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Santa resilienza
David M. Carr

Santa resilienza

Le origini traumatiche della Bibbia

Prezzo di copertina: Euro 27,00 Prezzo scontato: Euro 25,65
Collana: Biblioteca Biblica 29
ISBN: 978-88-399-2029-4
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 272
Titolo originale: Holy Resilience. The Bible’s Traumatic Origins
© 2020

In breve

Un’indagine interdisciplinare sulle origini del testo biblico, che fonde insieme storia e archeologia, fede e teologia, psicologia e studi contemporanei sulla gestione dei traumi.

Santa resilienza getta nuova luce su come e perché nel corso dei millenni i testi biblici sono stati strumenti di sopravvivenza. E spiega in che modo essi continuano ancor oggi a parlare a noi e alle nostre ferite.

Descrizione

In questo stimolante volume David Carr propone la sua interpretazione delle origini della Bibbia. Lo studioso americano si chiede: dove risiede il segreto per cui i testi di Israele sono riusciti a sfidare i secoli, mentre l’inesorabile scorrere del tempo ha seppellito altre narrazioni più trionfalistiche? Carr sostiene che la caratura dei testi biblici si spiega per il fatto che essi parlano di un catastrofico trauma umano: proprio da lì sono scaturiti. Le Scritture dell’antico Israele, piccola regione sperduta fra le colline del Mediterraneo orientale, divennero così il punto di riferimento di due grandi religioni mondiali.
La progressiva affermazione dell’alleanza e del monoteismo, l’esperienza dell’esilio a Babilonia, l’idea di elezione e quella di purità, la concezione della sofferenza come prova divina, la formazione del canone ebraico e la nascita del cristianesimo con il suo Salvatore umiliato e crocifisso: tutto questo viene convogliato da Carr in un racconto davvero accattivante. Un racconto che dispiega i contrasti storici di una comunità e mette a fuoco i tentativi di guarire dai conflitti, per dare un senso al mondo e tendere alla redenzione.
Un libro suggestivo, ricco di profonde intuizioni e frutto di grande sensibilità e intelligenza.

Recensioni

Non è facile trovare oggi in libreria un volume come quello di Carr, in cui la ricerca biblica si intreccia con la psicologia e la sociologia della religione. L’autore, docente di Antico Testamento presso l’Union Theological Seminary di New York, non nasconde il radicamento della sua fede cristiana quacchera nella Scrittura. L’input alla stesura del libro e stato il terribile incidente in bicicletta, che gli era quasi costato la vita nel 2010: «Questa esperienza personale di sofferenza si intrecciò in modo inatteso con un progetto di ricerca […] su trauma e Bibbia» (p. 9). Ne emerge un’analisi, in forma quasi di racconto, che cerca di mostrare come i testi biblici siano una forma di risposta dei “sopravvissuti”, una elaborazione delle sofferenze subite nel corso dei secoli dalle comunità ebraica e cristiana.

La storia narrata è quindi ampia: dai racconti orali, che precedono la messa per iscritto dei testi ebraici, sino ai libri neotestamentari. In particolare, si sottolineano i crocevia più dolorosi della storia d’Israele e della chiesa, legati soprattutto alle dominazioni assira (VIII secolo a.C.), babilonese (VII secolo. a.C.) e romana (I-II secolo d.C.). Otto capitoli sono dedicati alla Bibbia ebraica e due al Nuovo Testamento; altri due si proiettano fino ai primordi del giudaismo rabbinico e del cristianesimo; l’appendice è dedicata agli studi contemporanei sul trauma e sul disturbo da stress post-traumatico.

Benché Carr si muova con disinvoltura tra le varie questioni legate alla formazione dei libri biblici, alcune di queste sono ancora oggetto di discussione tra gli studiosi. Resta tuttavia intatto il piacere della lettura di un volume, che induce ad accostarsi alle Scritture ebraico-cristiane come ad «una persona forse un tempo dotata di comunissima identità, che sarebbe oggi profondamente forgiata dal trauma, […] che ora porterebbe nel corpo e nella memoria una sapienza frutto di traumi secolari» (p. 230).


D. Candido, in Parole di Vita 2/2021, 55

Pubblicato negli Stati Uniti nel 2014 e ora tradotto in lingua italiana, il saggio di David McLain Carr è un interessante esempio del fecondo dialogo fra l'esegesi biblica e le scienze umane.

