17/06/2011
194. PER UNA CULTURA DELLA VITA NEI PERICOLI DEL TEMPO PRESENTE di Jürgen Moltmann1
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Relazione di apertura del Forum di Pechino, Cina, novembre 2010

 

Il mio intervento sarà su ciò che da tempo mi sta occupando parecchio:

– una cultura della vita più forte del terrore della morte
– un amore della vita che superi le forze distruttive presenti oggi nel mondo.

E questo perché credo fermamente che «dove è pericolo, cresce anche ciò che salva» 2.

Inizierò da alcuni dei pericoli del nostro tempo nella I parte a cui darò risposta nella II parte con le dimensioni di un mondo vivibile e la vitalità dell’amore.



I.
Il terrore oggi di una morte universale


1.
La vita umana attualmente è in pericolo, e non lo è solo in quanto la nostra esistenza è mortale. Infatti è sempre stato così. Ma è in pericolo perché essa non è più amata, affermata ed accolta. Il poeta francese Albert Camus all’indomani della seconda guerra mondiale affermava: «Questo è il mistero dell’Europa: la vita non è più amata». Quanti hanno sofferto in quella guerra omicida sanno che cosa ciò voleva dire. Una vita non più amata è pronta ad uccidere e ad essere uccisa.

Oggi ci confrontiamo con una nuova religione della morte. Non intendo con questo la religione dell’Islām, ma l’ideologia del terrore così tipica del XXI secolo: «I vostri giovani amano la vita», così si espresse il mullah talebano Omar in Afghanistan, «i nostri amano la morte». Dopo l’assassinio di massa di Madrid dell’11 marzo 2004 si ritrovarono lettere con lo stesso messaggio: «Voi amate la vita, noi la morte». Questa sembra essere l’ideologia terrorista moderna degli assassini suicidi. Io ricordo che già sessant’anni fa in Europa ci fu un avvenimento simile: «Viva la muerte», gridò un vecchio generale fascista durante la guerra civile. E non si può dissuadere un assassino suicida: egli ha rotto il timore della morte, non ama più la vita e vuole morire insieme alle sue vittime.


2.
Oltre questa superficie di terrore si cela un pericolo più grande. I trattati di pace e per la non proliferazione delle armi tra le nazioni hanno un tacito presupposto: la volontà di sopravvivenza, la volontà di vivere da ambo i lati. Ma cosa succede se un partner non vuole sopravvivere ma intende morire, e se con questa morte egli può distruggere nel suo insieme questo “empio” mondo “senza dio”? che cosa avviene quando un paese che possiede armi nucleari è ossessionato da questa “religione della morte” e diviene l’agente suicida dello sterminio collettivo della parte rimanente del mondo, solo perché è spinto nell’angolo e rinuncia a ogni forma di speranza? La deterrenza funziona solo se tutte le parti hanno la volontà di vivere e vogliono sopravvivere.

La seduzione di distruggere questo mondo, che è percepito come vecchio, empio o a-teo, può crescere in un desiderio di morte universale. Si vuole sacrificare la propria vita, che appare inutile e priva di significato, se si può distruggere per intero questo mondo ostile. Questa apocalittica “religione della morte” è il vero nemico della volontà di vivere, dell’amore per la vita e dell’affermazione dell’essere.


3.
Oltre ai pericoli esistenti oggi per la vita comune delle nazioni a livello politico esiste una minaccia costante di più antica data: quella nucleare. La prima bomba atomica su Hiroshima nell’agosto del 1945 segnò la conclusione della seconda guerra mondiale e fu, allo stesso tempo, l’inizio del tempo della fine per l’intero genere umano, ovvero l’età in cui è possibile in qualsiasi momento la fine dell’umanità. Nessun essere umano è in grado di sopravvivere all’“inverno nucleare” che seguirebbe a una grande guerra atomica. Ricordate: il genere umano fu sull’orlo di un simile avvenimento per più di quarant’anni durante la guerra fredda. Ed è vero che il conflitto aperto non è più molto probabile da quando un simile scontro è cessato nel 1990. Viviamo in un tempo di pace relativa, ma ci sono ancora così tante bombe atomiche e all’idrogeno stoccate negli arsenali delle grandi nazioni (e pure di quelle più piccole) capaci di autodistruggere l’umanità. Sacharov lo chiamò “suicidio collettivo”: «Chi spara per primo muore per secondo» – questa fu per più di quarant’anni la cosiddetta “distruzione reciproca assicurata”. Molte persone si erano dimenticate della minaccia atomica fino a che il Presidente Obama ridestò lo scorso anno a Praga il vecchio sogno di un “mondo senza bombe atomiche” e intraprese con la Russia nuovi negoziati per il disarmo. Allora all’improvviso molti di noi si fecero nuovamente consapevoli del destino che pende come una nuvola nera sulle nazioni. Insolitamente si ha la percezione esplicita della presenza della minaccia nucleare in quel che gli psicoanalisti americani chiamano “intorpidimento nucleare”. Reprimiamo l’ansia, cerchiamo di dimenticare questa minaccia e viviamo come se il pericolo non ci fosse, eppure ciò rode il nostro subconscio, guastando il nostro amore della vita.


