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Il cristianesimo non esiste ancora
Dominique Collin

Il cristianesimo non esiste ancora

Prezzo di copertina: Euro 22,00 Prezzo scontato: Euro 20,90
Collana: Giornale di teologia 426
ISBN: 978-88-399-3426-0
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 208
Titolo originale: Le christianisme n’existe pas encore
© 2020

In breve

«Queste pagine sono animate più dall’amore per la parte inesistente del cristianesimo, che dal rimpianto per il suo splendore passato (che in fondo è solo un’illusione). Perché il suo avvenire non esiste… ancora».

«Il futuro del cristianesimo è tutto nella riserva d’inaudito che il Vangelo possiede: perché, sì, c’è qualcosa del Vangelo che non abbiamo ancora inteso!».

Descrizione

C’è forse qualcosa del Vangelo che non abbiamo ancora inteso?
Il filosofo danese Søren Kierkegaard riteneva che il cristianesimo del Nuovo Testamento non esistesse: esiste il cristianesimo senza Vangelo, il quale però non è altro che un simulacro inventato dai cristiani stessi per non dover conformare la loro vita alla parola di Cristo.
Dominique Collin riprende questa tesi corrosiva per spiegare che il cristianesimo storico e culturale è un’illusione: una confortevole illusione che consente ai cristiani di evitare di chiedersi se sono ancora fedeli al Vangelo – parola viva, sempre inedita, perfino sovversiva.
Quando, allora, esisterà il cristianesimo? Quando smetterà di interrogarsi sul suo futuro e si preoccuperà di più di ciò che mancherebbe all’essenziale del Vangelo se non fosse proclamato come Vangelo?
Per uscire dalla crisi nella trasmissione della parola cristiana nel mondo di oggi, questa brillante perorazione del domenicano Collin propugna un cristianesimo che sappia parlare in modo evangelico a qualsiasi uomo e donna, credente o non credente, per invitarli – infine – a esistere.

Recensioni

>«Cristiani non si nasce, ma si diventa»: già ne era convinto Tertulliano (Apologeticus, XVIII, 4). Per Gregorio di Nissa (Homiliae in Canticum, 8), la vita cristiana è un ricominciare sempre, di inizio in inizio, attraverso inizi che non hanno mai fine. Negli Atti degli Apostoli i cristiani sono chiamati «gente della Via» (At 9,2), cioè uomini e donne in cammino, alla sequela di Gesù che di se stesso dice «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). L’immagine del cammino ricorda che la relazione con il Signore Gesù non può continuare per inerzia, ma ha bisogno di un rinnovato impulso e del coraggio della perseveranza. In Ora prima (Edizioni Qiqajon 1997, p. 7) Erri De Luca scrive che «credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente». Nella bella Lettera ai cercatori di Dio del 12 aprile 2009 i vescovi italiani giungono a definire il credente come «un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere» (cap. I, § 5). Francesco Cosentino (in Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo, Cittadella Editrice 2010, p. 90) scrive: «Il cristiano autentico vive la condizione esodale dell’inquieto cercatore delle tracce di Dio, senza ritenere mai un possesso acquisito i piccoli traguardi della fede; egli è un viandante e un pellegrino luminoso impegnato, pur attraverso il dubbio e la ferita del dover imparare quotidianamente a credere, a fuggire ogni sterile staticità e ogni fissazione sulle tradizioni umane».

Avverto di essere molto a mio agio con questo genere di riflessioni. Mi sono tornate alla mente nel corso della lettura di un saggio del teologo e filosofo belga, già priore della comunità domenicana di Liegi, Dominique Collin: Il cristianesimo non esiste ancora (Editrice Queriniana 2020). Nella scelta del titolo l’autore afferma di essersi ispirato ad un passo decisamente corrosivo del Diario di Søren Kierkegaard: «Il cristianesimo del Nuovo Testamento non esiste assolutamente». Il filosofo e teologo danese della prima metà del XIX secolo, padre dell’esistenzialismo cristiano, riteneva infatti che un cristianesimo senza Vangelo fosse solo un simulacro inventato dai cristiani per non dover conformare la loro vita alla Parola di Cristo. Era convinto che un cristianesimo della domenica, superficiale e leggero, non fosse conforme al Vangelo del Regno annunciato da Gesù di Nazaret (p. 7).

In che senso «il cristianesimo non esiste ancora»?

