Disponibile
Giustificati per grazia
Antonio Pitta

Giustificati per grazia

La giustificazione nelle lettere di Paolo

Prezzo di copertina: Euro 18,00 Prezzo scontato: Euro 17,10
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 190
ISBN: 978-88-399-0490-4
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 240
© 2018

In breve

Uno studio documentato e rigoroso, che fa chiarezza sulla relazione fra l’«essere in Cristo» e la giustificazione, non da ultimo mettendo in luce il ruolo decisivo dello Spirito santo.

Descrizione

Giustificati per grazia scandaglia la tematica della giustificazione in tutte le lettere di Paolo, comprese quelle delle sue tradizioni. In sintonia con il metodo storico-critico, l’analisi retorica epistolare apre nuovi orizzonti sulla giustificazione.
Già prima di Paolo la giustificazione è messa in relazione a Cristo, reso da Dio strumento di espiazione, secondo la fede condivisa delle comunità protocristiane. Introdotta nel contesto polemico della Lettera ai Galati e in funzione della figliolanza divina, la giustificazione per grazia si trova al centro della Lettera ai Romani e assume un ruolo preventivo in quella ai Filippesi.
Quando esplode il dilemma sulle vie della giustificazione, Paolo opta decisamente per la fede in Cristo e non per le opere della Legge. Lo Spirito vivifica l’unica giustificazione in Cristo e la rilancia in vista della giustificazione sperata. Nell’evangelo di Paolo, giustificazione e partecipazione sono non alternative, ma accomunate dalla grazia e dalla croce di Cristo.
Della giustificazione per grazia non si dirà mai abbastanza, perché è universo simbolico che coinvolge diversi interlocutori. Non una dottrina, ma l’evangelo della giustificazione è quel che rende sempre attuale l’essere giustificati per grazia.

Recensioni

Antonio Pitta è un nome noto nel panorama degli studi neotestamentari, soprattutto quelli paolini. Professore Ordinario presso la Pontificia Università Lateranense e Invitato presso la Pontificia Università Gregoriana, ha all’attivo diverse pubblicazioni su Paolo e le sue lettere, compresi gli apprezzati commentari a Romani, Galati, Filippesi e 2 Corinzi, che lo insigniscono come uno dei maggiori esperti dell’epistolario in ambito italiano e non solo.

Il volume Giustificati per grazia. La giustificazione nelle lettere di Paolo, offre uno studio ampio e sistematico sul complesso e mai superato tema della giustificazione, sia all’interno dell’epistolario proto che deutero-paolino. La giustificazione per fede, che secondo l’A. rappresenta un vero e proprio evangelo più che una semplice dottrina, permette uno sguardo trasversale sull’insieme dell’epistolario. Tematizzata in modo diretto in Galati (in connessione con il tema della figliolanza) e Romani (dove può esser considerata il tema centrale di tutta la lettera), tale “evangelo” sottende anche altre lettere (in primis Filippesi), funzionando come una sorta di volano di connessione tra diversi argomenti e tematiche esaminati dall’Apostolo.

Sebbene si tratti di un tema molto investigato, che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro e riempito scaffali di biblioteche (l’A. parla di “alta marea”), lo studio di Pitta trova una sua originalità nell’indagare il concetto paolino lungo tutto l’epistolario, anche laddove esso non è oggetto di una evocazione diretta, e nell’esplicitare la sua connessione con alcune dimensioni centrali della teologia dell’Apostolo, soprattutto quella mistico-partecipativa e quella pneumatica. L’A. mostra come la giustificazione emerga ben prima di Paolo nella riflessione delle comunità protocristiane e come continui a costituire, anche dopo l’Apostolo, un tema di riferimento nella riflessione delle comunità di origine paolina.