Tema del volume è la «resilienza», ovverosia la capacità di reagire positivamente a eventi traumatici, riorganizzando la propria esistenza. Secondo l'esegeta americano la «Bibbia ha incorporato e tramandato il trauma, il che spiega in parte il motivo per cui le Scritture ebraiche e cristiane sono fiorite» (p. 121).

Carr analizza alcuni momenti profondamente critici della storia biblica ma pure la reazione che hanno provocato (appunto la «resilienza»): la distruzione del Regno del nord nel 722 e la profezia di Osea, la crisi assira al tempo di Ezechia e la nascita del corpus deuteronomista, la distruzione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi e la letteratura che ne è conseguita (Lamentazioni, Geremia, Ezechiele e Deutero-Isaia). Per Carr la genialità di Osea è consistita nell'introdurre l'ardita immagine del matrimonio per significare la relazione fra Dio e Israele. Se nel mondo antico «era diffusa la convinzione che non adorando a sufficienza tutti gli dei ci si potesse attirare una punizione [...] la metafora oseana del matrimonio capovolgeva questa idea. Secondo il profeta, Israele aveva adorato fin troppo gli altri dei e le loro immagini: era stato quel culto, rivolto a divinità straniere, a ingelosire Dio e a motivarne l'ira» (p. 31). Sicché nelle catastrofi Osea vide il volto di Dio, un volto molto somigliante al re assiro. «Il profeta designa YHWH come colui che esige fedeltà assoluta, proprio come faceva il sovrano assiro che richiedeva "amore" esclusivo dai suoi vassalli. Come il sovrano assiro, il Dio YHWH oseano punisce il popolo d'Israele per le sue alleanze straniere». (p. 38). Come è noto la vicenda del Regno del nord finì male, in quanto l'esercito assiro distrusse Samaria, esiliò gli abitanti e creò insediamenti di popoli stranieri nel territorio israelita.

Le profezie di Osea sopravvissero e raggiunsero Giuda, per diventare seme fecondo per una successiva rielaborazione teologica. Come Gerusalemme sia scampata nel 101 a.C. all'assedio di Sennacherib rimane uno dei grandi misteri della storia d'Israele. «Le risposte della gente di Giuda, per quanto diverse fossero, sottolineavano l'unicità di Gerusalemme». (p. 44). Durante il regno di Ezechia la «teologia di Sion» divenne il modo per spiegare il mistero della sopravvivenza dei suoi abitanti. Tuttavia l'episodio più significativo è legato a Giosia e alla sua riforma. Il re impose al popolo di voltare le spalle alle divinità più antiche e a quelle più recenti. La riforma fu una rottura traumatica, che Carr legge in stretto parallelismo con quanto aveva fatto Osea. «Non appena si esamini il contenuto del Deuteronomio biblico - rimodellato ora dagli scribi di Giosia e da altri posteriori - se ne notano gli stessi parallelismi con le prime profezie di Osea a Israele. Osea aveva sollecitato un amore simile a quello per l'Assiria, ma rivolto soltanto a YHWH; Giosia lo fece rispettare. […] Osea aveva accennato brevemente all'alleanza infranta da Israele; Giosia trasformò l'antico libro della Legge di origine nordica ritrovato nel Tempio in una visione teologica dell'alleanza con l'Assiria e si pose alla guida del popolo nel "tagliare" quell'alleanza con YHWH» (pp. 60-61). Si realizzò così, secondo l'A., un radicale mutamento: Giuda, guidato da Giosia divenne «Israele», il popolo che rispettò l'alleanza deuteronomica. Carr rilegge tutto ciò per mezzo degli strumenti della psicologia del trauma: questa mossa «corrisponde alla sindrome del "bambino sostitutivo" tipica delle famiglie traumatizzate dalla perdita di un figlio più grande» (p. 63).