Per Dominique Collin il titolo del libro non è sinonimo di «cristianesimo che non esiste o non esisterà più». Al contrario, l’attuale epoca di scristianizzazione può costituire un’opportunità per l’insieme dei cristiani, a condizione che essi ritrovino l’inaudito (il sorprendente, l’inatteso, l’incompiuto, l’inascoltato) del Vangelo, che sostanzialmente significa accogliere la forza di richiamo del Regno di Dio, come ci invitano a fare le parole inaugurali del vangelo di Marco (p. 13): «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). «Il cristianesimo può essere compreso solo attraverso la testimonianza del modo in cui il Vangelo diventa il motore della nostra esistenza» (p. 152).

Il cristianesimo non esiste ancora perché nessuna persona, nessun gruppo, nessuna cultura, nessun sistema di pensiero, nessuna Chiesa può dirsi cristiana senza riconoscere che deve ancora diventarlo relativamente al «Regno di Dio» (p. 20) che del cristianesimo è la forza di richiamo e l’apertura insuperabile (p. 13). Dire che il cristianesimo non esiste ancora significa pensare che l’evento-Cristo che gli ha dato origine procede «da un a-venire che non può mai essere confuso con il presente, altrimenti questo evento diventerebbe esso stesso un fatto passato» (p. 35).

Il cristianesimo non esiste ancora «perché ciò che lo renderà possibile dipende da noi», nella consapevolezza «che ciò che dipende da noi è già l’effetto di un dono di cui non siamo padroni, ma che siamo invitati ad accogliere nella fede, nell’amore e nella speranza» (p. 36). Il cristianesimo non esiste ancora perché «l’evento-Cristo non è ancora perfettamente compiuto nelle nostre vite» (p. 40) e «non è ancora stato sperimentato in tutta la sua estensione e profondità (p. 35). Il cristianesimo non esiste ancora vuol dire che «il cristianesimo non è un fatto avvenuto, ma un evento il cui senso definitivo avverrà solo quando tutta l’umanità sarà messa in relazione con tutti i possibili che il Vangelo rende possibile» (p. 47)».

Che fare, dunque, perché il cristianesimo, distinguendosi dall’insulsaggine e verbosità del «blabà» (p. 56), possa essere «parlante» (p. 15) anche in una società che sembra l’averlo condannato alla peggiore delle sventure, cioè all’insignificanza (p. 16)? Nell’opera di Dominique Collin, che non è di agevole lettura, mi sembra che si possano cogliere almeno tre risposte.

Passare da un cristianesimo di appartenenza ad un cristianesimo di esperienza

In primo luogo, è necessario transitare da un cristianesimo di appartenenza (cristianità) ad un cristianesimo di esperienza (cristicità). Mentre nel cristianesimo di appartenenza è paradossalmente possibile dirsi cristiani senza credere e senza vivere la propria fede (p. 22), il cristianesimo di esperienza rimanda sempre ad un eccesso, ad una ulteriorità costituita dal Regno di Dio (p. 23) che è il valore supremo dl cristianesimo (p. 132). Un cristianesimo di appartenenza vende identità e sicurezze; un cristianesimo di esperienza «non smette mai di invitare al rischio della fede» (p. 25). Il cristianesimo di appartenenza «chiede al Cristo solo di essere il suo fondatore»; per un cristianesimo di esperienza «il Cristo è colui che ci precede sul cammino di una vita nuova» in quanto fondamento vivente e orizzonte insuperabile (p. 28) della nostra fede.

Oggi ad essere necessaria non è l’affermazione del cristianesimo come appartenenza, ma «solo la proclamazione del Vangelo come Vangelo e l’esperienza di vita nuova che questa proclamazione rende possibile» (p. 30). «Se non è verificato nell’esistenza, il cristianesimo perde la condizione che l’ha reso possibile un tempo. Il cristianesimo non è bell’e fatto, ci resta da inventarlo pensando in modo diverso ciò che lo ha reso possibile» (p. 34). La vocazione del cristianesimo non è quella di «conservare il Vangelo, ma di inventarlo come parola capace di dire all’essere umano di oggi a quale vita vivente egli è promesso» (p. 36).

Se – come attestato da At 9,2 – i cristiani sono «gente della Via» e Gesù è «la Via» (Gv 14,6), va detto che l’evento-Cristo è davanti a noi perché egli ci precede doppiamente: come «origine assente» è prima di noi sulla via che va verso la Galilea del mondo e, come «a-venire mancante», è davanti a noi – «là lo vedrete, come vi ha detto» (Mc 16,8) – come figura di chiamata e di promessa (p. 42).