La ricerca è portata avanti attraverso un’indagine di tipo prevalentemente retorico (approccio preferito dell’A.), senza trascurare qualche incursione di tipo storico-critico, soprattutto per chiarire alcune questioni interpretative (per esempio per la trattazione di Gal). Per cogliere meglio la prospettiva e l’apporto specifico dell’opera, ripercorriamone brevemente i contenuti. Il primo capitolo, dal titolo La giustificazione, cratere principale o laterale?, traccia un breve status quaestionis sulla ricerca concernente la giustificazione. Si evocano gli autori e i momenti decisivi in cui la questione è venuta alla ribalta, dando particolare attenzione alla New Perpective (sviluppata da J.D.G. Dunn, E.P. Sanders e N.T. Wright) e al The Romans Debate (lanciato da K.P. Donfried), di cui si valutano criticamente gli apporti e i punti deboli. Un secondo capitolo offre, come precisato dal titolo Prolegomeni sulla giustificazione, le basi per la trattazione del tema nei capitoli successivi. Si affronta il punto assai dibattuto del rapporto tra epistolografia antica e retorica (l’A. riconosce – per quanto riguarda Paolo – una continuità innegabile tra i due) e si analizza brevemente il vocabolario della giustificazione, arrivando alla conclusione che essa, più che una dottrina, rappresenti un “evangelo”, incentrato sul paradosso (cf 25). Gli altri elementi analizzati sono il rapporto tra giustificazione ed evento di Damasco, il ruolo delle Scritture, il legame col giudaismo del secondo Tempio, la dimensione cristologica (in rapporto alla “parola della croce”), la connessione con gli avversari di Paolo e la cronologia epistolare.

Con il capitolo terzo (La parola della croce e la giustificazione) s’inaugura la trattazione del tema nello specifico delle singole lettere. Si inizia con 1Cor di cui, dopo qualche considerazione di tipo strutturale, retorico e tematico, si trattano con maggiore attenzione le due pericopi concernenti la giustificazione (4,1-13 e 6,1-11). Benché essa non rivesta un ruolo centrale, la tematica soteriologica, centrata sulla croce di Cristo, e il suo legame con i credenti la evidenziano in filigrana. Il quarto capitolo, dal titolo I credenti, giustizia di Dio e la diaconia della giustificazione, si sofferma su 2Cor, e in particolare sulle pericopi 5,11-21; 6,14-7,1; 3,4-11; 11,7-21a; 9,9-10. Anche qui è fatto emergere come, pur senza una trattazione diretta, la giustificazione costituisca una traccia di fondo, soprattutto in relazione all’esperienza dei credenti e al tema della riconciliazione. Il capitolo quinto (Giustificazione e figliolanza divina) indaga la presenza del tema in Gal. I brani analizzati da vicino sono 1,13-2,21; 2,14b-16; 2,17-21; 3,6-14; 3,19-22; 3,23-29 e 5,2-12. Per frenare il desiderio dei galati di sottomettersi alla circoncisione e alla Legge mosaica, Paolo si sofferma sulla libertà che è frutto della giustificazione mediante la grazia. A tal riguardo porta come esempio se stesso che, dall’osservanza della Legge, ha optato per la fede in Cristo. L’A. fa qui notare come la categoria di giustificazione sia funzionale al concetto di figliolanza, che rappresenta il vero fulcro della lettera. In connessione ad essa ha un ruolo importante lo Spirito, come principio che l’alimenta fino al compimento finale.