Il terzo momento analizzato è quello della deportazione in Babilonia dell'élite gerosolimitana (596 a.c.) e della successiva distruzione della città dieci anni più tardi. A proposito di questo tempo assolutamente fondamentale nella storia d'Israele, Carr nota giustamente che «la Bibbia mostra una sorprendente carenza quando si tratta di narrare il tipo di vita che [gli esuli] conducevano durante l'esilio» (p. 12). Addirittura sostiene che il silenzio continuò da parte dei rimpatriati. Eppure, nonostante questa lacuna, l'Antico Testamento è una raccolta di scritti che, per la maggior parte, hanno visto la luce (o la più importante redazione) proprio in quegli anni. Questa nuova autocomprensione di sé giunse a imporsi e sopravvisse all'impero babilonese. L'A. prende in considerazione Ezechiele, Geremia, il Deutero-Isaia. Tre, in particolare, sono le conseguenze più macroscopiche registrate nel «Libro della consolazione»: l'affermarsi di una forma di monoteismo più pura della precedente, l'emergere della figura della «figlia di Sion», rappresentante del dolore nello sconforto dell'esilio e soprattutto il «servo di YHWH», identificato con la comunità d'Israele. «Considerati assieme, il servo sofferente, la figlia di Sion, Ezechiele e Geremia, sono esempi della elaborazione del trauma esilico mediante ritratti di figure individuali alle quali gli esuli potevano rapportarsi» (p. 86).

A partire da questa ricca ricognizione, Carr rilegge due figure capitali: Abramo e Mosè. «Abramo in "Urdei Caldei" è ora il proto-esiliato, nella cui vicenda si rispecchiano tanto le speranze, quanto i timori degli esuli giudaiti» (pp. 93-94). Per mezzo di questa chiave ermeneutica, l'A. interpreta il celebre episodio della aqedah: esso rappresenta la paura degli esuli per quello che accadrà ai figli nella nuova terra straniera. Essi infatti, crescendo, possono diventare forestieri nella loro stessa famiglia. In quest'ottica il racconto genesiaco di Abramo venne rielaborato in considerazione del trauma dell'esilio, con la chiara intenzione di parlare a persone che tale trauma lo subivano. Secondo l'A. tradizioni antiche a proposito dei patriarchi trovarono una differente conformazione proprio durante l'esilio, divenendo preziosi strumenti interpretativi della vicenda del popolo. Anche la vicenda di Mosè è riletta secondo questa prospettiva. Gli esuli potevano identificarsi con Mosè e con gli Israeliti: come gli esiliati anche Mosè è cresciuto fra i pericoli della vita della diaspora.

Un capitolo molto suggestivo riguarda la crisi nel tempo maccabaico e la fissazione della Scrittura. Afferma l'A.: «La memoria traumatica si differenzia da quella normale per il fatto di essere congelata: mentre i ricordi normali mutano nel tempo e vengono modificati per essere idonei a diversi schemi e storie, i ricordi traumatici rimangono spesso ostinatamente fissi» (p. 142). In modo del tutto pertinente, tuttavia, Carr ricorda che tale analogia non si adatta fino in fondo alla Bibbia. La storia in essa narrata è più modulata: v'è crisi e sopravvivenza, oppressione e liberazione. Tuttavia in tempo di crisi - come fu la crisi causata da Antioco IV - la resilienza fu proprio un forte attaccamento alle antiche tradizioni e quindi una rinnovata devozione per la Torah e per i Profeti, dando forma a una prima raccolta del Tanach.

Carr dedica due capitoli alla nascita del cristianesimo, ponendo attenzione al trauma fondante della crocifissione e alla vicenda di Paolo. In finale l'A. ritorna su giudaismo e cristianesimo in senso più trasversale, con attenzione proprio alle loro origini traumatiche. Se questo saggio rappresenta un felice connubio fra esegesi e scienze umane, con letture fondate e suggestive di momenti drammatici della lunga e travagliata storia biblica, in alcuni passaggi vi sono infelici scivoIoni. In una parola, Carr è ben attrezzato per quanto riguarda la ricognizione storica e la sottile analisi psicologica del trauma, mentre si dimostra un po' impacciato in questioni teologiche. Bastino due esempi. A proposito della morte di Gesù «per i nostri peccati» la spiegazione dell'A. è davvero ingenua: «i cristiani credettero alla sua morte come offerta sacrificale per i peccati altrui. La necessità divina di una vittima espiatrice dei peccati del mondo fece di Gesù – innocente da ogni peccato – il sacrificio sostitutivo al posto dell'umanità colpevole» (p. 157). Un simile linguaggio è più adatto a certa predicazione old fashion che a un'attenta e fondata teologia biblica! Pure la lettura alternativa che propone, tutta centrata sul parallelismo con Mosè, è perlomeno naif: «Gesù non sarebbe morto per gli altri come offerta sacrificale a un Dio adirato, ma sarebbe morto, come Mosè, sulla soglia della salvezza per consentire ai suoi seguaci di andare oltre» (p. 157). Anche l'ermeneutica del trauma nella storia cristiana è forse un po' semplicistica. Interpretare il martirio e la sua complessa teologia unicamente come una sindrome che riporta «alle origini traumatiche della tradizione della crocifissione di Gesù» (p. 223) appare essere per lo meno riduttivo. Per un'esegesi critica del testo biblico bisogna essere in possesso di un'adeguata strumentazione filologica, storica e letteraria; anche le scienze umane sono indubbiamente importanti, ma la domanda decisiva è sempre quella teologica. Se non si giunge a quell'altezza si rischia di incagliarsi nelle secche, senza giungere a destinazione. È il rischio in cui incorre questo bel volume di Carr.


