di approfondirne scrupolosamente la cultura materiale nei territori in cui si svolsero i fatti biblici e solo conseguentemente di focalizzare la ricerca su persone, luoghi ed eventi di cui si parla negli antichi testi. Gli studi più rilevanti e la messe maggiore di informazioni riguardano, d’altro canto, l’Antico Testamento piuttosto che il Nuovo, dove sono narrati episodi che hanno avuto una rilevanza sociale e politica, oltre che religiosa, ma che non hanno prodotto un’ampia cultura materiale.

Quanto ai contenuti il libro si sviluppa sul doppio canale della storia dell’archeologia biblica per un verso, che ha preso inizio un secolo fa circa, ad iniziativa di teologi piuttosto che ricercatori dell’età antica, per l’altro degli ambiti della ricerca, ossia dei contesti più significativi in cui gli scavi e gli studi sono stati condotti. Riguardo al primo canale, che interessa la parte prima del volume, si parte dagli scavi avviati prima della Grande Guerra fino a giungere a quelli recenti. La parte seconda invece interessa il rapporto vero e proprio tra archeologia e Bibbia. Si prendono in esame i filoni essenziali della ricerca attuale, da Noè al periodo riguardante Davide e Salomone, alla questione dei Rotoli del Mar Morto fino al periodo neotestamentario.

L’autore conduce una narrazione attenta, con una precisa descrizione dei fatti e degli stati della ricerca, che analizza criticamente, ponendo alla base della disanima la questione della interpretazione dei risultati, avvertendo il lettore là dove ritiene che vi possano essere stati forzature o azzardi interpretativi. Un libro chiaro ed essenziale, onesto e prezioso, e soprattutto godibile da tutti, per il suo linguaggio fresco, utile per lo storico ma anche per il lettore che voglia conoscere i riferimenti storici della fede.


G. Agnisola, in Avvenire 8 luglio 2021, 19

Agatha Christie sotto la tenda nella steppa desolata della Mesopotamia stava forse eIaborando la trama di uno dei suoi romanzi dominati dal detective Hercule Poirot o dalla sagace Miss Marple. Fuori, sotto un sole implacabile suo marito, l'archeologo Max Mallowan, era invece alle prese con l'inventario dei frammenti di ceramica affiorati da quel suolo arido. Abbiamo voluto liberamente ricreare una scena che accosta due discipline non così estranee tra loro, come si può sospettare. Si provi, infatti, a sfogliare un volumetto lapidariamente intitolato Archeologia biblica,opera deIl'americano Erich H. Cline, e si corra all'ultimo capitolo, il dodicesimo.

Ll titolo non lascia spazio a dubbi: «Eccezionali ritrovamenti o abili falsificazioni?». Ed ecco subito un racconto simile a un giallo in tre atti, segnato da colpi di scena, riguardante tre reperti saliti alla ribalta negli ultimi anni che hanno offuscato la mente anche di alcuni studiosi, hanno seguito vie avventurose, mobilitato risorse finanziarie ingenti, e alla fine sono approdati sotto la mannaia della critica rigorosa che ne ha polverizzato il valore, relegandoli nei depositi dei materiali scartati. Per la cronaca, si tratta di una minuscola melagrana d'avorio di 5 cm con un'iscrizione fasulla, costata al pur occhiuto Israel Museum ben 550mila dollari. C'è, poi, l'ossario con l'iscrizione «Giacomo figlio di Giuseppe, fratello di Gesù», trionfalmente esposto a Toronto e furtivamente fatto sparire quando si dimostrò chel'incisione era moderna. Infine la tavoletta del re Ioas con ben 15 righe in paleoebraico, la cui vicenda col relativo flop («falso piuttosto scadente») lasciamo seguire al lettore.

Ora, se è vero che allignano in questo settore vari Indiana Jones e si aggirano giornalisti a caccia di ipotetici scoop, è ben più vero che una legione di studiosi seri con acribia e pazienza scavano, catalogano, verificano e affidano a rapporti documentati le loro ricerche. Ll saggio di Cline, nei capitoli precedenti, è infatti un affascinante viaggio nelle campagne di scavo condotte nei territori menzionati nella Bibbia. La tentazione era forte: mettersi alla ricerca di conferme dei dati biblici, talora usando le Sacre Scritture quasi come una «Guide bleu», ma anche scoraggiarsi rimandando quelle pagine solo alla teologia. In realtà, era necessario muoversi su un crinale delicato, ricordando sempre che la rivelazione biblica è, sì, storica e quindi si muove entro concrete coordinate spazio-temporali e materiali, ma ha una finalità religiosa e la sua è appunto un'ermeneutica teologica di eventi e dati.

Le tappe che Cline impone al suo itinerario spesso sono scandite dalle vicende del nostro tempo: si pensi solo a prima e dopo la Guerra dei Sei giorni (1967) col generale archeologo Y. Yadin, oppure all'evoluzione della pratica archeologica dagli scavi guidati dalle intuizioni, cognizioni e investigazioni di maestri geniali (come W. Albright, I. Finkelstein, J. Garstang, K. Kenyon, W. Petrie, R. de Vaux), fino all'attuale introduzione di magnetometri, georadar, misuratori di resistività elettrica e termoluminescenza, fotografie satellitari e così via. Un panorama che alla fine viene schiuso davanti a noi da Cline, è, però, quello che sommuove le pagine bibliche: da Noè e il diluvio (con la gaffe di un'altra moglie, queIla dell'archeologo di Ur, L. Woolley) a Giosuè, Salomone, Nabucodonosor, nomi ben noti ai lettori della Bibbia.

Ma c'è di mezzo anche Qumran coi suoi manoscritti che hanno generato a loro volta una sorta di romanzo poliziesco e persino una battaglia accademica con morti, feriti e vincitori. Oppure i rotoli-amuleti d'argento scoperti nei pressi di Gerusalemme, o la barca del Iago di Tiberiade contemporanea dei pescatori discepoli di Gesù, o la tomba di Caifa, o il sorprendente mosaico di Meghiddo, per non parlare degli imponenti edifici erodiani e del nome di Pilato ritrovato durante uno scavo italiano su una lapide del teatro di Cesarea Marittima. L'elenco potrebbe continuare offrendo rivelazioni inedite per il pubblico comune e intrecci tra attestazioni documentarie e leggende, sempre «narrate» in modo attraente, senza però indulgere al sensazionale che anima invece uno stuolo di ciarlatani sedicenti archeologi e, purtroppo, pure di giornalisti.


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 20 giugno 2021, XII