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L’inno all’amore
Ludger Schwienhorst-Schönberger

L’inno all’amore

Il Cantico dei Cantici

Prezzo di copertina: Euro 22,00 Prezzo scontato: Euro 18,70
Collana: Itinerari biblici
ISBN: 978-88-399-2913-6
Formato: 13 x 21 cm
Pagine: 248
Titolo originale: Das Hohelied der Liebe
© 2018

Descrizione

Per molti secoli il Cantico dei Cantici è stato considerato il testo-chiave della mistica cristiana dell’amore. La tradizione ebraica e quella cristiana vedevano nel poema dell’amore tra un uomo e una donna una celebrazione dell’amore di Dio per il suo popolo. Agli inizi dell’Era moderna, però, questa tradizione ha subìto una brusca interruzione: il Cantico ha cominciato ad essere inteso come una semplice raccolta di canti erotici profani.
L’autore, riprendendo criticamente la discussione, commenta il Cantico versetto per versetto e dimostra come quella svolta interpretativa non trovi fondamento nel testo: il Cantico dei Cantici, uno dei vertici della poesia mondiale, è si profondamente radicato nell’ambiente della sua epoca, ma lo è anche nella Sacra Scrittura. In quanto tale, non parla solo dell’amore umano, ma evoca pure l’amore divino.
L’interpretazione qui proposta ha allora il pregio di mostrare il potenziale sia teologico sia spirituale contenuto nel dialogo amoroso, attribuito a Salomone, che viene affidato a noi oggi.

Recensioni

Il celebre libro biblico de Il Cantico dei Cantici parla dell’amore umano o dell’amore divino? Per quanto possa apparire giustificata e interessante, tale domanda è mal posta, come spiega con chiarezza Ludger Schwienhorst-Schönberger, autore del denso volume L’inno all’amore. Il Cantico dei Cantici (Queriniana, pp. 243, euro 22,00). A lungo, la tradizione ha visto nel poema dell’amore tra un uomo e una donna la celebrazione dell’amore di Dio per il suo popolo. Poi, in epoca moderna, tale interpretazione è stata capovolta e si è giunti persino a sostenere che il Cantico è soltanto una raccolta di versi erotici profani.

Schwienhorst-Schönberger critica questa lettura, che risulta sicuramente riduttiva e fuorviante, e afferma che «il Cantico dei Cantici, uno dei vertici della poesia mondiale, è sì profondamente radicato nell’ambiente della sua epoca, ma lo è anche nella Sacra Scrittura. In quanto tale, non parla solo dell’amore umano, ma evoca pure l’amore divino». Il dialogo fra i due amanti è il preludio di un incontro che si rivela decisivo: il Dio che si fa uomo diventa il Salvatore dell’essere umano e lo eleva sino a divinizzarlo. «Se tutte le Scritture sono sante, il Cantico dei Cantici è santissimo», ebbe a dire Rabbì Aqiba, celebre erudito ebreo vissuto fra il I e il II secolo.
M. Schoepflin, in Toscana Oggi 23 settembre 2018

Il Cantico dei Cantici fu, fino all'epoca moderna, letto in modo indiscutibile ed esclusivo in chiave teologica. La comprensione del Cantico cambiò fondamentalmente nell'epoca moderna, da quando cioè si è affermato che esso non parla dell'amore divino, ma di quello umano. Questo processo è iniziato per mano di diversi autori come Johann Gottfried Herder, Othmar Keel, Otto Kaiser. Keel, ad esempio, considera l'allegorizzazione del Cantico come «una forma elegante di disprezzo del testo». Staubli celebra il ritorno al senso letterale come un «ritorno del Cantico dall'esilio babilonese dell'allegoresi». Così, riassumendo, secondo il giudizio del germanista Friedrich Ohly, «il cristianesimo dell'epoca successiva a Goethe non ha sperimentato più nessun grande incontro religioso con il Cantico, considerando sempre più il suo rapporto con esso come un problema filologico-storico, se non estetico, ovvero come una questione di tradizione inalienabile, dalla quale tuttavia non proveniva alcuno stimolo vitale».

Ma è giusto questo aut-aut?Credo di no. Lungi dall'essere appannaggio esclusivo della lettura divina o della lettura umana, il Cantico va guardato con quello che chiamerei "occhi calcedonesi" vedendo in esso inseparabilmente la dimensione dell'amore umano e quella dell'amore divino. Riassumendo quest'ottica, Ludger Schwienhorst-Schönberger, uno dei massimi studiosi contemporanei della letteratura sapienziale e del Cantico dei Cantici, afferma che «in questo libro, profondamente radicato nella tradizione biblica, risuona un dialogo d'amore tra persone, che sotto l'immagine enigmatica e l'allegoria si manifesta come un dialogo tra Dio e l'uomo».