Il corposo capitolo sesto, dal titolo La giustizia di Dio, centro dell’evangelo, affronta la giustificazione in Rm, con tutti i risvolti e connessi. Di questa lettera si difende innanzitutto il carattere “contestuale” (cf 101), prendendo posizione anche su altri dibattiti che la interessano. I brani analizzati sono quelli più rilevanti per l’argomento in questione: 3,8; 14,1-15,13; 1,1-17; 1,18-4,25 è affrontato in diverse parti, così come le sezioni 5,1-8,39 e 9,1-11,36. L’analisi di 14,1-15,13 chiude la trattazione esegetica, che rappresenta un commentario quasi completo del testo paolino, confermando come la giustificazione rappresenti un “cratere principale” e non secondario della lettera (p. 175). In conclusione si evidenzia l’impossibilità di sostenere, a partire da Rm, due assiomi invalsi della tradizione riformata: il canone nel canone e la dottrina del simul peccator et iustus. Il settimo capitolo (Conformazione e giustificazione dalla fede) si sofferma su Fil, l’ultima delle lettere autoriali. Benché lo scopo della missiva sia primariamente di sostenere i filippesi nelle loro tribolazioni, il tema della giustificazione appare fin dall’esordio (1,3-11) e poi in maniera più estesa in 3,4b-16, nel contesto dell’autoelogio o periautologia. La tesi principale difesa da Paolo è che, pur annunciando e prevedendo la giustificazione, la Legge è impossibilitata a conferirla. Essa dipende unicamente dalla morte e risurrezione del Cristo, cui i credenti sono chiamati a conformarsi progressivamente. L’ottavo capitolo (Giustificati per la sua grazia) si sofferma sulle lettere della prima (2Ts, Col, Ef ) e seconda tradizione paolina (1Tm, Tt, 2Tm), evidenziando come la tematica della giustificazione continui a restar viva nelle comunità paoline anche dopo il 70 d.C., benché con evoluzioni ed inevitabili involuzioni. Si prendono in considerazione 2Ts 1,3-12; Ef 4,20-24; 1Tm 1,9-10; 3,16; 6,11; Tt 3,4-7; 2Tm 2,22 mostrando come la giustificazione sia progressivamente assorbita nella soteriologia e associata sempre più allo Spirito, che lungo la storia umana ha la funzione di ripresentarla e attualizzarla in maniera sempre nuova.

Il capitolo conclusivo tira le somme del percorso, facendo emergere come la giustificazione rappresenti un “universo simbolico” che sintetizza e mette in comunicazione diversi temi e ambiti del pensiero paolino. L’A. sintetizza in dieci punti le acquisizioni maggiori del percorso fatto: a) La preesistenza del concetto a Paolo; b) La sua connessione all’evangelo; c) Il ruolo dello Spirito, che vivifica l’unica giustificazione in Cristo e la rilancia in vista della salvezza sperata; d) L’insistenza sulla grazia; e) La relazione con la dimensione partecipativa o mistica (giustificazione e partecipazione sono non alternative, ma accomunate dalla grazia e dalla croce di Cristo); f ) Il legame con la fede di/in Cristo; g) La dimensione ecclesiale; h) Il rapporto col giudizio finale; i) Le conseguenze riguardo alla Scrittura e in particolare alla teoria del “canone nel canone”; l) La connessione alla Parola (solo verbo).

Oltre a quanto già sottolineato, due ci sembrano i meriti maggiori dell’opera di Pitta nel contesto della bibliografia già abbondantissima sul tema. In primo luogo la sottolineatura della dimensione pneumatica della giustificazione: lo Spirito rappresenta in qualche modo il dinamismo stesso della giustificazione, senza il quale essa «rischia di arenarsi tra l’azione di Dio e la risposta umana» (10). In secondo luogo, l’attenzione alla dimensione mistico-partecipativa connessa al concetto di giustificazione: l’A. riesce a pacificare il tema della giustificazione, considerata per secoli fulcro del pensiero paolino, e quello dell’essere “in Cristo”, impostosi negli ultimi decenni come cuore dell’autocoscienza dell’Apostolo e del suo pensare teologico.

Più che scegliere tra i due, occorre leggerli in connessione, come fiamme complementari che alimentano il fuoco dell’esperienza e della predicazione dell’Apostolo. Tali elementi conferiscono al testo un innegabile interesse, sia per chi voglia approfondire la questione specifica, sia per chi, a partire da questo tema-cardine, voglia affrontare il pensiero e la teologia di Paolo in maniera non semplicistica.

Il volume di Pitta testimonia non soltanto che «della giustificazione non si dirà mai abbastanza» (208), ma più in generale come, dopo secoli di studio e pubblicazioni, il pensiero dell’Apostolo delle genti non cessi di animare la riflessione esegetica, stimolando ricerche e approfondimenti sempre nuovi. Immergervisi è ogni volta esperienza foriera di scoperte e sorprese.


