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Le grandi domande della vita
Jean Vanier

Le grandi domande della vita

Prezzo di copertina: Euro 18,00 Prezzo scontato: Euro 15,30
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Collana: Spiritualità 183
ISBN: 978-88-399-3183-2
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 248
Titolo originale: Life’s Great Questions
© 2018, 20192

In breve

Premessa di Ronald Rolheiser

Domande e temi universali, affrontati con una immediata capacità comunicativa da un testimone credibile, universalmente noto e stimato per il suo impegno umanitario.

Descrizione

Dalle riflessioni sapienziali di Jean Vanier, filosofo e filantropo famoso in tutto il mondo, nasce questa esplorazione delle grandi domande della vita: Chi siamo noi? Perché siamo qui? Perché c’è tanta sofferenza nel mondo? Perché è così difficile essere buoni? Come facciamo a sapere che Dio esiste? Come si fa ad amare e qual è la vera natura dell’amore? Qual è il fine della nostra vita?
Con il suo tipico stile profondo ma accessibile, il fondatore de L’Arca ci incoraggia a immergerci più profondamente nella nostra fede e spiritualità, aiutandoci così a trovare le nostre risposte personali alle grandi domande della vita. Da testimone autentico, non come uno che parla per sentito dire...

Recensioni

Uscito nel 2015 negli Stati Uniti, Queriniana ha reso disponibile in italiano questo saggio di Jean Vanier: «un libro sul fare domande» che «non è un libro di risposte». Ultimo tra quelli pubblicati in italiano, assume ora, dopo la morte dell’autore all’età di 90 anni, una nuova luce. Se alcune tematiche erano già note dai suoi precedenti libri, la forma scelta in questa occasione consente l’emergere di un dialogo vivo con il lettore sulle profonde istanze dell’umana realtà. Capace di rendere vive e tangibili discipline come filosofia, psicologia e teologia senza farne pesare la presenza e la profonda e personale conoscenza dell’autore. Un uomo che ha messo a disposizione il suo denso cammino di vita – lungo all’epoca 86 anni – sapendo sollecitare la consapevolezza di dimensioni necessarie nell’esperienza di ciascuno come l’ascolto, la coscienza, l’angoscia, la ricerca della comunione in un profondo e costruttivo «pellegrinaggio di pensieri e di idee».
C. Tersigni, in Ombre e Luci 2/2019

Sono rimaste famose le seguenti espressioni di Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (1975): «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (n. 41). La figura della guida che è tale perché mette in pratica in prima persona ciò che annuncia e, per altro verso, la testimonianza individuale come autentico tratto distintivo del vero maestro sono immagini centrali della tradizione cristiana che, come con insistenza va ripetendo papa Francesco, ha sempre sottolineato l’insostituibile valore della coerenza tra fede e vita.

Esempio luminoso di questo atteggiamento è Jean Vanier, filosofo, scrittore, leader religioso e morale, scomparso di recente. Egli si è guadagnato l’ammirazione di tutti fondando e animando due importanti istituzioni, «L’Arca» e «Fede e Luce», diffuse in gran parte del mondo e caratterizzate da uno straordinario spirito di accoglienza nei confronti dei più deboli e svantaggiati.

Leggere quanto egli scrive in questo volume significa prestare ascolto a un uomo che ha saputo unire eccellenti doti intellettuali, valida preparazione culturale e concreta vicinanza ai più gravi problemi dell’uomo contemporaneo. E non v’è dubbio che fra tali problemi trovino un posto di particolare rilevanza gli interrogativi di fondo che riguardano il senso del vivere e che da secoli riecheggiano nel cuore umano.

Si tratta, fra le altre, delle questioni fondamentali concernenti l’esistenza di Dio, la presenza del male nel mondo, l’amore, la morte, l’individuazione di ciò che conferisce un significato alla vita. Scrive l’autore nell’Introduzione: «Questo non è un libro di risposte: una domanda porta ad un’altra e ad un’altra ancora, mettendoci in cammino. Non ambisce a definire ma a scoprire, è un pellegrinaggio di pensieri e idee. Parla di te e di me che percorriamo una strada insieme, esplorando i concetti di amore, avidità, odio, libertà, Dio e umanità. È un libro che parla dell’impegnarsi e del lottare con la realtà, alla ricerca della verità. Il mistero è sempre presente, e questo ci stimola ad andare avanti».