Nel libro L’Inno all’amore. Il Cantico dei Cantici, edito dalla Queriniana, l'A. evidenzia i motivi per cui «la tradizione cristiana ha reputato il Cantico come il libro più importante della Sacra Scrittura per il cammino spirituale, in quanto i due punti focali della sua teologia sono la divinizzazione dell'uomoe l'umanizzazione di Dio».

[…] Guardando al testo nel suo contesto, concordo con Schwienhorst-Schönberger che «il Cantico, visto nel suo significato originale, non è certo un'allegoria, ma nel contesto biblico che ci è stato tramandato offre senz'altro svariati punti da cui partire per un'interpretazione allegorica». Dal contesto si coglie un significato del testo ben diverso, cosicché è logico pensare che chi legga il Cantico al di fuori del contesto biblico e canonico avrebbe uno sguardo diverso da quello di chi lo legge nel contesto biblico. Già lasciarsi interrogare dal perché questo libro fosse stato inserito nel canone biblico risponderebbe alla perplessità riguardo all'interpretazione allegrico-teologica. Questa lettura teologica ha giustificato l'inserimento del Cantico nel canone.

A questo riguardo l'A. afferma in modo convincente che «il Cantico dei Cantici non ci è stato tramandato in un contesto qualsiasi;ma in un contesto ben determinato, cioè quello della Sacra Scrittura. Ed è solo in questo contesto che esso è riconosciuto libro canonico dalla chiesa e dalla sinagoga».

Per tornare all'opera dell'A., essa si inserisce felicemente nella schiera delle opere di esegeti che recuperano in modo ragionato la lettura teologica del Cantico demonizzata e ridicolizzata da altri. L’A. argomenta che ciò che sostiene la lettura allegorica del Cantico è il fatto che il rapporto da Dio e Israele nella Bibbia viene rappresentato a varie riprese come un rapporto nuziale. Inoltre, riprendendo un'osservazione di Yair Zakovitch, segnala che «i commentatori allegorici del Cantico hanno trovato nella letteratura biblica abbondanti indizi per la loro interpretazione». La questione posta dall'alternativa o dalla concomitanza della lettura teologica e/o la lettura antropologica non è sono una questione di continui litigi irrilevanti tra teologi ed esegeti. In gioco ci sono questioni fondamentali di antropologia e di teologia. C'è qualcosa in comune tra il nostro amore umano e l'amore di Dio? Si può parlare di Dio e incontrarlo nel corso delle nostre esperienze quotidiane? Si può parlare di Dio senza nominarlo?

Ad esempio, nel Cantico non ricorre nemmeno una volta il nome di Dio. Eppure, nello stesso testo ricorre per 26 volte il sostantivo Dodhi, «amato mio». Ora, questo numero, che non dice nulla a chi è estraneo al mondo biblico, dice molto a chi conosce il valore di questo numero che altro non è che il valore numerico del Tetragramma, YHWH. L’amato, il Signore, non è nominato, ma è onnipresente. È significativa la scoperta di una stele di Mesha, re dei Moabiti, datata alla metà del IX secolo a.c., che porta una iscrizione dove Yhwh viene designato con il termine Dodhi (cf. anche Am 8,14: e il cantico della vigna in Is 5).

In breve, il linguaggio allegorico del Cantico è, come dice san Gregorio Magno nell'apertura del suo Commento al Cantico dei Cantici, una specie di strumento per elevare di nuovo a Dio l'anima, che è diventata insensibile alle percezioni spirituali dopo il peccato. In considerazione, poi, dei forti collegamenti del Cantico con altri testi biblici, lo si può considerare - come specifica Yair Zakovitch - «una specie di enigma che si chiarisce gradatamente».


R. Cheaib, in Theologhia.com 15 luglio 2018

Per comprendere il taglio ermeneutico seguito dall’autore – docente di Antico Testamento a Vienna, dopo esserlo stato a Passau – è decisiva la lettura attenta dell’Introduzione (pp. 9-32). Egli ricostruisce sinteticamente la storia dell’interpretazione del libro del Cantico dei Cantici.

