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Il male
François-Xavier Putallaz

Il male

Prezzo di copertina: Euro 13,00 Prezzo scontato: Euro 12,35
Collana: Nuovi saggi 99
ISBN: 978-88-399-0999-2
Formato: 12 x 20 cm
Pagine: 144
Titolo originale: Le Mal
© 2020

In breve

Un pensiero chiaro e ben organizzato sul paradosso del male.

Descrizione

Perché il male? Come dire l’innominabile? Come prenderne le distanze per capirlo meglio? Noi vi siamo implicati: il male sconvolge le nostre vite. È un fatto: tristezza, dolore, sofferenza, morte irrompono in ogni esistenza, anche prima che ci pensiamo.
Sia come sia, le diverse forme del male hanno un punto in comune: il male non è una cosa. Si presenta come una frattura in ciò che è, come un parassita che corrode il bene, senza il quale però non potrebbe nemmeno esistere. Il bene ha dunque un primato assoluto, che nutre la speranza: il bene sarà sempre più forte. L’esperienza stessa dell’infelicità, per esempio, testimonia implicitamente che siamo fatti per essere felici.
L’intelligenza che cerca di affrontare il paradosso del male si sforza così di distinguere, senza separarli, il male oggettivo dalla sua risonanza soggettiva. L’impresa è rischiosa perché, volendo fare il bene, l’uomo compie talvolta atti orribili, in cui il male si mescola con l’amore. E questo rende la ricerca ancora più intrigante.

Recensioni

Ci sono piccoli libri che sono grandi gemme. Un recente saggio di François–Xavier Putallaz, filosofo e docente a Friburgo, rientra in questa categoria. In esso Putallaz, esperto di pensiero medievale (Piemme anni fa tradusse un suo romanzo storico, L’ultimo viaggio di Tommaso d’Aquino), condensa con arguzia i suoi studi filosofici e un’osservazione intelligente della realtà. Tanto che proprio l’esperienza di padre di famiglia apre e chiude questo piccolo trattato filosofico, in cui si spazia da Tommaso a Hannah Arendt, da Epicuro a Jean–Paul Sartre. Con puntate pop decisamente gustose, come lo sguardo ironico sul film Ocean’s twelve, con Pitt e Clooney: «Un giorno uno dei miei figli mi pose un quesito: “Puoi dirmi cos’è un buco, senza dire ciò che c’è attorno?”. Il lettore si fermi un istante. Non ci metterà molto a osservare che è impossibile rispondere alla domanda. Il buco non è una “cosa”, un materiale che si aggiunge alle cose che si vedono e si toccano. Non è una “realtà” come le altre, visibile o tangibile: il buco è una “privazione”».

A chi legge non sfugge l’analogia tra buco e male... Il buco come una mancanza di realtà, il male come una mancanza di bene. Su questa analogia Putallaz costruisce un ragionamento stringente, che naturalmente deborda nella riflessione sulla forza del bene e sulla sua primazia ontologica e morale. In chiusura Putallaz riprende una preghiera tradizionale per i bambini: «Grazie, Signore, per tutto il bene che Tu mi hai permesso di fare in questo giorno. Perdonami, Signore, tutto il male che ho fatto».

Il periodare di Putallaz è fortemente filosofico, ma non sconfina in intellettualismi. Ha il pregio di intessere il proprio ragionare con fatti di cronaca e aneddoti. Così i migranti del Mediterraneo o la guerra in Siria, il malato di cancro o la confessione di un amico vanno a suggellare la pregnanza della riflessione filosofica. Che spesso plana su questioni biomediche (con un argomentato e razionale rifiuto dell’eutanasia, per esempio), visto che Putallaz ne è specialista: è stato membro della Commissione svizzera di etica, del Comitato scientifico dell’Istituto europeo di bioetica e della Commissione di bioetica dei vescovi elvetici.

Quale l’aspetto più innovativo del breve trattato di Putallaz? Quello di «parlare bene del male», ovvero «fare un po’ di chiarezza, di verità se possibile, in un mondo già sufficientemente inquietante anche senza che gli amanti della sapienza vi aggiungano confusione e oscurità». Cosa è dunque questo «bene del male»? È semplicemente riconoscere che «il male è relativo al bene, mentre l’inverso non è vero. È dal bene di cui priva che bisogna cominciare se si vuole capire qualcosa del male. Questo punto è capitale: il bene gode di un primato sul male».

Cosa significa questo, in concreto? Putallaz rilancia quelle attestazioni di bene irriducibile di fronte al male incarnatosi di volta in volta in «tutti i grandi dell’umanità» ed esemplifica con Nelson Mandela, Martin Luther King, Gandhi. «Ma penso anche a quella vasta coorte di persone anonime, a quelli di cui la storia non conosce il racconto, a quelli che non hanno mai cercato di diventare eroi». Cosa hanno fatto di così eccelso questi grandi, noti e anonimi, di fronte al male? «Cosa ci mostrano queste persone? Che la vita umana è degna di essere vissuta in virtù di ciò che la trascende. Essi gridano in faccia al mondo che vi sono mali più grandi della morte».

Putallaz compie poi una disamina delle diverse posizioni che, filosoficamente, si sono rapportate col tema del male: la famosa definizione di banalità del male coniata dalla Arendt a partire dal processo Eichmann a Gerusalemme; e la visione atea di Sartre espressa nell’opera Le mosche. Putallaz sembra quasi «scusare» e dar ragione all’ateismo drammatico dell’esistenzialista francese rispetto al riduzionismo intellettuale della Arendt, secondo il quale il boia nazista faceva il male semplicemente perché «non pensava»: «Questo è il dramma, la posta in gioco più radicale dell’ateismo che divora il cuore umano. Questa è la grandiosa analisi metafisica che va più lontano dell’ipotesi della “banalità del male” avanzata da Hannah Arendt, perché scaturisce da un contenuto, e non riconduce la morale a un pensiero speculativo o puramente formale».

Come affrontare il male quando ce lo troviamo davanti? Putallaz avanza alcuni consigli concreti: «Occorre correggere la volontà, reindirizzarla verso la felicità, sua destinazione originaria. Tutto sta nel determinare il modo di riuscirci». Dobbiamo ricordarci «che il bene è ontologicamente più potente del male, che lo presuppone, mentre l’opposto non è vero. Malgrado le cattive notizie che provengono dal mondo, malgrado le guerre e le epidemie (il libro è del 2017, ben prima del Covid), malgrado le malattie e la morte, il bene è vincente, perché non può che essere vincente».


L. Fazzini, inAvvenire 6 novembre 2020, III