4.
A differenza della minaccia nucleare i cambiamenti climatici non sono solo una minaccia ma già una realtà che sta emergendo ovunque. Le persone lo sanno perché ognuno può vederli, averne la percezione e a volte sentirne l’odore.

La distruzione dell’ambiente che causiamo attraverso il sistema economico globale di oggi indubbiamente danneggerà seriamente la sopravvivenza dell’umanità nel XXI secolo. La società industriale moderna ha sbilanciato l’equilibrio dell’organismo Terra, ed è avviata alla morte ecologica universale, a meno di mutare il modo in cui le cose si sviluppano. Gli scienziati hanno mostrato che le emissioni di diossido di carbonio e di gas metano distruggono il livello di ozono dell’atmosfera, mentre l’uso dei fertilizzanti chimici e di una moltitudine di pesticidi rende sterile il suolo. Essi hanno dimostrato che il clima globale sta già mutando adesso, oggi, tanto che sperimentiamo un aumento di catastrofi “naturali”, come siccità ed alluvioni, che non sono naturali ma causate dalla mano dell’uomo. Il ghiaccio dell’Artico e dell’Antartico si scioglie, e ne prossimi secoli – ci dicono gli scienziati – le città costiere come Amburgo, la mia città, e le regioni come il Bangladesh e molte isole dei mari del Sud saranno inondate. Tutto in ogni forma di vita sulla terra è minacciato.

La crisi ecologica è al primo posto causata dalla civiltà scientifica e tecnologica occidentale. Questo è vero.

Ma è un errore pensare che i problemi ambientali siano problemi unicamente dei paesi industriali dell’Occidente. Al contrario, le catastrofi ecologiche stanno ancor più aggravando i problemi economici e sociali già esistenti dei paesi del Terzo mondo. Indira Gandhi aveva ragione quando diceva che la «povertà è l’inquinamento peggiore».

Tutti noi conosciamo questa realtà, ma sembriamo paralizzati. Non facciamo quel che sappiamo essere necessario per impedire le conseguenze peggiori. Questa paralisi si può anche definire “stordimento ecologico”. Niente accelera una catastrofe imminente quanto la paralisi del fare.

Non sappiamo se il genere umano sopravvivrà al destino che esso ha creato. E va bene così. Perché se sapessimo che non sopravvivremmo, non faremmo nulla; se conoscessimo che esistono delle possibilità, non faremmo ugualmente niente. Solo se il futuro è aperto ad entrambe le soluzioni siamo costretti a fare oggi quanto è necessario per sopravvivere domani. Poiché non siamo in grado di sapere se il genere umano sopravvivrà, dobbiamo agire oggi come se il futuro della vita dipendesse da noi, e dobbiamo nello stesso tempo confidare nel fatto che noi e i nostri figli faremo vincere la vita e la sopravvivenza.


5.
Ma deve esserci una razza umana oppure siamo solo un accidente della natura? Attualmente già più di sei miliardi di esseri umani vivono sulla terra e questo numero è destinato a crescere rapidamente. Eppure la terra potrebbe anche non essere abitata. È vissuta senza esseri umani per milioni di anni e può sopravvivere forse per milioni di anni dopo che la razza umana scomparirà. Tutto ciò lascia il campo alla domanda ultima e più cruciale:


Noi esseri umani siamo sulla terra solo per caso, oppure è parte dell’evoluzione della vita che gli uomini dovevano venire? Se la natura mostrasse un “forte principio antropico” potremmo sentirci “a casa nell’universo” (Stuart Kauffman). Se questo non si può provare, l’universo non dà alcuna risposta alla questione esistenziale dell’umanità. Né le stelle né i nostri geni ci dicono se un essere umano deve esistere oppure no. Ma come possiamo amare la vita e affermare il nostro esistere umano se l’umanità è solo un accidente della natura, e come tale superfluo e senza rilevanza per l’universo, forse solo un errore di essa? c’è un “dover essere”, come ci dice Hans Jonas? esiste una qualche ragione per amare la vita ed affermare l’essere umano? Se non ci sono risposte ogni cultura della vita è incerta nei suoi fondamenti ed è costruita su basi precarie.