Non casualmente, in apertura del volume, l’autore si sofferma su due brani del Nuovo Testamento. Il primo è Gv 1,39, dove ai due discepoli del Battista che gli chiedono dove dimori Gesù risponde: «Venite e vedrete». Il secondo è l’inizio della Prima lettera di Giovanni, dove l’Apostolo proclama a chiare lettere che racconterà ciò di cui è stato testimone (cfr 1 Gv 1,1-4). Di nuovo e con particolare forza Jean Vanier ci fa comprendere che la risposta alle grandi domande della vita è figlia dell’esperienza e della coerenza, cosa che il suo libro attesta con chiarezza.


M. Schoepflin, in La Civiltà Cattolica 4055, 512-513

Le domande che ogni essere umano si fa nel corso della vita – soprattutto quelle grandi, quelle, cioè, che generano un senso rinnovato della propria vita – possono essere riformulate attraverso uno dei grandi testimoni del nostro tempo, Jean Vanier, fondatore de L’Arche (l’Arca). Sono domande non astratte, che vertono sulla realtà e il suo senso, sulla presenza del male e della sofferenza, sulla plausibilità di Dio a partire dall’esperienza del dolore e dei limiti drammatici di cui alcuni esseri umani sono attori diretti, sulla forza dell’amore che può soccorrere, sulla comunità che è chiamata a farsi carico degli altri. Un libro intenso, quasi il distillato di una vita, che sta di fronte a noi e ci interroga nelle nostre possibilità inespresse.
G. Coccolini, in Il Regno Attualità 6/2019, 159

Jean Vanier è un filosofo e un pensatore, ma qui risponde da testimone credibile, mescolando con semplicità e profondità ogni argomento con la sua biografia, che ha sempre qualcosa di straordinario.

È un testo che accompagna il nostro interrogarci con la testimonianza e gli interrogativi scomodi dello stesso autore. E trasmette il desiderio di inoltraci con maggior slancio nel nostro servizio come catechisti.


In Dossier Catechista 5/2019, 24

>«Le domande sono come una lotta. Siamo messi di fronte a qualcosa di sconosciuto, qualcosa che non comprendiamo. Possiamo allontanarcene, oppure trovare il coraggio di impegnarci, di sfidare noi stessi». Emerge chiaramente da queste parole la sfida che Jean Vanier lancia a se stesso. Affronta domande che non sempre trovano risposte ma che sollecitano il bisogno di cercare. L'Autore accompagna il lettore a tracciare la strada su cui camminare con lo sguardo desto di chi ha sete d'infinito.
In Se Vuoi 1/2019

I primi Padri della Chiesa spiegavano la dualità della natura umana e l'alternanza dei sentimenti buoni e cattivi, pensando che in ogni essere umano convivessero due cuori e due anime. Tutto dipendeva da quale mente e da quale cuore si decideva di far funzionare in un dato momento. L’intera vita, il ministero pastorale e l’opera di Jean Vanier - e questo libro non fa eccezione - sono un invito a usare la parte più nobile della mente e quella più generosa e misericordiosa del cuore. Jean Vanier ci stimola a inseguire la parte migliore che è in noi e intorno a noi. A volte lo stesso talento o il carisma di alcune persone possono essere rivolti a fìni ambigui, risultare seducenti ma assai poco utili a preservare la vera essenza dell'integrità morale. Spesso l'ambizione e la sete di grandezza lascia spazio all'egoismo, al sopruso, alla prevaricazione. Si perde di vista la vera accezione del termine buono. Il Vangelo è la strada verso il buono, il vero e il giusto. Ci invita a un discepolato autentico, umile, generoso. Sequela nel nome di Gesù è quella di calarsi in un secondo battesimo e immergersi nel mondo dei poveri. Lì si possono trovare comunità e gioia. Con il suo tipico stile profondo ma accessibile, il fondatore de L'Arca ci incoraggia a immergerci più profondamente nella nostra fede e nella nostra spiritualità, aiutandoci a trovare le nostre risposte personali alle grandi domande della vita.
In Consacrazione e Servizio 6/2018, 89