Conclusivamente, le pagine di Dominique Collin segnalano e motivano l’urgenza di un cristianesimo come esperienza di vita autenticamente vissuta, «come esperienza di vita vivente» (p. 49). Si può dire che il significato ultimo del cristianesimo sia la “cristicità”, come qualità di chi è “cristico”, non nel senso delirante di credersi Gesù di Nazaret e nemmeno nel senso scimmiottesco di voler imitare Cristo, ma nel senso di essere talmente «ghermiti da Gesù Cristo» (Fil 3,12) da condurre uno stile di vita che incarna nell’oggi la Parola del Vangelo, «potenza di vita buona capace di salvarci dalle nostre propensioni nichiliste» (p. 48) e indurci ad una conversione/metanoia che – come da At 11,18 – ci apre alla Vita (p. 45).

Passare da una religiosità bigotta al Vangelo detto con parresia

Un altro passo da compiere perché il cristianesimo possa esistere consiste, secondo Dominique Collin, nel transitare da una religiosità bigotta ad un modo di dire e testimoniare il Vangelo – «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rom 1,16) – con parresia, cioè con coraggio e franchezza. Intendendo per «religiosità bigotta» non «le cosiddette devozioni popolari, come il rosario o i pellegrinaggi, ma una forma di religiosità narcisistica che può benissimo coesistere all’interno di ogni cristiano», dal momento che in ogni uomo o donna cristiana, «il credente sta a fianco del pagano» (p. 64).

Bigotta è la devozione che dà troppa importanza alle forme esteriori di religiosità, ai suoi aspetti più tradizionali e più sentimentali. Bigotta è la religiosità sdolcinata, insipida e banale che finisce con l’essere comoda e inoffensiva e con l’esaltare idee vuote per dispensarci dalla fatica di accogliere nella nostra esistenza la Parola di vita presente nelle Scritture Sacre (p. 63). Il linguaggio bigotto, abbondantemente presente nello spazio pubblico, nei media, nella politica e persino nell’economia, è la tentazione permanente del cristianesimo (p. 139) e ha a che fare con ogni discorso che non è prodotto dalla parresia (p. 66). È un linguaggio verboso e chiacchierone (p. 138). È la contraffazione del linguaggio evangelico perché ne offre «una versione fiacca ed edulcorata» che, scimmiottando la grazia, «afferma grossomodo che (…) la salvezza consiste essenzialmente nel trovare armonia e benessere nel quotidiano» (p. 140).

La bigotteria deve lasciare spazio alla parresia. Termine restio ad essere tradotto, la parresia «è il parlato giusto e vero, in una sicurezza solida che viene dalla fede e dalla speranza e non da una convinzione o da un sapere» (p. 65). La Parola del Vangelo è detta e testimoniata con parresia se è «significativa» e «veridica» (p. 67). Il linguaggio cristiano è “significativo” se entra in relazione con la vita o l’esistenza di qualcuno, se parla di me e a me per farmi non vivacchiare ma vivere in modo diverso. Ed è “veridico” se è detto in modo tale da impegnare chi lo dice a qualcuno (p. 68), se parla e non recita (p. 71). La Parola del Vangelo è significativa e veridica quando, rivolta a me, dà alla mia vita un orientamento e uno stile che si ispira al Vangelo, evitando la tendenza a snocciolare banalità astratte (p. 72). Il linguaggio della parresia vivifica e ispira speranza (p. 173).

Non è sufficiente – ricorda Dominique Collin – tradurre il messaggio cristiano nel linguaggio degli uomini e delle donne di oggi. Il messaggio cristiano è «un evento di parola che bisogna dire con parresia», e «ciascuno è convocato personalmente da una parola che lo motiva a parlare, non come un ripetitore, ma come un creatore» (p. 178). Invece di parlare del Vangelo, i cristiani dovrebbero «imperativamente far parlare il Vangelo» (p. 179) con la loro vita. E lo potranno fare solo se il Vangelo diventerà – secondo l’immagine di Ger 20,9 – come un inestinguibile fuoco interiore.

Anteporre la fede alla credenza

Un terzo passo da compiere per ovviare al cristianesimo incompiuto richiede che alla credenza sia anteposta la fede. Anteporre la fede alla credenza è di decisiva importanza perché non sappiamo più che cosa sia la fede, avendola «sostituita con un assenso più o meno convinto a una dottrina o a quella che chiamiamo, senza convinzione, la spiritualità o, ancora, più pigramente, la ricerca di senso» (p. 15).

