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Uscire allo scoperto
Mauritius Wilde

Uscire allo scoperto

Perché mai nascondere la propria fede?

Prezzo di copertina: Euro 25,00 Prezzo scontato: Euro 21,25
Collana: Spiritualità 188
ISBN: 978-88-399-3188-7
Formato: 13,2 x 19,3 cm
Pagine: 240
Titolo originale: Zeigt Euch! Warum man seinen Glauben nicht verstecken muss
© 2019

In breve

«Questo libro vorrebbe incoraggiare a testimoniare la propria fede, a non rimanere in silenzio. Vorrei risalire a Colui con il quale tutto è cominciato, ossia Gesù Cristo, e mettere a fuoco ciò che la stessa Bibbia dice a proposito del rendere testimonianza» (Mauritius Wilde).

Descrizione

Spesso come cristiani facciamo di tutto per non dare nell’occhio. Al massimo, portiamo con noi dei piccoli segni che indicano la nostra fede o le nostre convinzioni religiose: una catenina con il crocifisso, l’effigie di un santo sul cruscotto dell’auto oppure un adesivo sul parabrezza. Magari approfittiamo della penombra di una chiesa per accendere furtivamente una candela e recitare una preghiera. Insomma: ci mimetizziamo.
Le cose si fanno più avvincenti, però, quando la fede chiede di manifestarsi all’esterno e noi usciamo allo scoperto. Ecco allora che sorgono domande molto concrete, come per esempio: devo portare il mio amico a messa con me? Come famiglia dobbiamo pregare prima dei pasti, anche se ci sono degli ospiti ai quali la nostra fede è estranea? Dov’è il luogo opportuno per manifestare ciò in cui credo: una chiesa oppure una piazza? Sono pronto per mostrarmi come credente? E se vengo segnato a dito, ridicolizzato, emarginato, contestato, come devo reagire?
Mauritius Wilde incoraggia a testimoniare la propria fede: come si dice nella Bibbia, a rimanere ancoràti ad essa. E invita a tutti gli effetti il lettore e la lettrice a un viaggio emozionante, a un percorso capace di nutrire e arricchire la spiritualità personale di ciascuno di noi.

Recensioni

Come cristiani “confessionali” siamo solitamente abituati ad essere molto – troppo – discreti sulla nostra fede. L’autore del libro, un monaco benedettino dell’Abbazia tedesca di Münsterschwarzach e attuale priore del sant’Anselmo a Roma, inizia la riflessione con un episodio curioso che fa capire il “troppo” della nostra discrezione. Stava muovendo i primi passi nella direzione della casa editrice del suo monastero e durante una Fiera del Libro a Francoforte decise di essere discreto presentandosi in borghese. Lì, alla Fiera, incontra un monaco in saio marrone. Voleva salutarlo calorosamente quando si accorse che non era affatto un monaco, bensì un «eyecatcher», uno che attira lo sguardo verso il proprio stand. Questo contrasto che costituì «un’esperienza chiave» per l’autore apre tutta una riflessione che combina il dato biografico al dato riflessivo per mettersi in discussione e riflettere sul vivere il proprio mandato missionario come battezzato.

Il libro argomenta che rimanere nella fede e «mostrare» la fede vadano di pari passo. Ma mostrare la propria fede non implica necessariamente essere degli stalker di Dio o sentirsi addosso la responsabilità di evangelizzare tutto il mondo senza interruzione e senza criterio.

Per questo, il viaggio proposto dall’autore riprende diverse istanze bibliche ed esperienziali per coniugare il compito missionario. Tra i passi che l’autore sviluppa, abbiamo quello della missione dei settantadue (Lc 10). L’autore si sofferma sui dettagli del testo biblico dove notiamo una missione non riservata solo ad alcuni “professionisti” del cristianesimo, ma a tutto il popolo – laos – che segue Gesù, quindi a chierici e laici insieme. Ma oltre al mandato, ci sono specifiche cruciali nello svolgimento del compito missionario: «Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi». «A due a due» implica che il cristiano è missionario nel seno e nel cuore della Chiesa, in comunione con i fratelli.

