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Maschilità in questione
Antonio Autiero, Marinella Perroni (edd.)

Maschilità in questione

Sguardi sulla figura di san Giuseppe

Prezzo di copertina: Euro 22,00 Prezzo scontato: Euro 19,80
Collana: Giornale di teologia 435
ISBN: 978-88-399-3435-2
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 256 + VIII
© 2021

In breve

Tredici studiose e studiosi, italiani e internazionali, cattolici e di altre confessioni cristiane, accolgono l’invito di papa Francesco: Ite ad Ioseph, «Andate da Giuseppe». E delineano un ritratto davvero sorprendente del falegname di Nazaret, mettendo in dialogo approcci storici, biblici, sociologici, teologici, pastorali, artistici e narrativi. Ma soprattutto aprendo la riflessione ecclesiale agli spunti che provengono dalle questioni di genere.

Descrizione

Il falegname di Nazaret occupa un posto marginale all’interno del discorso teologico, a differenza di Maria. Eppure, anche Giuseppe riflette importanti istanze del nostro tempo, collegate sia al dibattito su identità, relazioni e funzioni dello stare al mondo come uomini e donne, sia al tema dell’abitare una chiesa composta di uomini e donne.
Liberato da stereotipi agiografici e da finalità strettamente apologetiche, Giuseppe diviene emblema di una maschilità oggi più che mai in questione: cosa significa per un maschio sentirsi soggetto, persona? Cosa significa per lui condividere un cammino di relazioni sostanziali e generare insieme la vita? Cosa significa prendersi cura del mondo, nella pluralità delle possibili espressioni (politica, professione, impegno civile)?
Questo libro avvia un percorso inedito, espressione del fecondo intreccio che la teologia intende stabilire con altri approcci culturali. Dischiude un insieme di “sguardi” – storico, biblico, sociologico, teologico, pastorale... – rivolti a san Giuseppe, figura di una maschilità che ci interroga. E propone un dialogo ideale tra studiose e studiosi che hanno accolto l’invito del papa: Ite ad Ioseph, «Andate da Giuseppe». Le loro risposte possono essere sorprendenti.

Recensioni

«Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna. Curano con superficialità la ferita del mio popolo, dicendo "Pace, pace!", ma pace non c'è». Così in Geremia (6,13-14) il Signore lamenta l'iniquità di tutti i popoli, che «dovrebbero vergognarsi dei loro atti abominevoli, ma non si vergognano affatto, non sanno neppure arrossire» (6,15), e dunque tutti andranno incontro alla tremenda sventura che si abbatterà su di loro nel «giorno del Signore».

I versetti della Bibbia risuonano da monito alle nostre coscienze: ci ricordano come nelle situazioni di feroce conflitto gli esseri umani sanno escogitare nefandezze senza fine; e che tuttavia è sempre necessario operare una scelta nei confronti del più debole, dell'aggredito, di chi è in cerca di una salvezza per sé, per il suo prossimo, per la comunità in cui vive. Ma certamente non ci possono aiutare nel decifrare i segni contraddittori che ci vengono dalla storia - tanto più una storia intricata come quella che stiamo vivendo, dove la verità è sempre velata dalla complessità delle immagini che riceviamo e dal rumore delle parole che udiamo. Che fare di fronte all'impotenza che dolorosamente avvertiamo?

Potrà sembrare una davvero minima cosa quella che sto per dire. Ma giorni fa mi sono trovata alla presentazione di un libro di vari autori, curato da Marinella Perroni e Antonio Autiero: Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe, dove il falegname di Nazaret viene visto come «figura teologica che riflette importanti istanze del nostro tempo», tra cui quella relativa al rapporto tra i generi. Dopo aver letto e sviscerato minuziosamente la questione del femminile, da un po' di tempo ormai è anche il maschile messo in questione, soprattutto per capire in che modo si possa scindere il binomio - ancora troppo resistente - tra maschilità e violenza, per aprire a quello - sicuramente più proficuo - tra maschilità e tenerezza, tra maschilità e responsabilità. Sì, è un modo indiretto per pensare a come resistere alla guerra che stiamo vivendo e a come prepararsi a un futuro diverso. Ma non è superfluo aprire anche questo fronte di conoscenza.