La credenza non cerca tanto di essere vera quanto di essere creduta, mentre la fede non cerca tanto di essere creduta quanto di essere vera (p. 121). La fede è contraria alla rassegnazione; non è né fiacca né oziosa (p. 114). Per la credenza Dio è un’idea; per la fede Dio è Vita, Vita vivente, Parola che chiama l’essere umano a esistere (pp. 184-185). La vitalità del cristianesimo non si misura con l’inflazione di parole pronunciate sui più vari argomenti, ma con il cambiamento che essa conferisce a tutta la vita (p. 139): «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La credenza s’interroga sull’esistenza di Dio, la fede su chi siamo noi davanti a Dio (p. 187).

Dal momento che la fede sembra essere «divenuta un’opinione teorica più o meno convinta, che si recita con più o meno restrizioni mentali dicendo il Credo la domenica a messa» (p. 116), va detto che il contenuto della fede cristiana e la sostanza della vita dei cristiani e delle cristiane, più che il catechismo o il Credo, è il Regno di Dio. La metafora del Regno «è il solo oggetto della fede che non la fa scadere in credenza» (p. 180).


A. Lebra, in SettimanaNews.it 18 gennaio 2021

Leggere questo vol. di Collin, il primo tradotto in italiano, implica la sfida di un cristianesimo pensato altrimenti. L’a. sviluppa l’intuizione che esso sia ancora davanti a noi a motivo della novità inconclusa del Vangelo. Distingue quindi un «cristianesimo di appartenenza» da un «cristianesimo di esperienza» senza cedere però alle sirene del post-moderno. Il risultato è una proposta seria ma in progress, non definita a tutti i livelli, ma sotto forma di avvio e verifica di un percorso. Il libro è diviso in tre cc., preceduti da una diagnosi introduttiva e seguiti da un «invio» che auspica che il cristianesimo riscopra la potenzialità della sua promessa.


A. Ballarò, in Il Regno Attualità 2/2021, 32

Non è molto frequente che un teologo si rifaccia a un letterato. Di solito la teologia viaggia su binari più razionali rispetto a quelli della narrativa, maggiormente legata all’immaginazione. Per questo, quando Dominique Collin intitola il suo ultimo lavoro, il primo tradotto in italiano, Il cristianesimo non esiste ancora attingendo a una citazione di Julien Green, ci sono tutte le premesse perché il testo si presenti ricco di significati. E le pagine, densissime, di Collin, docente di teologia al Centre Sèvres di Parigi, non tradiscono le attese. Confermando che oggi l’ordine dei Domenicani, sta continuando a vivere una stagione di feconda vitalità intellettuale, come da dna della casa: oltre a Collin, classe 1975, francese, residente a Liegi, in Belgio, autore già di diversi testi, sono da menzionare l’ancor più giovane Adrien Candiard (1982), islamologo molto apprezzato, di stanza a Il Cairo (dove di recente è stato eletto priore) e altrettanto sagace autore di spiritualità, nonché Éric Salobir, ex banchiere, entrato tra i frati nel 2000, creatore di Optic, un think thank dedicato all’etica delle nuove tecnologie.

Ma torniamo a Collin. Il cui volume ha diversi meriti e un piccolo limite. Anzitutto mette in dialogo fecondo tre autori di diversa epoca: Soren Kierkegaard, Michel de Certeau e Maurice Bellet. Molto citati nel testo sono anche i contemporanei Christoph Theobald, Paul Evdokimov e Alexander Schmemann. Dal pensatore danese l’autore riprende lo spunto radicale della paradossalità del cristianesimo e dell’irriducibile differenza tra fede e religione: «Non appena la religione esce dal presente esistenziale in cui è attualità pura, immediatamente si ottunde. Quando si ammorbidisce e in tal modo diviene meno vera, lo si vede subito poiché degenera in dottrina». Dal gesuita del ‘68 Collin mutua la formula del «credere debole», non come pedissequa analogia del pensiero debole, ma rilevando la fragilità della fede che non si impone tramite l’alleanza col potere bensì diventa parola che si propone, soprattutto nell’ascolto. Terzo, dall’autore di La quarta ipotesi Collin attinge lo scavo psicoanalitico e purificante la parola di fede, cercando di andare in profondità, dietro e dentro il testo biblico: la lettura esegetica del brano della resurrezione di Lazzaro, a tal riguardo, raggiunge livelli di notevole maestria spirituale.