M. Crimella, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione 48 (2020) 498-501

Come mai i testi di Israele sono riusciti a sfidare il tempo, mentre altre narrazioni decisamente più trionfalistiche sono ormai seppellite nell’oblio? Lo studioso americano avanza una suggestiva ipotesi: i testi biblici posseggono la caratteristica di fondo di testimoniare un catastrofico trauma umano che si pone come loro origine. La storia degli ebrei, l’affermazione dell’alleanza e del monoteismo, l’idea di elezione, l’idea della costante ricerca della purità, la formazione del canone ebraico, la sofferenza come prova divina, l’avvento del cristianesimo con la figura del Salvatore sottoposto all’umiliazione della croce sono, pertanto, riletti sotto quella prospettiva. Il continuo tentativo che affiora dalla Bibbia di dare un senso al mondo e di tendere verso la sua redenzione risulta essere la cifra più vera che ancora oggi affascina chiunque la legga.
D. Segna, in Il Regno Attualità 18/2020, 548

Di traumi in questo periodo ne sappiamo qualcosa. Con la pandemia abbiamo vissuto sulla nostra pelle, forse per la prima volta dall'ultima guerra, un fatto che ha segnato una cesura profonda nella nostra vita, un'esperienza che marca un prima e un dopo per tutti. Ma con il trauma abbiamo riscoperto anche la resilienza, la capacità umana di reagire a eventi "estremi", di riprendersi, di rilanciare la vita.

E la Bibbia ne sa qualcosa di traumi e di resilienza? Se ci limitassimo a guardare alla ricorrenza del lemma, non troveremmo nulla in proposito, trattandosi oltre tutto di un concetto elaborato dalla psicologia moderna. Ma se guardiamo alla sostanza, la realtà del trauma e della resilienza sono ben presenti nella Scrittura, anzi, a ben vedere, ne costituisconoun filo conduttore nascosto ma evidente.

Secondo il biblista americano David M. Carr, specialista delle origini e della formazione dei libri biblici e autore di questo studio intitolato Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia, i traumi (collettivi) sono alla radice di molte parti della Bibbia, addirittura di interi libri. E molte tradizioni bibliche costituiscono una risposta (in chiave di resilienza e dunque di speranza, come tentativo di guarigione e di ricerca di un senso) a tali traumi o furono rilette alla luce di questi. Due esempi lampanti: il trauma rappresentato per Israele dall'esilio in Babilonia e, per i cristiani, il trauma che fu l'umiliante morte in croce del loro Maestro. Ma vi sono anche altri traumi che hanno forgiato la speranza biblica, come la predicazione profetica di Osea e Geremia, la riforma del re Giosia, il ritorno degli ebrei esuli a Babilonia, l'esperienza del fariseo Saulo sulla via di Damasco e la "divisione delle vie" (parting of ways) tra giudaismo e nascente cristianesimo.