G. Caramore, in Jesus 5/2022, 3

Prendere in mano questo libro oggi, a distanza di poco piu di due mesi dalla chiusura dell’anno dedicato a Giuseppe di Nazaret, può indubbiamente costituire il coronamento di un percorso, ma può anche costringerci a ricominciarlo altrimenti. Curato dai teologi Antonio Autiero e Marinella Perroni, il libro si compone di numerosi «sguardi» sulla figura del cosiddetto padre putativo di Gesù, rimessa al centro da papa Francesco con l’iniziativa di un anno speciale che ha stupito molti. Ma non è dello stupore per quest’anno giuseppino che discutono gli autori e le autrici del volume, cui guardano piuttosto come a un’occasione per collocare questo santo decisamente marginale in teologia in una posizione più rilevante ed emblematica, in prospettiva di genere.

Il testo è introdotto da Perroni, che delinea le traiettorie dei saggi seguenti. La marginalità di Giuseppe non è un limite, ma può garantire quegli spazi di riflessione necessari per il ripensamento di un intero sistema di rapporti, il quale in modo particolare oggi appare anche ecclesiale. La Chiesa cattolica fatica ancora a nominare la propria cornice relazionale fuori da un ideale escatologico come quello della communio, nonostante a farne le spese siano anzitutto gli uomini e le donne impegnati a vario titolo per il prosieguo della sua azione storica.

In questa prospettiva il libro è totalmente anti-retorico: esso è diviso in tre parti, che si occupano rispettivamente: della «questione» della maschilità; dell’esegesi, dell’ecclesiologia e della morale che la figura di Giuseppe può illuminare; dei contributi che l’arte, la letteratura e la teologia, come sempre, possono scambiarsi.

A non poter essere sorvolato è il fatto che la pluralità dei significati della santità di Giuseppe sia «entrata a far parte dell’elaborazione e della trasmissione di un’immagine del maschile con cui la teologia cristiana ha contribuito a dare sostegno e consistenza ai diversi sistemi patriarcali presenti nel mondo», e anche il fatto che la retorica sul santo possa «rappresentare un importante indicatore culturale e politico, oltre che religioso, in un tempo in cui non soltanto il patriarcato, ma la maschilità stessa è in questione». I vari saggi rispondono a questo quadro realistico, nutrendo e non addomesticando la dialettica storica e teologica che se ne può trarre.

Si tratta di una prospettiva antinomica: in Giuseppe convergono un certo modello di maschilità e il suo superamento, come scrive bene Silvia Zanconato, una delle autrici, che firma un testo che incrocia la narrazione matteana e quella lucana di Giuseppe, descritte nel caso specifico come la presentazione dell’uomo «che conta», da una parte, e dell’uomo «per bene», dall’altra. Zanconato ci mostra come tale «duttilità» si presti a interpretazioni contrastanti.

Ma è tutta la seconda parte, forse la più originale del libro, a ricostruire l’evoluzione a cui, dal punto di vista di discipline differenti, la figura di Giuseppe di Nazaret è stata sottoposta. E anche per questo significativa è la contrapposizione metaforica tra «giardino» e «museo» cui ricorre Andrea Grillo per illustrare il duplice atteggiamento della Chiesa nei confronti dello sposo di Maria: dalla venerazione di un modello virtuoso a quella di un modello di resistenza culturale, sia pure con sfumature diverse (ma su questo insiste anche Simona Segoloni Ruta). Quella della seconda parte del vol. è una centralità soprattutto tematica. In essa confluiscono le riflessioni della prima e della terza parte, che da essa in qualche modo anche si dipartono. Questo perché è la figura di Giuseppe a parlare e a far parlare di sé al tempo stesso, come sembra dire Michela Murgia quando vede in essa una coincidenza perfetta tra il classico costrutto della maschilità imperniato «su una sostanziale vocazione al “perché”» e l’altrettanto tradizionale ricerca femminile «di un “per chi”».