Citiamo di sfuggita il suo limite: un calcare troppo la mano contro quel cristianesimo popolare (lui lo chiama bigotteria o dysangelo) che tradisce un intellettualismo a volte sconfinante in disistima verso il cattolico della domenica o il clero impegnato sul campo. Ma in sostanza quale è la tesi di Collin? La proposta interpretativa è molto semplice: il cristianesimo è una vita che si comunica, non una dottrina che si pratica. Perché se diventa (e da Costantino in poi lo è stato) la seconda, finisce per diventare non eloquente: «Esso parla, discorre e predica pressappoco su tutto, dalla pace nel mondo alla transizione ecologica, dai migranti all’economia, ma è sempre meno parlante per quanto attiene alla sfida decisiva per ciascuno: che ne è di me? Che avviene di me?».

Collin però sfugge alle maglie di un solipsismo interiore quando rivendica la priorità della dimensione gratuita del fatto cristiano: «Se il cristianesimo parla dell’amore senza ricordare innanzitutto che l’amore è dono dell’amore, prima di essere l’amore del dono, si condanna a non saper più come parlare dell’amore, se non nelle categorie di ciò che è o di ciò che deve essere». In pratica, siamo dalle parti della denuncia di Karl Barth, che riecheggia in questo j’accuse: «La lettura che difendo qui è che la fede è stata screditata a vantaggio della credenza». La fede è il posto dell’impossibile, la credenza appartiene a quanto abbiamo addomesticato.

Per questo il richiamo è netto da parte del teologo francese: «Occorre pensare che il carattere inverosimile e impossibile del cristianesimo non sia solo un modo di parlare, ma il richiamo al fatto che il cristianesimo non è mai più verosimile e possibile di quando ci sembra inverosimile e impossibile». Il perdono, ricevuto e offerto, è per Collin il luogo in cui capire la «differenza cristiana».

In concreto, dove allora recuperare la capacità per il cristianesimo di parlare ancora in un mondo secolarizzato? Collin, riecheggiando Daniel Sibony, suggerisce una figura, quella della soglia, per significare la possibilità di far risuonare come inedito, oggi, il dono del Vangelo: «Non c’è che la faglia che mi si attaglia, e potremo dirlo in verità della parola cristiana. Solo la faglia fa parlare il Vangelo, in questo luogo segnato dalla croce, in questo luogo del perdono dato in anticipo e che nulla potrà mai riprendere».

Da notare che, forse anche perché dedica molta attenzione a quella “lingua di bosso” che secondo lui squalifica l’ardire evangelico e la parresia cristiana, Collin non ha paura di impugnare la spada della polemica ad personam, criticando due nomi che vanno per la maggior nella letteratura “spirituale” d’Oltrealpe: Eric-Emmanuel Schmitt e Frédéric Lenoir. Il primo scrittore di grandissimo successo, indagatore del fatto religioso nella serie di romanzi brevi intitolata “Ciclo del mistero”, il secondo saggista e giornalista che perlustra il campo ampio delle fedi. Scrive Collin (forse con un po’ troppa spregiudicatezza): «Numerosi sono gli autori che potrebbero oggi essere annoverati fra i rappresentanti di questo deismo etico-terapeutico», e cita i due sopra. «Il problema di questo deismo è lo stesso che abbiamo individuato nel linguaggio della bigotteria: essi scimmiottano la grazia, facendola passare per il desiderio di un io che non vuole neanche per sogno lo spossessamento del sé. Invece la fede non elimina il desiderio, ma il compimento dell’ego nel giustificarlo».

Resta comunque, in conclusione, una tesi molto puntuta e sfidante chi si domanda quale sia il posto del cristiano oggi nel mondo, quella di Dominique Collin. Il quale, sicuramente involontariamente, sembra riecheggiare Luigi Giussani quando indica nel primato dell’evento rispetto al ragionamento il quid dell’esperienza cristiana: «La percezione ha interesse a rafforzarsi contro l’imprevedibile, che è la modalità di apparizione dell’inafferrabile. È la ragione per cui la modalità sottovaluta l’evento e non sopporta la grazia». Invece è proprio quando il cristianesimo semplicemente accade che lo stupore apre lo squarcio alla conoscenza: «Il dono e il perdono spostano le linee del fronte, ridanno un posto sia alla vittima sia all’aggressore, aprendo un a-venire per coloro che il passato condanna alla tristezza di essere solo creditori o debitori».

Cosa tocca dunque ai cristiani? Collin risponde con una frase che vale da sola il libro: «Insomma, invece di parlare del Vangelo, dobbiamo imperativamente far parlare il Vangelo». Aleksandr Men, il celebre prete ortodosso protagonista della rinascita russa in epoca sovietica, ebbe a scrivere un giorno: «Il cristianesimo non fa che cominciare». Forse Collin ha avuto nella profezia del pope martire un insperato e fecondo aggancio profetico.


L. Fazzini, in Avvenire 4 dicembre 2020

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