L. Gasparro, in Rassegna di Teologia 60 (2019/4) 689-692

Il libro è un saggio sul tema ancora parecchio discusso della giustificazione per la fede nelle lettere di Paolo. L’autore, molto conosciuto ai lettori della rivista, non ha bisogno di presentazione, essendo uno dei migliori studiosi di Paolo in ambito italiano e non solo. Si deve dire che egli non manca certo di coraggio ad affrontare un soggetto che porta con sé una lunga storia di interpretazione e quindi dimostra la sua ormai raggiunta maturità nella ricerca.

Il volume fa parte della prestigiosa serie «Biblioteca di Teologia Contemporanea» e, coerentemente, Pitta, pur partendo dalla sua prospettiva di esegeta, si mette da subito in dialogo con tutta la teologia. All’inizio, dopo le abbreviazioni e le sigle, troviamo una concisa ma significativa prefazione dell’autore (9-11). In essa si spiega il titolo del volume, ispirato all’ultima ricorrenza del suddetto tema nelle lettere paoline (Tt 3,7), ma si presentano anche idee salienti del libro, quali la giustizia e la giustificazione come concetti relazionali, il ruolo dello Spirito in tale processo, il rapporto tra giustificazione e partecipazione nella teologia paolina.

Il primo capitolo (13-22) è dedicato alla discussione sul ruolo della giustificazione nel pensiero di Paolo, con particolare attenzione alla posizione della New Perspective che, a differenza della lettura tradizionale di origine luterana, considera tale tematica secondaria rispetto a quella della partecipazione dell’essere in Cristo. Secondo Pitta, oltre a tale tendenza, nel dibattito odierno sulla giustificazione si deve considerare anche la valutazione della contingenza o permanenza della Lettera ai Romani e il modello di riferimento per la teologia di Paolo.

Il secondo capitolo (23-35) è intitolato «Prolegomeni sulla giustificazione» e l’autore, dopo aver dichiarato che nel suo libro si muoverà nell’ambito metodologico della retorica epistolare, propone in otto punti i guadagni raggiunti dalla ricerca sulla giustificazione. Al primo punto Pitta chiarisce l’importanza di distinguere la dottrina della giustificazione, che appartiene alla storia della teologia, dall’evangelo della giustificazione di Paolo che non nasce per riflessione teorica ma dalle relazioni tra lui e i destinatari delle sue lettere. Poi l’autore sostiene che il pensiero di Paolo sulla giustificazione non si è chiarito del tutto già al momento dell’evento di Damasco, così come alcuni hanno sostenuto. Come terzo elemento, Pitta afferma che la giustificazione secondo Paolo è radicata nella Scrittura. In un quarto punto si mette in risalto il legame tra l’espressione «opere della Legge» e il concetto di giustizia con testi del giudaismo del Secondo Tempio, quali 4QMMT o il Libro di Enoc. Come quinto elemento l’autore menziona il legame tra la giustificazione e la parola della croce in Paolo. In un sesto punto Pitta segnala che l’Apostolo ha una visione non organica della giustificazione, ma situazionale, dovuta anche alle polemiche con i suoi avversari. In merito al settimo elemento, l’autore discute sulla distinzione tra genitivo soggettivo e oggettivo riguardo all’espressione paolina «giustizia di Dio», propendendo per un genitivo d’agente che comprenda i due precedenti. Infine, come ottavo punto, l’autore afferma che il dilemma sulle vie della giustificazione – se per la Legge o per la fede – è da comprendere all’interno di una possibile cronologia delle lettere paoline, così da affermare che esso esplode in Galati, è ripensato più ampiamente in Romani e assume valore preventivo in Filippesi. Questi due capitoli sono di grande valore e chiarezza e costituiscono una importante introduzione per cominciare l’investigazione sul tema della giustificazione nelle diverse lettere paoline. Tuttavia, a nostro avviso, qui si sarebbero potute approfondire maggiormente le radici anticotestamentarie del linguaggio e del concetto della giustificazione e anche l’etimologia del relativo lessico greco.