Ed è con la difficoltà di coniugare natura, cultura e storia (o storie) che il testo cerca di misurarsi, chiamando l’opinione pubblica ecclesiale a fare lo stesso. Il libro è attraversato da una coscienza che ogni comunità cristiana, specie cattolica, dovrebbe approfondire. Un saggio come quello di Cristina Oddone, per esempio, ha il merito di porre l’accento sulla necessità e sui risultati dei cosiddetti Men’s Studies, gli studi sulle maschilità che non fanno che riflettere a partire dall’evidenza che anche gli uomini siano soggetti genderizzati. E a questo riguardo c’è da chiedersi quanto ne sappia la Chiesa, per ciò che concerne non solo i propri ministri, ma anche ogni altro battezzato o battezzata.

E dopo aver risposto, possibilmente in modo corale, ci sarebbe da chiedersi se non occorra fare qualcosa. Perché è urgente ed evangelicamente doveroso che essa rifletta sulle disuguaglianze interne e sulla propria insufficienza, che la obbliga alla cura dell’alterità. Anche in questo il Vangelo, con la presenza, le parole e perfino i silenzi di ogni suo personaggio, ci precede e si offre per essere ancora scoperto.


A. Ballarò, in Il Regno Attualità 4/2022, 108

L’ondata dei gender studies non è priva di conseguenze anche per la teologia cristiana e l’esegesi biblica. Mentre la precedente prospettiva femminista, inaugurata nel 1973 dal celebre saggio di Mary Daly, Al di là di Dio Padre, metteva in discussione la concezione patriarcale di Dio e le sue implicazioni sul piano sociale ed ecclesiale, la dissoluzione dell’opposizione binaria maschio/femmina propria degli studi di genere invita a un ripensamento della stessa categoria di «maschile», così come sino a oggi è stata associata al concetto di potere, forza, dominio.

In questa direzione va la raccolta di studi Maschilità in questione, curata per il «Giornale di Teologia» dell’editrice Queriniana da Marinella Perroni e Antonio Autiero (pp. 256, e 22), che prende spunto dalla figura di Giuseppe, padre/non padre di Gesù, sposo/non sposo di Maria, figura del tutto silente nei pochi versetti in cui è menzionata nei Vangeli di Matteo e Luca. Giuseppe non esercita dominio e controllo come vorrebbe il ruolo maritale, bensì si prende cura della sua «famiglia» (compito che nella logica patriarcale spetterebbe alla donna). La dimensione «patriarcale» della mascolinità lascia il posto a un’identità modellata sulla relazione con chi gli è stato affidato da Dio: Giuseppe è così «giusto», non giudice; condivide, non discrimina; e resta maschio.


M. Rizzi, in La Lettura 4 dicembre 2021

Questa raccolta di 13 saggi scritti da donne e da uomini è un cofanetto prezioso che raccoglie riflessioni intriganti ed esperienze molto concrete sull’evoluzione della maschilità. Il pretesto per questa esplorazione, spiccatamente variegata ed ecumenica, è offerto dall’anno che la Chiesa cattolica dedica a san Giuseppe, padre putativo di Gesù e sposo di Maria di Nazaret, un maschio decisamente atipico per la cultura del suo tempo.

L’introduzione di Marinella Perroni offre la prospettiva dell’esplorazione: ripensare l’universo maschile per liberarlo da secolari distorsioni. Il patriarcato ha oppresso le donne ma ha gravemente danneggiato anche gli uomini, confinandoli in avvilenti stereotipi di dominio. Giuseppe di Nazaret, con la sua sponsalità e paternità, vive una maschilità che dona cura.

Il libro si pregia di contributi qualificati offerti dalla filosofia, dalla storia, dalla teologia, dalla sociologia e anche dall’arte, e li organizza in tre parti. La prima si concentra sul “maschile”, la seconda sulla figura di san Giuseppe e la terza propone alcune prospettive dell’arte. Un percorso interessante, talora anche sorprendente, che incoraggia il rinnovamento sociale ed ecclesiale.


