Gisbert Greshake

Perché l'amore di Dio ci lascia soffrire?

Prezzo di copertina: Euro 12,50

Collana: Giornale di teologia 330
ISBN 978-88-399-0830-8
Pagine: 152
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Titolo originale: Warum lässt uns Gottes Liebe leiden?
© 2008 , 2008 2

In breve

Questo libro è dedicato soprattutto a coloro che soffrono e che si interrogano sul senso della loro sofferenza. Ma chiunque segua Gesù nel cammino della fede deve cercare una risposta al perché del dolore, a fronte del credo professato in un Dio buono e onnipotente. Per scoprire che, nella croce e nella risurrezione di Gesù, il problema appare in una nuova luce.

Descrizione

Perché tutto il dolore umano? Per gli uni la sofferenza è la «rocca dell’ateismo» e la principale obiezione contro la fede in Dio. Per gli altri la sofferenza umana si può sopportare con dignità solo se Dio si fa garante che il dolore non è l’ultima parola sulla vita degli esseri umani.

«Gesù è spirato gridando: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Chiunque segua Gesù nella fede non può esimersi dall’affrontare questo interrogativo del suo Signore morente; anzi, deve cercare una risposta al perché del dolore, a fronte della fede in un Dio buono e onnipotente» (Gisbert Greshake).

Altre info

Recensioni

Un libro scritto bene e che fa bene questo di Greshake.

G. Segalla, in Studia Patavina 55 (1-2008) p. 305



Un particolare colpisce il lettore del libro di Gisbert Greshake, "Perché l'amore di Dio ci lascia soffrire?" è quello relativo al giorno in cui l'autore ha firmato la prefazione e che - ecco il particolare denso di significato - è coinciso con la festa della «Esaltazione della Croce». Infatti, l'interrogativo potente e terribile riguardante la presenza del male e del dolore nel mondo, che da sempre tormenta la mente e il cuore degli uomini, non può trovare risposta se non nella passione e morte di Cristo. Ciò non significa che l'uomo possa o debba smettere di affaticarsi intorno a esso, ma sarà ben difficile che, senza un chiaro riferimento alla fede in Gesù morto e risorto, sia possibile trovare una via d'uscita dall'angosciante questione che già fece fremere la straordinaria intelligenza di Sant'Agostino. A questo riguardo non casualmente, lo stesso Greshake, noto teologo con un significativo passato di docente nelle Università di Vienna e di Friburgo, così chiarisce il senso del suo lavoro: «La seguente riflessione teologica, perciò, si sforza di conseguire un ragionamento concludente e una concatenazione stringente nell'argomentare, ma può trovare la sua dimostrazione soltanto nella prassi di fede, speranza e carità». Guardando al Signore, il cristiano inquadra l'esperienza del dolore in un contesto nuovo che fa perdere a essa l'insensatezza e l'inutilità che sembrano caratterizzarla: la sofferenza di Cristo, vissuta per e con amore, diventa il paradigma e la prefigurazione di ogni umano patire che non rimane confinato in una insignificante sterilità, ma si apre alla speranza: «Soltanto chi ama - scrive l'autore - è in grado di sopportare la sofferenza, di integrarla, di superarla... La sofferenza e il superare la sofferenza soffrendo sono quindi la via concreta dell'amore di quel Dio la cui onnipotenza non opprime la creatura, ma la colloca nell'autonomia e nella libertà per vivere l'amore». Muovendosi entro queste coordinate, Greshake, nella seconda parte del libro, dedica un'intensa riflessione alla drammatica esperienza dei limiti della vita, quella che tocca in particolare i malati cronici, i disabili, gli infermi, i moribondi. Anche in questo caso, la fede cristiana autorizza la speranza, come insegna San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo».

M. Schoepflin, in Avvenire del 06/09/2008



[...] Quest'antichissimo interrogativo dell'umanità sul "perché" della sofferenza, sulla sua origine, sul suo significato e sulla sua compatibilità con la fede in un Dio buono è ancora ammissibile, giusto, sensato? O a suo proposito vale piuttosto ciò che un tempo venne formulato da Voltaire con queste parole: «La questione del male è un gioco intellettuale per quelli che amano le dispute: costoro sono come prigionieri che fanno tintinnare le proprie catene?». La riflessione di Gisbert Greshake, uno dei più noti teologi tedeschi, sulla sofferenza, non crediamo che voglia "far tintinnare le catene"; non si limita neanche a sole esperienze personali, ma cerca soprattutto di prendere sul serio il fatto che Gesù, dal più profondo della sofferenza, ha gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», spirando con questo grido. Da ciò deriva che chiunque segue il Cristo nella fede, non può esimersi dall'affrontare quest'interrogativo del suo Signore morente; deve cercare piuttosto, una risposta al "perché" del dolore, a fronte della fede in un Dio buono e onnipotente. L'autore, perciò, si sforza di conseguire un ragionamento concludente e una concatenazione stringente nell'argomentare, ma sa che può trovare la sua dimostrazione soltanto nella prassi di fede, speranza e carità cristiana. [...].
La speranza che emerge da quest'opera è quella di un aiuto che essa può offrire nel resistere al dolore presente nel mondo e nella propria esistenza e a vederlo, almeno in parte, in un orizzonte di senso che non sia in contraddizione con la fede nel Dio di Gesù Cristo, il quale ha dimostrato, proprio nel Figlio, che ama la sua creazione d’amore infinito. In fondo, il mistero ultimo della sofferenza, la sua radice “lancinante”, si può coniugare con quest’Amore.

L. Castiello, in Asprenas 4/2008 pp. 614-615



Il breve volume di Greshake costituisce un'ottima sintesi, sia dal punto di vista teoretico che da quello pratico-esistenziale, di come riproporre la dottrina della teodicea alla luce della rivelazione di un Dio la cui potenza consiste nell'amore.

P. Gamberini, in Rassegna di teologia 50 (3/2009), 526-527

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