Un giorno Jean Vanier va a Santiago del Cile per una conferenza sulla disabilità. Il suo accompagnatore, Denis, mentre guida verso la capitale, a un certo punto rallenta e gli dice: «Se guardi a sinistra, vedi le zone degradate della città, sulla destra invece hai le case ricche, protette dall'esercito e dalla polizia; nessuno attraversa questa strada». Nel suo ultimo libro uscito in Italia, Le grandi domande della vita (Queriniana, pagine 244, euro18), il fondatore della comunità dell'Arche prende spunto da questo episodio per rammentare la pagina evangelica di Lazzaro e del ricco Epulone, richiamando il fatto che la divisione fra ricchi e poveri è spesso rinforzata da barriere che ci tengono comodamente all'oscuro gli uni degli altri: «Erigiamo muri in modo da non vedere dall'altra parte della strada, così che non riusciamo nemmeno a renderci conto di Lazzaro con la sua mano tesa».

Tutta la vita di Jean Vanier, che da poco ha compiuto 90 anni, è stata protesa ad abbattere queste barriere a partire dalla consapevolezza che ciascuno di noi non deve restare chiuso dentro una percezione ristretta del mondo. Quando iniziò l'attività dell'Arche, nel 1964, recandosi dal Canada in un paesino della Francia, i disabili venivano perlopiù segregati in ospizi. Vanier ha dato vita a comunità in cui persone normali e con handicap vivono insieme: piccoli nuclei in cui tutti crescono scoprendo le reciproche vulnerabilità e debolezze imparando ad accettarle. «A poco a poco - racconta Vanier nel volume - avviene la scoperta destabilizzante che queste persone che pensavamo fossero inutili, inadeguate e inette, sono importanti. Hanno qualcosa da insegnarci sulla presenza, sul prenderci del tempo con l'altro, sul crescere insieme. Scopriamo che la realtà [...] è che questi mondi sono divisi, ma non hanno alcuna necessità di esserlo. La realtà è questa contraddizione, nella quale c'è verità».

Nel libro l'autore, che ha assunto un ruolo di primo piano nel panorama culturale francese, tanto che vari intellettuali, anche non credenti, da Emmanuel Carrère a Julia Kristeva, hanno instaurato un dialogo con lui, affronta anche la questione dell'ateismo. E si chiede: «Come possiamo incontrarci? Come possiamo vivere nella nostra realtà condivisa?». La risposta è semplice e disarmante: «All'ateo dico: c'è una cosa che so, che l'amore è più grande dell'odio». A partire da questo assunto tutto assume un significato diverso, dall'accoglienza dei disabili alla lotta contro ogni discriminazione. Se la politica, come diceva Plutarco, è ciò che toglie all'odio il suo carattere eterno, si comprende come la verità elementare sostenuta da Vanier ha implicazioni rilevantissime: una forma di odio invisibile, ad esempio, per lui si esprime nelle politiche anti-immigrazione.

Ma il volume, come dice il titolo, affronta le "grandi domande" dell'esistenza, quali la presenza del male nel mondo e la vita nell'aldilà. Sempre partendo dalla sua esperienza concreta Vanier dà spazio alla sua concezione della misericordia: noi umani così lacerati e pieni di ferite viviamo nella condizione di chi ha bisogno di un soccorso, di essere accolto, protetto, amato. È così che egli immagina la vita dopo la morte, dove non saremo solo spettatori ma protagonisti.


R. Righetto, in Avvenire 12 dicembre 2018, 21

Questo libro fa bene al cuore. È un vero e proprio inno alla carità che parte dall'esperienza comunitaria di cura di disabili intellettivi, a cui si è sentito chiamato l'autore, Jean Vanier, filosofo e filantropo noto in tutto il mondo che, com' è noto, ha lasciato la carriera militare per fare esperienza della bellezza che c'è in ogni persona diversa. Nella realtà – afferma Vanier in "Le grandi domande della vita" (Queriniana, pagg. 248, euro 18) - c'è contraddizione e divisione e questo porta sofferenza e angoscia. Si parte quindi dalla constatazione dell'esistenza del male per giungere all'affermazione che il male può essere vinto dall'amore. Ma qual è la natura di questa cosa che chiamiamo amore?

Vanier utilizza brani del Vangelo per avvicinarsi a descrivere quello che si rivela essere il fondamento della realtà. Amore implica avere il coraggio di attraversare la strada che separa il ricco dal povero Lazzaro per portare unità in quella frattura originaria. È saper superare la paura e l'angoscia che si trovano in ognuno di noi per uscire da sé e andare incontro a ciò che percepiamo come diverso, debole, handicappato. I deboli, i fragili, i bisognosi di cure, come bambini e anziani, occupano in realtà un posto privilegiato nella società perché permettono di completare questo movimento di unione all'interno della grande famiglia umana.