In ComboniFem 11-12/2021, 46

Dall’immaginetta all’immaginario

Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe – Un titolo che può sembrare provocatorio, ma è un’espressione che sintetizza con forza plastica l’idea di questo libro intorno a san Giuseppe (Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe, Queriniana, 2021).

L’espressione è di Antonio Autiero ed è emersa durante la nostra conversazione sul libro. L’immaginetta rimanda immediatamente alla devozione, all’imitazione di vite esemplari, all’ispirazione, in questo caso della figura del padre putativo Giuseppe di Nazaret, così presente con statue negli angoli e nelle nicchie delle chiese, ma anche nei nomi di parrocchie, di congregazioni e di associazioni cattoliche. Benissimo. L’immaginario però è qualcos’altro. Non si riferisce in questo caso all’immaginazione, alla fantasia arbitraria e di gusto personale, ma a quello che le scienze umane e sociali, a partire dal Novecento, dall’antropologia, alla psicologia indicano come quegli aspetti che fanno parte del bagaglio simbolico che sottostà alla cultura di una società e l’invito a diventare consapevoli di questi aspetti e a prenderne coscienza.

Ecco allora che da questo orizzonte di partenza Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di San Giuseppe è altro rispetto a un libro sul ruolo di san Giuseppe nella storia della Chiesa, è un “oltre” rispetto a un’esegesi a partire dai testi neotestamentari. In questo libro c’è anche questo (si veda per esempio il capitolo di Andrea Grillo e quello di Silvia Zanconato), ma c’è dell’altro. Scrive Marinella Perroni nella prefazione: “L’occasione offerta dall’anno a lui dedicato per riflettere sulla persona e sul ruolo di san Giuseppe può rivelarsi particolarmente proficua se si prova a guardare a lui a partire dall’attuale consapevolezza, e non soltanto da quella religiosa o teologica, che tutta la realtà – anche quella consacrata dalla storia – ci si presenta come un prisma dalle molteplici facce”.

Innanzitutto il libro raccoglie i contributi di tredici studiose e studiosi di diversi campi del sapere: teologico, storico, biblico, sociologico, pastorale, narrativo e artistico. Un altro pregio del libro è l’ampia e accurata bibliografia che permette al lettore di approfondire i temi trattati. Gli autori sono italiani e stranieri, cattolici e di altre chiese cristiane, tutti hanno accolto l’invito, Ite ad Joseph, che papa Francesco fece nella sua lettera Patris corde (con cuore di padre), pubblicata l’8 dicembre 2020 (centocinquanta anni prima, era il 1870, papa Pio IX dichiarò san Giuseppe patrono della chiesa universale).

In piena pandemia papa Francesco ha riflettuto sulle migliaia di persone che operosamente e indefessamente, “in seconda fila” lavoravano al limite delle proprie forze negli ospedali, nei servizi sanitari e sociali. Uomo di seconda fila, silenzioso e operoso è stato anche Giuseppe, il padre putativo che si è preso cura della sua famiglia, di Gesù e di Maria. Ma dall’accenno alla lettera apostolica torniamo al libro Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe. Curatori e autori del volume sono la teologa Marinella Perroni, teologa, biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma e Antonio Autiero, teologo morale, Università di Münster.

Prof. ssa Perroni e prof. Autiero, che cosa dice oggi a noi, uomini e donne del ventunesimo secolo, san Giuseppe?

Autiero: Si dà enfasi al suo silenzio, intorno al suo tacere hanno parlato tutti.  Pur essendo presente non è facile che Giuseppe diventi un punto interrogativo, che ci sia un ponte con noi, che abbia a che fare con noi oggi. L’immaginetta lo lascia nella sua iconografia, nella sua esemplarità, l’immaginario è qualcosa d’altro. Per questo ogni libro su san Giuseppe è una benedizione, citando Paolo Coelho, nella sua prefazione al libro di Leonardo Boff, Giuseppe di Nazaret

San Giuseppe, nell’impronta interpretativa che ne dà papa Francesco diventa simbolo di cura responsabile, uomo silenzioso che sta dietro le quinte, non è una maschilità alfa. In che modo a partire da San Giuseppe si mette in questione la maschilità, e quale maschilità? Penso per esempio a una maschilità dominante, di cui i femminicidi sono la punta di un iceberg.