In seguito Pitta, chiarendo in maniera convincente che, sebbene l’alternativa sulle vie della giustificazione coinvolga soltanto Galati, Romani e Filippesi, la tematica della giustificazione è già presente in 1–2 Corinzi, dedica il terzo capitolo (36-47) a 1 Corinzi. In questa lettera, e nello specifico in 1,30 e in 6,11, la giustificazione non rivestirebbe un ruolo centrale ed è vista in relazione con la parola della croce. Così i credenti sono giustificati per mezzo della croce di Cristo, il quale è diventato per loro giustizia di Dio, e in tale processo lo Spirito mette in relazione la giustificazione all’essere in Cristo.

Il quarto capitolo (48-65) si sofferma invece su 2 Corinzi e qui l’autore opera un’oculata scelta tra le varie ricorrenze di «giustizia», per mostrare quelle non legate alla relativa virtù ma al tema della giustificazione. Esse si ritroverebbero soprattutto in 3,9 e 5,21, ma in modo indiretto anche in 6,14; 7,2; 9,9. Nella lettera non si dice soltanto che i credenti sono stati giustificati, ma che essi personificano la stessa giustizia di Dio che si trova all’origine della riconciliazione. D’altra parte, anche il ministero di Paolo è visto a servizio del vangelo e come generato dall’azione dello Spirito per la giustificazione dei credenti.

Il quinto capitolo del libro (66-99) è dedicato a Galati, lettera nella quale giustificazione e figliolanza divina si trovano collegate. Per l’autore, in ragione della composizione retorica della lettera, l’espressione principale dell’evangelo in Galati non sarebbe la giustificazione, come un buon numero di studiosi sostiene, ma la figliolanza abramitica e divina, alla quale la prima risulterebbe funzionale. D’altra parte, in questa lettera per la prima volta Paolo, in risposta al desiderio dei credenti galati di sottoporsi alla circoncisione e alla Legge, mostra il dilemma della giustificazione cristiana, basata sulla fede in Cristo e non sulle «opere della Legge». Secondo Pitta tale espressione ha a che fare con tutto quanto la Legge, nella sua forma scritta e orale, richiede al suo suddito (in questo ambito il lettore avrebbe gradito una dimostrazione un po’ più approfondita). D’altra parte, la giustificazione per la fede mediante l’azione dello Spirito – il cui ruolo in tale processo è ribadito chiaramente nella lettera – conduce i credenti a essere e a vivere da figli di Dio.

Il sesto capitolo (100-174) è il più lungo perché interamente dedicato alla Lettera ai Romani, nella quale la giustificazione occupa il posto centrale e, di conseguenza, presenta molte ricorrenze. In effetti, ad avviso dell’autore, dalla tesi generale di 1,16-17 sino a quelle secondarie di 3,21-22a; 5,1-2 e 10,4, la giustificazione attraversa l’epistola, assumendo sfaccettature diverse. In Romani i credenti, giustificati dalla fede per mezzo di Cristo, sono alimentati dall’azione dello Spirito e inseriti nel progetto di Dio, il quale comprende la giustificazione universale che culmina nella glorificazione futura e nella piena conformazione a Cristo. Infine la giustificazione diventa criterio della differenza, e quindi di discernimento, nella situazione delle comunità romane divise tra forti e deboli.

Il settimo capitolo (177-184) riguarda la giustificazione in Filippesi, presente non solo in 3,6.9 con la sua dimensione alternativa, ma anche indirettamente in 1,11. In questo capitolo purtroppo siamo costretti a constatare che la lettura della sintassi di 3,9 non ci risulta corretta, perché non tiene conto della costruzione greca con doppio accusativo in dipendenza dal verbo ἕꭓꞷ.

L’ottavo capitolo (185-199) è dedicato alla giustificazione nelle Deuteropaoline, le quali sviluppano in modo diverso le istanze derivanti da questa tematica. Qui Pitta mette giustamente in rilievo il testo di Tt 3,4-7, dove la giustificazione è operata dall’azione concorde delle tre Persone divine, è legata al battesimo e apre al futuro della vita eterna.