L'amore non è mai astratto, parte dalla corporeità. Inizia con la relazione tra madre e figlio e si traduce in sguardi e gesti di tenerezza che fanno sentire il bambino amato. Amare incondizionatamente un'altra persona significa soprattutto saper ascoltare, mettersi in una posizione di umiltà per poter aiutare l'altro a crescere. Vanier ricorre all'esempio di una ospite della comunità L'Arche e all'Inno alla Carità di san Paolo per individuare le qualità che contraddistinguono l'amore. Pauline aveva disabilità intellettive e fisiche e alle spalle una storia di rifiuto e continue umiliazioni che l'avevano portata ad odiare se stessa e ad esprimere questo profondo malessere con gesti violenti che rendevano la convivenza difficilissima. Per amarla è stato necessario essere molto pazienti, il che significava saper attendere che il mistero di bellezza in lei celato sotto duri strati di rabbia, si rivelasse. Questo ha implicato anni di esercizio della gentilezza e del rispetto perché Pauline sentisse di essere l'amata. Occorrreva desiderare sinceramente stare in sua presenza per scambiarsi anche un solo sguardo d'intesa. Con Pauline, Vanier dice di aver conosciuto l'amore vero.

L'amore quindi è paziente, gentile, tenero, sincero, non porta alla competizione e al potere ma perdona, accoglie le fragilità e consola. L'amore si rivela proprio nella fragilità della natura umana, nella sua vulnerabilità e sofferenza. È quell'Amore rivelato da Gesù, che non mostra, al compimento della sua vita terrena, la sua forza onnipotente ma il suo totale abbandono. E se l'esperienza del nostro amore umano ci indica qualcosa sull'Amore di Dio allora Dio non appare come perfetto ma come mancante, sofferente, bisognoso, come una madre che soffre il distacco dal suo bambino perché possa avviarsi alla realizzazione del suo sé più autentico.

Per Vanier l'amore si realizza in questo sentirsi tutti insieme appartenenti alla stessa famiglia umana senza distinzioni e separazioni, e può concretizzarsi in diversi modi, ad esempio facendo esperienze di comunità che abbattono le barriere dell'individualismo. Nelle comunità si fa esperienza di una armoniosa comunione di intenti a cui si giunge attraverso la condivisione di semplici riti quotidiani come la preghiera comunitaria e necessita di un continuo sforzo di perdono per superare gli inevitabili attriti che si creano vivendo insieme. Un altro modo di sentire la comunione universale è attraverso la contemplazione della bellezza o la partecipazione all'Eucaristia, sintesi miracolosa dell'essere l'uno nel cuore dell'altro, in cui si gode profondamente dell'essere semplicemente presenti l'uno all'altro.

Vanier si dice estremamente convinto dell'amore di Dio verso gli uomini ed è per questa convinzione che ha deciso di fondare l'Arche. L'intervento premuroso e delicato di Dio nella storia dell'umanità avviene attraverso continui richiami alla mitezza e alla fratellanza, alla pace e all'unione. Anche quando il male e la guerra sembrano catastroficamente prendere il sopravvento, Dio interviene attraverso profeti che seguono la voce potente della coscienza sulla strada della pace e del riconoscimento della dignità e unicità di ogni essere umano.

Al termine della sua riflessione sulla natura della vita e della sua stessa essenza che è l'amore, il fondatore dell'Arche raggiunge toni finemente mistici affrontando il tema della morte. La morte ha a che fare con la vita perché questa è un continuo cambiamento di crescita. La crescita esige che prendiamo coscienza della nostra interconnessione, significa aprire il cuore a persone molto diverse da noi, perfino a chi vuole ferirci, ascoltare le loro storie per portare frutti di pace. La morte sarà l'ultimo cambiamento, sarà l'incontro gioioso e festoso con chi ci ama nonostante tutte le nostre povertà e manchevolezze, porterà l'unione intima dell'anima con Dio e l'umanità intera in un infinito abbraccio di luce.


L. Giustina, in Noi. Famiglia & Vita ottobre 2018, 36

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