Marinella Perroni: Credo, per rispondere alla sua domanda, che sotto al libro c’è esattamente il contrario, e cioè che proprio a partire dalla crisi della maschilità oggi si può guardare a san Giuseppe in modi diversi. Il silenzio, la seconda fila, ci fa un effetto diverso perché siamo diversi noi, è diverso l’orizzonte nel quale ci poniamo. Giuseppe è sempre stato silenzioso, è sempre stato in seconda fila, si è sempre preso cura senza essere soggetto attivo, non è questa la scoperta, non ha mai ricevuto il riconoscimento di una maschilità alfa. Su questo non abbiamo inventato niente, ma a partire dalla crisi della maschilità alfa, come diceva Lei, ci dà l’occasione di ripensare le maschilità. Questione che ha posto sul tavolo anche con forza il femminismo. Il femminismo ha fatto esplodere la questione della maschilità. Non a caso nella prefazione del libro, dico che il Coordinamento teologhe italiane è il “padre putativo” del libro. 

Guardiamo a san Giuseppe oggi con occhi diversi perché siamo inseriti, noi tutti, uomini e donne del ventunesimo secolo, in un orizzonte teoretico che ha cominciato a discutere su donne prima e di uomini poi, i Women’s Studies e i Men’s Studies, come si legge nel capitolo del libro di Cristina Oddone, “Uomini si diventa: ma come?”.

Antonio Autiero: Due considerazioni. Nel capitolo “Uomini che partono da sé” si parla di iniziative in cui i maschi cominciano a parlare di sé e questo parlare di sé è frutto del fatto che le donne per prime hanno imparato a parlare di sé, mettendo a tema le marcature di identità, smontando le raffigurazioni a immaginetta entrando nell’immaginario da costruire. Di questo le maschilità devono imparare la lezione, già avviata e imparare a restituirla a renderla circolare. È molto significativa la conversazione che l’ex presidente americano, Barak Obama, fa con il musiucista e cantautore Bruce Springsteen intorno alla domanda “Cosa vuol dire essere un uomo”. Ambedue giocano con l’immaginario delle loro vite e risalgono alle figure del maschile a cui sono stati educati (Robinson di Repubblica 23 ottobre 2021).

Della maschilità è giusto parlare. Ed è giusto che parlino sia le donne che i maschi, perché il soggetto che ne parla è l’umano. Solo l’umano parla di tutto l’umano, a partire da qualunque posizionamento nella sfera dell’umano ci si pone e non perché si ha l’accaparramento di verità sulla cifra di identità degli altri ma perché l’identità è sempre un fatto sistemico, relazionale, circolare. L’umano ha il compito di pensare tutto l’insieme. La seconda considerazione: il documento di papa Francesco è un approfondimento, fruttuoso e inedito per certi aspetti, ma sempre e solo nella cifra di una modalità del maschile che è il paterno, il focus è sempre la paternità. Oggi abbiamo capito che c’è una questione che attiene la maschilità prima ancora del paterno, e il paterno ne è un’espressione, ed è il rapporto fra identità, funzione e ruoli.

Marinella: Certamente Francesco ha tirato fuori dei registri inconsueti. In un passo ulteriore, non è rendendo san Giuseppe più tenero, più buono, rimanendo pur sempre nel modello imitativo che affrontiamo il problema della contemporaneità. Viene prima l’identità del maschile che la funzione del paterno. Il libro non propone il passaggio da un paradigma interpretativo di san Giuseppe a un altro, da una immaginetta, come dice Autiero, a un’altra ma vuole mettere in moto qualcosa, vuole indurci a immaginare modelli nuovi di maschilità.