Il nono capitolo (200-208) contiene le conclusioni sul tema della giustificazione nelle lettere paoline. Pitta presenta qui dieci valide e condivisibili posizioni che riassumono il contenuto essenziale del suo saggio. La prima sostiene, sulla scorta del frammento pre-paolino di Rm 3,25-26a, che Paolo non è stato il primo ad affrontare la tematica della giustificazione. Nella seconda si dice che al centro di tutte le lettere paoline c’è l’evangelo, mentre la giustificazione è presente soltanto nelle suddette epistole e con diverso grado di importanza. Al terzo punto l’autore sottolinea il ruolo dello Spirito nella giustificazione. Nel quarto rimarca che fondamentale è la dimensione per grazia della giustificazione. Al quinto si sostiene non l’alternativa, ma la complementarità tra giustificazione e partecipazione. Nella sesta conclusione si afferma che la giustificazione è praticamente sempre per la fede in Cristo, in base a un genitivo oggettivo. Al settimo punto l’autore ricorda la dimensione ecclesiale della giustificazione, che accomuna tutti i credenti, in Paolo. Nell’ottavo Pitta sostiene che la giustificazione tende verso il giudizio finale. Nelle ultime due conclusioni si dice infine che la giustificazione ha un retroterra basato sulla Scrittura, ma è legata anche alla tradizione viva della comunità credente. Il testo si chiude con l’ampia bibliografia, l’indice analitico, quello degli autori e quello generale (209-233).

La nostra valutazione del saggio di Pitta è chiaramente positiva, nella convinzione che esso rappresenta un contributo importante alla ricerca sul tema della giustificazione nelle lettere paoline. Nondimeno, a una valutazione più precisa emergono, secondo noi, anche alcuni limiti, oltre ai pochi summenzionati. Lo stile dell’autore è molto conciso e denso, ma questo talvolta lo porta a essere poco attento al lettore, non fornendo un collegamento logicamente chiaro nel discorso (si veda ad es. il passaggio tra gli ultimi due paragrafi di p. 21). Abbiamo anche trovato piccoli refusi: p. 92 r. 13 («soggettiva» invece di «oggettiva»), p. 95 r. 19 («5,6» invece di «5,5»), p. 181 r. 19 («31» invece di «32»), la mancata citazione completa nella bibliografia finale del contributo di G. Schrenk citato nel corso del saggio. Si deve segnalare un’inesattezza a p. 17, in quanto N.T. Wright ha attualmente preso un po’ di distanza dalla New Perspective, cosicché il suo orientamento ha assunto il nuovo nome di Fresh Perspective, e un’altra a p. 26 nota 12, dove all’autore di questa recensione è attribuita erroneamente l’idea che 2,16 sia la tesi principale di Galati.

Dal punto di vista metodologico, Pitta opera una valida e convincente esegesi, analizzando le varie occorrenze della tematica della giustificazione all’interno del contesto letterario e argomentativo nel quale esse si trovano. In questo senso, l’autore è coerente con la retorica epistolare di cui è sicuramente maestro, ma riguardo alla quale talvolta assume posizioni che, a nostro avviso, egli presenta come verità incontrovertibili (talvolta di fronte a quella che giudica come incompetenza metodologica di altri interpreti), quando possono anche essere messe in discussione. Se infatti alla p. 68 Pitta sostiene che è metodologicamente necessario distinguere in maniera netta la propositio dal tema della lettera, da parte sua, Aristotele, fondatore della retorica, afferma che la propositio è proprio l’esposizione dell’«argomento attorno a cui si parla» (Rhet. 1414a. 30). Così, tornando alle epistole dell’Apostolo, secondo noi la propositio è la tesi che Paolo intende dimostrare nel suo ragionamento, la quale ha anche a che fare con il tema della lettera e aiuta a determinarlo (vedendo il contenuto delle varie propositiones e la loro gerarchia all’interno dell’epistola). A tal riguardo, a p. 108 Pitta sostiene che il tema di Romani si trova nel testo di 1,2-4, mentre la propositio generale della lettera è in 1,16-17, tuttavia in questo modo nel lettore attento sorge la domanda in base a quale criterio metodologico allora l’interprete abbia potuto determinare il tema dell’epistola. In aggiunta, a p. 38 il nostro autore stabilisce che nelle lettere Protopaoline non ci sia alcuna partitio, in quanto divisione dei temi da trattare, e che essa si riscontra per la prima volta solo in Colossesi. Ma ritornando a Rm 1,16-17, non si potrebbe parlare in qualche modo di partitio, visto che «la giustizia di Dio di fede in fede» introduce bene i cc. 1–4, «il giusto per fede vivrà» i cc. 5–8 e «per il Giudeo prima e poi per il Greco» i cc. 9–11, e lo stesso non potrebbe valere per Fil 1,27-30 rispetto ai cc. 2 e 3? Queste sono soltanto considerazioni che presentiamo per la riflessione, credendo che in qualsiasi ambito esegetico, così come in quello della retorica letteraria o epistolare delle lettere paoline, una maggiore cautela nel sostenere le proprie legittime posizioni non sia a detrimento ma a vantaggio della ricerca.