II.
Una cultura della vita deve essere una cultura di vita comune tra gli umani e il mondo naturale


1.
Possiamo “vivere con la bomba”? Penso che si possa crescere in sapienza, ma come?

Il sogno del Presidente Obama di un “mondo senza le armi nucleari” è giusto, ma resta un sogno. Mai l’umanità non sarà in grado di affrontare quello che ora riesce a fare. Chiunque abbia imparato la formula della fissione atomica non la dimentica più. Da Hiroshima nel 1945 il genere umano ha perso la propria “innocenza atomica”.

Ma la scadenza atomica è anche la prima età comune delle nazioni. Tutti i paesi si ritrovano sulla stessa barca. Tutti noi condividiamo la stessa minaccia, ognuno può esserne vittima. In questa nuova situazione l’umanità deve organizzarsi come il soggetto della comune sopravvivenza. La creazione nel 1946 delle Nazioni Unite fu un primo passo. Gli accordi per la sicurezza internazionali salvaguarderanno la pace e ci daranno del tempo da vivere e un giorno, forse, la unificazione transnazionale tra umani terrà sotto controllo i mezzi di distruzione nucleare. La scienza ci dice come acquistare potere sulla natura, la sapienza ci insegna a controllare il nostro potere. Lo sviluppo della sapienza pubblica e politica è importante quanto il progresso scientifico.

La prima lezione da imparare è questa: la deterrenza non assicura più la pace. Solo la giustizia salva la pace tra le nazioni. Non c’è altra via per raggiungere la pace nel mondo se non ci sono azioni ed equilibri armonici tra i vari interessi. La pace non è l’assenza della violenza ma la presenza della giustizia. La pace è un processo, non una proprietà. Essa è una via comune di riduzione della violenza e di costruzione di giustizia nelle relazioni sociali e globali del genere umano.

La pace all’interno delle nostre nazioni è una questione di giustizia sociale. L’alternativa alla povertà non è la proprietà; l’alternativa alla povertà ed alla proprietà è la comunità, e lo spirito di comunità è la solidarietà e il reciproco aiuto. Questo è in sintesi l’insegnamento morale delle religioni mondiali.


2.
Il “rispetto per la Vita”

Se in un sistema di vita, che lega una società umana con l’ambiente naturale, si verifica una crisi – la morte della natura, si ha pure una crisi dell’intero sistema vitale. Quella che oggi chiamiamo “crisi ecologica” non è semplicemente una crisi del nostro ambiente ma è una crisi totale del nostro sistema di vita, e non può essere risolta solo con gli strumenti tecnologici; essa chiede un cambiamento del sistema e un mutamento dei valori e delle convinzioni guida della nostra società. Le società moderne industriali non sono più in armonia con i cicli e i ritmi della terra come avveniva nelle società agricole premoderne. Le società della modernità sono programmate sul progresso e l’espansione dei progetti dell’uomo. Riduciamo la natura della terra a “nostro ambiente” e distruggiamo lo spazio vitale delle altre forme di vita. Anno dopo anno centinaia di queste muoiono. Niente è più distruttivo di ridurre la natura ad ambiente dell’uomo.

Abbiamo bisogno di un cambiamento dal dominio moderno della natura ad un “rispetto per la vita”, come Albert Schweitzer e il Daodejing ci insegnano. Questo è rispetto per ogni singola forma di vita e per la nostra vita comune nel mondo umano e naturale e per la grande comunità di tutti i viventi. Un biocentrismo postmoderno sostituirà l’antropocentrismo occidentale e moderno. Naturalmente non si può fare ritorno a un orientamento sul kósmos dell’antico e premoderno mondo rurale, ma possiamo dare inizio ad una necessaria trasformazione ecologica della società industriale. Per questo dobbiamo – credo – mutare il nostro concetto di tempo. La concezione lineare di progresso nel consumo e nello scarto della produzione deve cedere il passo ad una concezione circolare di tempo di “energia rinnovabile” e di “economia di riciclo”. Solo le circolazioni di vita possono dare stabilità al nostro mondo di progresso. Ma l’economia de. riciclo è ancora l’economia dei poveri.

La Carta mondiale della natura, adottata il 28 ottobre 1982 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, va in questa direzione:
L’umanità fa parte della natura [...]
Ogni forma di vita è unica e merita di essere rispettata quale che sia la sua utilità per gli esseri umani 3.
Noi siamo “parte della natura” e possiamo perciò sopravvivere solo preservando l’integrità della natura. 