L'autore, stimolato anche da una esperienza personale di trauma, ci conduce dunque a rileggere - in modo conciso ma affascinante - buona parte della narrazione biblica, facendoci apprezzare in modo nuovo "cose antiche". Ci mostra così perché la Bibbia ha conservato una vitalità che ha travalicato ì secoli, rispetto ad esempio a tante narrazioni trionfalistiche degli imperi dell'antico Vicino Oriente che sono sprofondate nell'oblio. Proprio perché formatasi nel crogiuolo della storia, con le sue cesure violente e i tentativi di curarne le ferite, la Scrittura è «imbevuta» della verità del trauma e della sopravvivenza e quindi portatrice di una sapienza "diversa" rispetto alle altre narrazioni antiche. «Per molti di noi», scrive lo studioso, «verrà il momento nella vita in cui avremo bisogno di attingere alla sua sapienza» (p. 230). Il suo stesso incontro ravvicinato con la morte gli ha fatto rileggere e comprendere in modo nuovo il testo sacro. Chissà che anche noi non siamo invogliati a prendere in mano le Scritture, imparando a rivisitarle a partire anche dalle nostre esperienze umane.


V. Vitale, in Jesus 9/2020, 90-91

Durante il lockdown è stato pubblicato nella nostra lingua il saggio di David M. Carr Santa resilienza. Le origini traumatiche della Bibbia (Queriniana, pagine 272, euro 27,00; traduzione di Roberto Tondelli). L’autore, di confessione quacchera, è docente di Antico Testamento presso l’Union Theological Seminary di New York ed è considerato uno dei maggiori esperti sulla formazione testuale dei testi biblici. A parte la coincidenza con il momento drammatico, che ha coinvolto e in buona parte ancora coinvolge la popolazione del villaggio globale e in particolare proprio la città e il Paese in cui lavora e vive il Carr, colpisce la chiave interpretativa che egli introduce nel percorrere i diversi momenti della storia della salvezza ebraico-cristiana, nel loro raccontarsi e quindi cristallizzarsi nelle Scritture sante.

Il testo di agevolissima lettura, anche per i non addetti, trae spunto da un’esperienza traumatica personale, che Carr ha vissuto e che ha determinato la sua vocazione di ricercatore in campo biblico, come percezione e resilienza che si nutre della convinzione che «Dio è sempre presente, anche quando la vita va in frantumi». La scrittura assume quindi una sorta di carattere terapeutico, generandosi dal grembo di esperienze traumatiche, ovvero di sofferenze sia fisiche, che morali, come la perdita di una persona cara, la malattia o una delusione amorosa. E ciò accade spesso nella biografia di chi si dedica allo scrivere, nutrito di resilienza, che è anche fonte di conoscenza, come recita il coro dell’Agamennone di Eschilo (il più tragico dei tragediografi dell’antica Grecia), che Carr cita: Zeus «i mortali guida al pensiero, egli ha stabilito la legge della conoscenza mediante sofferenza». Nelle Scritture abbiamo modo di rinvenire una sorta di prospettiva rovesciata rispetto a quella di Eschilo, allorché leggiamo che «Chi aumenta il sapere, aumenta il dolore» (Qo 1,18), cui si ispira il pessimismo cosmico di Arthur Schopenhauer, col suo determinante influsso sul pensiero di Friedrich Nietzsche e di Ludwig Wittgenstein, sulla musica di Richard Wagner, sull’opera di Thomas Mann e sul poetare leopardiano, sicché già nel 1858 Francesco De Sanctis scriveva: «Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l’uno creava la metafisica e l’altro la poesia del dolore».

Se da questa prospettiva si tratta dei nostri traumi personali (quali appunto la malattia, la perdita o la delusione amorosa), nel caso delle Scritture sante, Carr individua in momenti traumatici collettivi del popolo d’Israele e della comunità cristiana l’origine del testo sacro. Nel nostro contesto pandemico, che ha consentito a molti di noi di diventare più fecondi nell’arte dello scrivere, può risultare significativo ed istruttivo il fatto, ben documentato e descritto dall’Autore, che nel momento della resilienza rispetto ad un trauma collettivo, la comunità non solo affida la memoria al racconto e al testo, ma riscopre il testo.