Concludendo. Già in queste pagine, nel numero di marzo, abbiamo parlato dell’anno di san Giuseppe e ora in chiusura di quest’anno (8 dicembre 2021) ritorniamo a lui presentando questo volume, uscito a settembre, che parla di maschilità, al plurale, come hanno sottolineato Autiero e Perroni. Ne esce un volume ricco, stimolante, che getta luce su diverse prospettive, non ultima quella di genere, immergendoci in un discorso, contemporaneo, attuale e non più eludibile. Si può diventare più consapevoli? Sì, si può se ascoltiamo le voci che ci arrivano dalla realtà che ci circonda, magari leggendo le piste che questo volume ci invita a seguire, prendendo spunto dal san Giuseppe che ci propone la lettura di papa Francesco nel suo Patris corde. Ma si deve diventare più consapevoli? A questa domanda può rispondere la propria coscienza. “Le immaginette si possono tenere perché attestano quello che siamo stati ma per scrivere il futuro ci vogliono gli immaginari, ci vogliono le grandi visioni” (Antonio Autiero).


In Delegazione-MCI.de 2 novembre 2021

Scrive Marinella Perroni che «dopo i decenni in cui i diversi femminismi hanno imposto di ripensare drasticamente concezioni antropologiche androcentriche, nonché assetti sociali, politici e religiosi patriarcali, da più parti viene segnalata la necessità, divenuta ormai imprescindibile e urgente, di ripensare l’universo del maschile sia dal punto di vista socio-politico che al livello simbolico, di liberarlo da secolari distorsioni e da antiche e nuove reticenze. Cioè da tutto ciò che impedisce di sottoporlo a interrogativi, analisi, valutazioni, ripensamenti, ricollocazioni. Su questo sfondo dinamico di profonda ristrutturazione delle identità di genere possono allora muoversi e incrociarsi anche sguardi diversi su Giuseppe di Nazaret, su ciò che egli ha significato per la tradizione cristiano-cattolica, ma anche su quanto la sua figura di uomo prima ancora che di padre può evocare e provocare in chi le si rivolge con occhio attento, andando alla ricerca dei suoi possibili significati, più o meno palesi o più o meno reconditi».

Parte da qui il libro Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe, che la teologa Perroni ha curato insieme al teologo Antonio Autiero, per la Queriniana.

Vi scrivono anche Michela Murgia, Cristina Oddone, Paolo Naso, Daniele Bouchard, Elizabeth E. Green, Silvia Zanconato, Simona Segoloni Ruta, Andrea Grillo, Andreas Heek, e Arianna De Simone e Giusi Quarenghi: un prisma di opinioni e in sottofondo un parallelismo tra questione femminile e questione maschile che, sottolinea Autiero «è la base di ricognizione analitica dei problemi legati alla crisi della maschilità e il vettore di individuazione di contrappesi risolutivi di essa».

Gli autori, lo sottolineano, hanno assunto «in pieno il punto di partenza della riflessione di Francesco» che nella lettera apostolica Patris corde definisce Giuseppe è una «persona comune».

Comune, ma – va da sé – non generica. Perché incarna il protagonismo di «tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o “in seconda fila”» (cit. Francesco) e in questo senso parla ancor più alla chiesa di oggi, anche in termini di parità uomo-donna.

Un modello di uomo giusto, che «non si arroga competenze che vanno a marcare il perimetro della sua superiorità», scrive Autiero. «Nel codice della sua giustizia si trova l’inclusione di una empatia espressa in termini di responsabilità e di cura. E soprattutto emerge quel fattore genetico della uguaglianza in dignità, dell’autonomia relazionale e della condivisione dei compiti, orizzonti ben lontani da quella presunta convinzione di identità, risultante da una costruzione di ruoli mai soggetti a critica, per metterne a nudo la genesi storica, le dipendenze culturali, le inclinazioni al dominio».

Un volumone, pieno di spunti e, a volerlo, di vari spin-off.


In L’Osservatore Romano 2 ottobre 2021

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