3.
La vita dell’amore in tempi di pericolo

L’essere umano non è soltanto un dono della natura ma è anche il compito dell’essere umano. Accettare questo in tempi di terrore richiede un grande coraggio di vivere. La vita deve essere affermata contro il terrore e la minaccia. Per dirla in parola semplici: la vita deve essere vissuta, e poi la vita amata, la vita comune nel mondo umano e in quello naturale è più forte della minaccia della annichilazione universale. Vedo tre fattori maggiori di questo coraggio di esistere e del coraggio di vivere:

a)
La vita umana deve essere affermata, perché può anche essere negata. Come è noto a tutti, un bimbo può crescere solo in un’atmosfera di fiducia. In un’atmosfera di rigetto il bambino svanirebbe nell’anima e nel corpo. Egli impara ad accettarsi quando è accettato. Ciò che è vero per lui vale per gli esseri umani sempre: dove siamo accolti, apprezzati e affermati, siamo motivati a vivere; dove percepiamo un mondo ostile di disprezzo e rigetto, ci ritiriamo in noi stessi e stiamo sulle difensive. Abbiamo bisogno di una forte affermazione di vita che può affrontare simili negazioni. Ogni sì alla vita è più forte di ogni negazione della vita, perché può creare qualcosa di nuovo che i rifiuti non possono fare.

b)
La vita umana è una vita di partecipazione e di condivisione. Siamo vivi dove sentiamo la simpatia degli altri, e restiamo vivi là dove condividiamo la nostra vita con altri. Nella misura in cui abbiamo degli interessi, siamo vivi. È facile fare la controprova: l’indifferenza conduce all’apatia. L’apatia totale è una vita assolutamente non vissuta; è la morte dell’anima prima della morte fisica.

c) La vita umana è viva se è ricerca della felicità. La vita umana guadagna in vitalità dal suo lottare innato. La “ricerca della felicità” è dai tempi della Dichiarazione americana d’indipendenza un diritto umano essenziale. Inseguire la propria felicità non è solo un diritto umano privato ma è anche un diritto pubblico. Parliamo di “vita buona” o di una “vita significativa” e con questo intendiamo una vita che vive le sue massime potenzialità nella vita pubblica di una società buona ed armoniosa come ci è detto da Confucio.

Quando prendiamo sul serio questa “ricerca della felicità” incontriamo la malasorte delle masse povere e iniziamo a soffrire con quanti sono toccati da questo destino. La compassione con cui abbiamo parte alla loro passione per la vita è il rovescio della ricerca della felicità. Più diventiamo capaci di felicità nella vita, più siamo capaci di dolore e compassione. Questa è la grande dialettica della vita umana.

Ma «dove è pericolo, cresce anche ciò che salva». Come cresce la salvezza? Ho cercato di mostrare come l’Essere può prendere in sé il non-essere e di come la vita possa superare la morte attraverso l’amore e come le contraddizioni mortali si possano mutare in differenze produttive e nelle forme più alte di vita e di comunità, o – come ha detto il professor Tu Weiming – «mentre l’armonia riconosce il conflitto e la contraddizione, cerca di trasformare la tensione distruttiva in tensione creativa, così che una relazione stressante può venir rigenerata in una più alta sintesi».

Mi ricordo di famosa affermazione del filosofo tedesco Friedrich Hegel, amico di Hölderlin fin dal tempo del loro studentato all’università di Tubinga. Egli scrisse la prima affermazione del pensiero dialettico nella sua Fenomenologia dello Spirito del 1807:

[La vita dello Spirito, invece, non è]
quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte
e si preserva integra dal disfacimento e dalla devastazione,
ma è quella vita che sopporta la morte
e si mantiene in essa 4.

Una vita umana pienamente amata e vissuta supera le contraddizioni del terrore e della minaccia. Ogni vera spiritualità religiosa rivela il grande e divino Sì alla vita, Sì alla Terra e Sì al futuro nonostante i pericoli.

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Note

1) La relazione è stata presentata durante la cerimonia di apertura del settimo Beijing Forum, organizzato dal 5 al 7 novembre 2010 a cura dell’università di Pechino, con la partecipazione di oltre 350 studiosi in rappresentanza di 50 paesi sul tema: “Armonia delle civiltà e prosperità per tutti - Impegni e responsabilità per un mondo migliore”.

2)
 Patmos, in F. HÖLDERLIN, Poesie, Rizzoli, Milano 2001, 489.

3)
 http://nadiadesantis.com/leggi-e-trattati/la-carta-mondiale-della-natura.html

4)
 Bompiani, Milano 2000, 87 (Prefazione 27).




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Traduzione dall'inglese della Redazione Queriniana 
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