Nel raccontare le origini della riforma di Giosia, infatti, non possiamo dimenticare come essa tragga nutrimento dal ritrovamento di un rotolo della Torah (2Re 23,1-3) che viene letto al popolo perché aderisca all’alleanza. Si sarebbe trattato di quello che gli specialisti chiamano un proto-Deuteronomio, ovvero una prima stesura del libro che ancora oggi porta questo nome. Ed è anche per questo che, fin dall’inizio della pandemia, ho caparbiamente insistito sulla necessità per noi credenti di approfittare di questo tempo per riscoprire le sante Scritture e nutrire di esse la nostra fede. L’esperienza traumatica della dominazione assira, determinante per la tematica dell’alleanza come patto di vassallaggio, da cui ha preso vita la riforma di Giosia, precede l’altra esperienza traumatica, quella dell’esilio babilonese, anch’essa legata alla scrittura profetica e a quella che l’autore indica come la vera e propria "nascita del monoteismo", attraverso Ezechiele, Geremia e il deutero-Isaia, con l’attitudine a scrivere in esilio, ma non dell’esilio. Nella prospettiva della lettura/ascolto della Parola, il cap. 8 del libro di Neemia racconta come veniva letta e commentata la Scrittura, cui seguirà l’istituzione della festa delle capanne: «Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura» (Ne 8, 8).

Mi sembra importante sottolineare quel leggere nel libro piuttosto che il libro (una sfumatura che è dato cogliere nella neoVulgata) e la necessità di interpretarne il senso più profondo, ma al tempo stesso più attuale. La S(s)crittura ha a che fare con la "sopravvivenza", come la Pasqua con la memoria della resilienza e del trauma della schiavitù in Egitto e questo, secondo Carr, vale anche per il Cristianesimo e il Nuovo Testamento, sulle cui fonti documentarie la trattazione risulta più debole, ma non dimentichiamo che l’autore è specialista dell’Antico Testamento. Mi sembra interessante notare come, secondo la ricostruzione attuata nell’orizzonte del metodo della critica storica, si ipotizzano unità letterarie precedenti la redazione dei testi neotestamentari, così come li leggiamo oggi. Tra queste fonti rivestono un ruolo particolare i racconti della passione del Signore. Ecco il primo trauma da cui sgorgano i testi, che giustamente l’autore collega al trauma per la distruzione del tempio di Gerusalemme. Di qui la tesi, ormai acquisita, che dal medio giudaismo (templare e rabbinico insieme) dei tempi del Gesù storico nascano il giudaismo rabbinico (senza più tempio né sacerdozio) e il cristianesimo.

L’altro trauma che diviene grembo degli scritti neotestamentari è la persecuzione dei seguaci di Gesù. Paolo stesso, secondo Carr, sarebbe tormentato dal passato, «non per il suo giudaismo, ma per avere perseguitato i seguaci di Gesù e per aver oppresso, così facendo, Gesù stesso». Ben consapevole della problematicità di certe sue affermazioni, l’autore interpreta il brano di 2Cor 12,2-4 (quello in cui l’apostolo parla del rapimento al terzo cielo) come un tipico esempio che rimanda ai «racconti che le vittime di un trauma fanno della loro esperienza». In ogni caso – e ci sarebbe molto da discutere a riguardo – dall’esperienza traumatica di aver perseguitato i cristiani nasce il monoteismo missionario, che si accompagna al giudaismo messianico del gruppo gerosolimitano.

Mentre nell’analisi dell’Antico Testamento l’interpretazione in chiave psicologica (direi psicanalitica) risulta ben equilibrata rispetto a quella storico-critica, in relazione ai testi neotestamentari la prima opzione prevale di gran lunga sulla seconda. Tale mia "impressione" può essere confermata dalla visione che Carr adotta circa i rapporti fra cristianesimo ed ebraismo, allorché scrive: «Laddove Paolo stesso non si sentì mai del tutto in pace con i suoi trascorsi da persecutore della chiesa, il movimento gentile cristiano che egli contribuì a fondare continuò a lottare con il proprio passato giudaico "inseguendo" il giudaismo in ogni epoca, cioè perseguitandolo». Lettura intrigante, ma forse, proprio per questo, discutibile.

In conclusione l’autore dichiara che attraverso questo lavoro, in cui si incrociano storia e psicanalisi, esperienza personale ed esegesi, lo ha condotto a «rivalutare la sapienza antica nel giudaismo e nel cristianesimo». E questo perché non è il pessimismo l’esito certo del trauma, ma il fatto che tale esperienza ci possa rendere consapevoli «del fatto che la vita comporta la casualità della sofferenza».


G. Lorizio, in Avvenire 14 luglio 2020, 25