In conclusione, i nostri rilievi critici non vogliono in alcun modo sminuire l’importanza del testo di Pitta, ma sottolineare piuttosto la sua capacità di suscitare molti argomenti di discussione (e per mancanza di spazio noi non abbiamo potuto ulteriormente interloquire con l’autore) e quindi l’importanza del saggio non solo per gli esegeti di Paolo, ma anche per gli stessi teologi.


F. Bianchini, in Rivista Biblica 2/2019, 324-328

Indagine sulla relazione fra l’«essere in Cristo» e la giustificazione, tema che innerva l’intero epistolario paolino; il vol. parte dalla considerazione che, dopo secoli in cui si è interpretata la stessa giustificazione come il centro della teologia di Paolo, negli ultimi decenni viene posto in primo piano l’essere in Cristo come cuore pulsante del suo pensiero.

Guidati dal metodo storico-critico, l’epistolario ci apre a nuove prospettive: l’a., infatti, a differenza dell’approccio luterano classico, si sofferma anche sulle Lettere pastorali (1-2 Timoteo e Tito) dimostrando come in quest’ultime, soprattutto nell’inno battesimale della Lettera a Tito (Tt 3,4-7), si è in presenza della più chiara alternativa tra la giustificazione per le opere umane o per la grazia.


D. Segna, in Il Regno Attualità 6/2019, 158

Vent’anni fa in Germania venne sottoscritta dai cattolici e dai luterani una dichiarazione congiunta sulla giustificazione: essa non ha chiuso ogni discussione ma ha posto una pietra miliare nel dialogo ecumenico. Sulle Lettere di san Paolo sono stati scritti migliaia di volumi. Sembrerebbe che ormai ben poco ci sia ancora da dire. Eppure, leggendo l’ultimo libro del biblista Antonio Pitta, intitolato Giustificati per grazia (Queriniana, pp 233, euro 18), si ha l’impressione di vedere qualcosa di nuovo.

L’autore, attualmente pro Rettore della Pontificia Università Lateranense di Roma, indaga su un aspetto delicato del corpus Paulinum, quello legato al tema della giustificazione, cioè sulla modalità con cui il cristiano è reso giusto dal Signore. La narrazione è sorretta da una argomentata esegesi e da indagine piena di acribia, giungendo a spiegare che «la giustificazione non è una semplice dichiarazione sulla nuova conclusione umana, ma esprime un percorso salvifico compiuto in modo paradossale da Dio» (p. 53).

In effetti, l’itinerario effettivo è un po’ diverso da quello che ci si aspetterebbe: «non si è prima riconciliati con Dio e quindi si è giustificati, ma poiché si è giustificati si è riconciliati ed esortati a lasciarsi riconciliare con Dio» (p. 64). Questo è lo snodo centrale del libro: quello che conta è essere suoi figli. «Non che la giustificazione sia periferica, ma è funzionale alla figliolanza» (p. 97). Questa prospettiva non implica un disinteresse per il comportamento concreto: anzi, «i credenti sono esortati a servire la giustificazione, ricevuta per grazia, come le membra di un esercito per una battaglia a cui devono partecipare ogni giorno, sino alla definitiva partecipazione della risurrezione di Cristo» (p. 146). Questo processo può avvenire grazie al dono dello Spirito Santo, «che si trova all’origine della giustificazione sperata» e «guida coloro che sono stati giustificati verso l’eredità della vita eterna» (p. 196). Il sacramento che rende presente la giustificazione è il battesimo, che «non è solo la porta d’ingresso, ma anche quella d’uscita della condizione giustificata dei credenti» (p. 198).

