03/11/2011
203. LA FEDE DEGLI ALTRI POPOLI DI DIO di Gerald O’Collins
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Nel suo ultimo libro, Salvezza per tutti (“Giornale di teologia 352”, Queriniana 2011), Gerald O’Collins, professore emerito di teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, indaga in maniera ampia e approfondita, quello che l’Antico e il Nuovo Testamento pensano della salvezza degli “altri popoli” di Dio. Il teologo australiano-romano esplora la testimonianza biblica alla portata universale dell’amore e dell’offerta di salvezza di Dio. Si tratta di un  tema forte e persistente nei libri della Bibbia, anche se questi ultimi contengono pure numerosi passi che formulano una concezione negativa degli “altri”. L’obiettivo è quello di esporre dettagliatamente tutte le principali testimonianze bibliche della portata universale dell’offerta di salvezza di Dio. È la prima volta che tutta la Bibbia viene esaminata da questo angolo soteriologico universale.

 

Emergono cinque elementi, che sono poi chiariti in qualche misura da alcune affermazioni connesse rinvenibili in altri passi della Lettera agli Ebrei


(1) Innanzitutto, alcune esortazioni danno corpo a ciò che è richiesto per «essere graditi a Dio»: «Diamo grazie, mediante cui rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore» (Eb 12,28). Questo culto reso a Dio con gratitudine si traduce in atti di benevolenza che edificano la comunità: «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché tali sacrifici sono graditi al Signore» (Eb 13,16). Un ulteriore versetto condensa questo «essere graditi a Dio» nei termini dell’esecuzione della volontà divina: «Il Dio della pace […] vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito» (Eb 13,20s.). Potremmo sintetizzare le implicazioni di questa concezione dell’“essere graditi a Dio” dicendo che configura una fede che offre a Dio con gratitudine un culto riverente e che fa la sua volontà con opere buone e di servizio verso gli altri. Ovviamente la fede esplicita in Cristo conferisce grande vigore alla vita di fede. Eppure, se una relazione verticale con Dio (attraverso un culto pieno di gratitudine) e una relazione orizzontale con gli altri esseri umani (attraverso una bontà che conduce al sacrificio di sé) richiedono il sostegno invisibile dello Spirito Santo, non dipendono, in quanto tali, da un rapporto cosciente con Cristo. Una fede gradita a Dio è una possibilità aperta a tutti. 


(2) Vari altri passi di Ebrei illustrano che cosa comporti l’«avvicinarsi a Dio» (Eb 11,6). Avvicinarsi a Dio significa accostarglisi nella preghiera e adorarlo. Così, l’anonimo autore parla di «accostarsi al trono della grazia» (Eb 4,16). I cristiani sono consapevoli che fanno ciò per mezzo di Gesù: «Egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,25). Ma avvicinarsi a Dio nella preghiera e nel culto non richiede la consapevolezza che tale “avvicinamento” dipende dall’intercessione sacerdotale del Cristo risorto e attivamente presente. Tale intercessione opera sia che gli adoratori siano coscienti della presenza di Cristo quando si avvicinano a Dio nella preghiera sia che non lo siano. 


(3) Ovviamente coloro che si avvicinano a Dio nella preghiera esibiscono la fede che egli esiste. Essi rispondono alla domanda «C’è qualcosa al di là del mondo visibile?», legandosi al Dio invisibile. La loro fede comporta inevitabilmente l’ammissione che il mondo è creato da Dio, che essi adorano come il Creatore invisibile da cui sono venute tutte le cose e verso cui tutte sono dirette. Dio è allo stesso tempo l’origine e lo scopo del mondo (cf. Eb 2,10). 


(4) Nella fede, Dio viene accettato non soltanto come l’origine dell’universo, ma come colui che «ricompensa coloro che lo cercano». Ciò equivale ad accettare che egli sia lo scopo futuro della nostra esistenza. Dio viene accettato come giusto e come fedele alle sue promesse, comunque queste siano interpretate. Coloro che hanno la fede vivono in qualche modo come pellegrini che sperano in «una patria migliore».