Alla stagione dell’interpretazione allegorica (Ct sarebbe una poesia allegorica del rapporto tra Dio e il popolo ebraico oppure la Chiesa, del rapporto di Dio con la singola anima e, infine, delle nozze mistiche di Dio con l’umanità rappresentata da Maria), nell’età moderna è invalsa come interpretazione maggioritaria quella letterale: Ct è una raccolta di canti profani d’amore, che, nei secoli, sono stati letti surrettiziamente con taglio teologico per poterne ricavare un’interpretazione accettabile nella comunità cristiana.

L’esegeta tedesco – nato il 19 maggio 1957 a Lüdinghausen, nel Land Nordrhein-Westfalen – riporta con onestà l’ermeneutica prevalente anche al giorno d’oggi nell’ambiente scientifico, ma illustra anche la posizione diversa che sta prendendo progressivamente piede.

Secondo l’autore – assieme ad altri citati nel testo – il Ct non è una poesia profana d’amore, risalente all’VIII o IX sec a.C., in corrispondenza alla poesia amorosa egiziana, ma un testo dell’epoca ellenistica della metà del III sec. a.C.

Non si deve fare dello studio del genere letterario, estrapolato dal contesto più vasto del tessuto bilico, un totem indiscutibile. Il Cantico è stato trasmesso solamente all’interno del testo della Bibbia, che è quello che fornisce ad esso il miglior taglio interpretativo possibile. Proseguendo sulla strada intrapresa da R. Tournay – A. Robert nel loro commentario, seguiti da A. Feuillet, lo studioso propone di vedere nella loro linea interpretativa del metodo dei parallelismi un anticipo del metodo dell’intertestualità che oggi si impone a tutti gli studiosi della Bibbia. Secondo l’esegeta tedesco, il Cantico riprende i motivi d’amore nuziale presenti nella letteratura profetica (Os 1–3, Ger 31; Ez 16 e 23, Sal 45 e 72) che illustrano il rapporto esistente tra YHWH e il popolo di Israele.

Schwienhorst-Schönberger propone di accostarsi al Cantico seguendo una linea interpretativa che vede l’allegoria insita nel senso letterale stesso del testo. Al di là delle esagerazioni allegoristiche del passato che non rispettavano la realtà dei vari elementi particolari del testo, si deve vedere in esso una valenza di significato ulteriore – religiosa –, che non viene dopo l’interpretazione letterale, ma vi è insita. Il testo dice (agoreuō) altro (allo), oltre a quello inteso dal significato letterale della poesia amorosa.

L’autore del volume cita il psicoterapeuta e consulente di coppia H. Jellouschek, che ricorda come le persone che vivono l’amore erotico ricerchino qualcosa di ulteriore, e che se non lasciano uno spazio ulteriore al loro anelito – ulteriore a quello umano – cadono inesorabilmente in patologie molto pesanti. L’interpretazione teologica, religiosa, mistica di Ct trova quindi per lo studioso tedesco il suo fondamento nel testo stesso, letto in profondità e secondo l’intertestualità biblica.

Schwienhorst-Schönberger individua in Ct la seguente struttura: 1,1 Titolo; 1,2–2,7 Prologo: Il desiderio dell’amato; 2,8–5,1 Prima parte: Viene l’amato; 5,2–8,4 Seconda parte: Separati e di nuovo uniti; 8,5-14 Epilogo: Più forte della morte è l’amore. Le pp. 235-239 sono dedicate alla bibliografia.

L’autore è uno dei massimi esperti mondiali dei Libri Sapienziali, ai quali ha dedicato vari commentari. La sua proposta interpretativa di Ct va dunque accolta con attenzione e valutata alla luce delle nuove direzioni dell’esegesi contemporanea, non più fissate sui parametri stabiliti dall’esegesi (per lo più tedesca) del sec. XX e men che meno di quelli del sec. XIX.


R. Mela, in SettimanaNews.it 7 giugno 2018

Il biblista Ludger Schwienhorst-Schönberger propone lo studio su L’inno all’amore (Queriniana, pag. 248, euro 22). È uno studio sul Cantico dei cantici, per molti secoli considerato il testo-chiave della mistica cristiana. L’autore commenta il Cantico versetto per versetto e dimostra come il libro, uno dei vertici della poesia mondiale, è sì profondamente radicato nell’ambiente della sua epoca, ma lo è anche nella sacra Scrittura. In quanto tale, non parla solo dell’amore umano, ma evoca pure l’amore divino.


F. Mariucci, in La Voce 17 (11 maggio 2018)