E l’inciso «li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» è confortante. Di esso dice l’autore: «Ciò limita al massimo il nostro ruolo in quanto inviati: noi non partiamo di nostra iniziativa – è lui che ci manda. Noi non andiamo dove vogliamo – è lui a stabilire la meta. Trovo tutto questo un pensiero incredibilmente confortante. Mi toglie delle responsabilità, ma insieme conferisce al processo una dignità e una bellezza particolari: sono infatti incaricato di mettermi al servizio dell’incontro tra Dio e l’uomo».


R. Cheaib, in Theologhia.com 6 gennaio 2020

Uno degli esempi più clamorosi è quanto avviene in alcune scuole in occasione del Natale: nelle recite e nei canti insegnati ai bambini invano troverete il nome del festeggiato, Gesù Cristo. Ma del resto sono gli stessi contesti in cui da tempo la nascita del bimbo di Betlemme è stata rimossa con la più "accettabile" e generica "festa della luce". E verrà magari il giorno in cui sarà bandito anche lo stesso termine inglese "Christmas", che ha in sé il riferimento al Cristo. Sono soltanto alcuni segnali di una cultura che tende a relegare ormai la fede in un ambito soltanto privato in nome dell’ideologia oggi più diffusa, quel politicamente corretto che contagia anche i credenti.

Al punto che diventa controcorrente anche solo per il titolo il saggio Uscire allo scoperto. Perché non bisogna nascondere la propria fede (Queriniana, pagine 240, euro 25) a firma di Mauritius Wilde, teologo e monaco benedettino, attualmente priore di Sant’Anselmo a Roma. «Spesso come cristiani facciamo di tutto per non dare nell’occhio - osserva l’autore - e ci mimetizziamo». Ci guardiamo bene dal manifestare all’esterno il nostro credo perché «abbiamo una certa paura, e forse ci vergogniamo addirittura un po’. È come se avere una fede, o forse addirittura "aver bisogno" della fede, fosse una sorta di debolezza».

Eppure le Scritture dovrebbero infondere una buona dose di coraggio, se è vero, come annota padre Wilde, che la Bibbia contiene 365 volte l’espressione: «Non avere paura!», cioè una per ogni giorno dell’anno. Scrive il monaco: «Il messaggio centrale dell’Antico Testamento è infatti: Tu, Israele, hai un Dio che ha stretto un’alleanza con te. E quello del Nuovo Testamento: Tu, uomo, hai un Dio che puoi chiamare "Abbà", Padre buono, e che ha perdonato tutte le tue mancanze per mezzo di Cristo».

Abbiamo insomma le spalle ben coperte, ma ciò nonostante la nostra testimonianza è spesso pavida e impallidisce di fronte a quei cristiani che invece anche oggi sono disposti a farsi crocifiggere pur di non rinnegare l’amicizia con Cristo. Dalla Cina alla Turchia, per non parlare della Corea del Nord comunista, sono tanti i luoghi di martirio ancora attuali. Perché sono disposti a rinunciare alla propria vita pur di annunciare Gesù?

È la domanda che dovrebbe spronare anche noi in una società in cui la fede cristiana «sta evaporando del tutto» asserisce l’autore. Quando invece testimoniare la resurrezione di Cristo, di uno cioè che ha vinto la morte, ha a che fare con la vita e il destino di ogni uomo. La stessa ragione per cui nella storia si è intravista una "differenza" cristiana. Se perfino uno mai tenero con la Chiesa come lo scrittore Heinrich Böll - fa notare padre Wilde - ha scritto: «Preferirei persino il peggiore dei mondi cristiani al miglior mondo pagano, perché in un mondo cristiano c’è posto per coloro ai quali nessun mondo pagano ha mai lasciato posto: per storpi e malati (…). Io credo in Cristo e credo che milioni di cristiani su questa terra potrebbero cambiare il volto del mondo. Suggerisco alla riflessione e all’immaginazione dei nostri contemporanei di figurarsi in un mondo in cui non ci fosse stato Cristo».


A. Giuliano, in Avvenire 2 gennaio 2020, 20

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