Ovviamente coloro che abbracciano la fede non sempre godono delle “normali” benedizioni (materiali) in questa vita. È proprio tale difficoltà a indurre l’autore di Ebrei a invocare la perseveranza: «Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa» (Eb 10,35). Perlomeno in questo passo l’autore non specifica quale forma assumerà questa grande ricompensa, né distingue fra “ricompense” destinate ai propri lettori cristiani e ricompense destinate a tutti gli altri che “cercano” Dio. Sia i cristiani che gli altri “cercatori di Dio” sono chiamati dalla fede a riporre il proprio futuro nelle mani del Dio giusto e fedele (cf. Eb 10,23). 


(5) Il “cercare” Dio mette in luce un atteggiamento che è presupposto da un sincero “avvicinarsi” a lui nel culto e nella preghiera. Ci si avvicina a Dio nella preghiera perché si spera di ricevere una risposta favorevole, qualunque forma questa possa assumere. «Accostarsi al trono della grazia» richiede la fiducia che le proprie preghiere saranno ascoltate. L’autore di Ebrei lascia la questione completamente aperta – riguardo al quando, al dove e al come della “ricompensa” di coloro che cercano Dio nella preghiera. Ciò che emerge in questa lettera richiama alla mente la fiducia senza limiti dell’insegnamento di Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Non viene data nessuna indicazione su quando, dove e come la preghiera perseverante riceverà risposta. Tutto si concentra nell’assicurazione che essa avrà risposta. 

Come ho detto in precedenza, i cinque grandi temi contenuti in Eb 11,6 ci consentono di intravedere qualcosa della forma assunta dalla fede degli “esterni”. Ma per cogliere tutta la ricchezza di questo versetto, lo si deve leggere non soltanto nel suo contesto immediato, ma anche nel contesto dell’intera lettera. Ciò viene fatto raramente, se mai viene fatto. La Lettera agli Ebrei si rivolge certo a dei cristiani, e lo fa nella consapevolezza che questi stanno patendo persecuzioni e sofferenze di vario tipo. Eppure, come risulta chiaro dai maestosi versetti iniziali (Eb 1,1-4), la salvezza mediante la fede è offerta a tutti, ed è offerta a tutti sulla base della sovranità universale di Cristo in quanto Figlio di Dio e unico sommo sacerdote. Un commento di Luke Timothy Johnson formulato a proposito di 1 Tm 2,5 («Uno solo, infatti, è Dio») si applica altrettanto bene a Ebrei e alla visione di Dio e della fede offerta da questa lettera: «Se Dio deve essere qualcosa di più di una divinità tribale, allora deve essere uno solo per tutti gli esseri umani; e se deve essere giusto (equo), allora deve esistere qualche principio mediante cui tutti gli esseri umani possano rispondergli: la fede 1» . Qui si potrebbe riprendere un testo del Nuovo Testamento rivolto originariamente ai cristiani (Col 3,3) ed estenderlo agli altri popoli di Dio: mediante la fede, «la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!».


[…]

Questo capitolo finale è stato dominato dalla Lettera agli Ebrei. Ma l’ultima parola spetta al capolavoro di san Paolo. Prima di sostenere che tutti gli esseri umani saranno salvati per mezzo della fede (Rm 3,27-31), l’Apostolo argomenta che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria/bellezza di Dio» (Rm 3,23). Più avanti egli torna su questi due temi dicendo che «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti» (Rm 11,32). La fede e la misericordiosa salvezza di Dio sono a disposizione di tutti. Paolo suddivide il proprio mondo in giudei e gentili, due gruppi che sono stati entrambi infedeli verso Dio. Ma Dio «utilizza questa infedeltà per manifestare a tutti la sua misericordiosa bontà 2» . Paolo contempla la misericordia divina che si spande su tutti per mezzo di Gesù Cristo e del suo Spirito. Questa visione della salvezza per tutti gli esseri umani costituisce verosimilmente il coronamento della più grande lettera di Paolo. Essa può fornire a buon diritto le parole conclusive di questo libro: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti».

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Note
1) L.T. JOHNSON, The First and Second Letters to Timothy, Doubleday, New York 2001, 197.
2) J.A. FITZMYER, Romans, Doubleday, New York 1993, 628 [trad. it., Lettera ai Romani. Commentario critico-teologico, Piemme, Casale M. 1999, 746].



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Dal libro:


Gerald O’Collins
Salvezza per tutti 
Gli altri popoli di Dio


Queriniana 2011
pp. 366-369; 373-374
(traduzione dall’inglese di Giorgio Volpe).











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