Il volume di monsignor Pitta aiuta a prendere coscienza di queste dinamiche, decisive per la vita spirituale, spesso non sufficientemente tematizzate neanche dagli adulti. Eppure, senza consapevolezza di essere figli, gratuitamente resi giusti dal Padre, fratelli di Gesù, animati dallo Spirito, non ci può essere piena vita cristiana.


F. Casazza, in La Voce Alessandrina 21 febbraio 2019, 14

Sono stati gli approfondimenti di sant’Agostino e poi quelli di Lutero a concentrare l’attenzione dei teologi sul tema della giustificazione nell’opera di san Paolo. Le sue lettere costituiscono in realtà una vera miniera di stimoli alla riflessione e di considerazioni dottrinarie, ben eccedenti la questione pur decisiva della giustificazione. I rapporti fra le donne e gli uomini e il loro Dio abbracciano argomenti ed esperienze molto vaste. Antonio Pitta impiega lo strumento dell’interpretazione retorica per approfondire il tema della giustificazione in cinque lettere di san Paolo, così facendo è costretto a sfiorare numerosi soggetti contigui, da questa dinamica nasce un testo ricco e coinvolgente, che mette in evidenza aspetti significativi della teologia paolina, a partire dal primato della chiamata rispetto alla conversione, in dipendenza della epifania avvenuta sulla via di Damasco. Molto dense le conclusioni, aperte da una frase significativa: “Della giustificazione non si dirà mai abbastanza”.
S. Valzania, in Radio InBlu – La Biblioteca di Gerusalemme 9 febbraio 2019

Pochi sanno che a coniare il termine «teologia» non sono stati i cristiani ma Platone nella sua Repubblica (n. 379a), ove considerava la theologhia, cioè il "discorso" o l'indagine su Dio, come una delle mete di ricerca non solo del pensiero ma anche dei «versi epici o lirici o dei testi della tragedia». Il suo discepolo Aristotele nella Metafisica (n. 1026a) articolerà meglio il tema, mettendo la teologia al vertice delle scienze "contemplative" (in greco theoretikai), cioè la matematica, la fisica e appunto la teologia. È su questa base che il vocabolo entrerà nella tradizione cristiana: nel Nuovo Testamento abbiamo, infatti, solo i due anelli che compongono la parola ma non congiunti tra loro: da un lato, théos, «Dio», citato ben 1317 volte, e logos, «discorso», presente 330 volte.

Questa premessa filologica vuole inquadrare il rimando a una solida e duratura collana dell'editrice bresciana Queriniana il cui titolo è emblematico: «Biblioteca di teologia contemporanea». Essa fu inaugurata nel 1969 col saggio di un autore nato in Baviera nel 1928 e allora docente a Münster, Johann Baptist Metz, Sulla teologia del mondo, apparso in tedesco l'anno prima. L'opera, che rifletteva l'atmosfera socio-culturale e non solo ecclesiale di quel periodo, divenne una sorta di manifesto della cosiddetta "teologia politica", preoccupata di calibrare meglio il rapporto tra la Chiesa e il mondo, tra la fede e il divenire storico, nella consapevolezza che «la salvezza, a cui si riferisce nella speranza la fede cristiana, non è una salvezza privata». Cristo stesso non si era auto-recluso nell'intimo del suo incontro col Padre, né si era isolato nell'oasi protetta del sacro, ma si era immerso e incarnato nella realtà storica e sociale.

Da quel volume è discesa una genealogia bibliografica contrassegnata da una costante identità anche grafica e cromatica ma soprattutto aperta a tutte le voci più importanti, significative o anche provocatorie del fecondo arco post-conciliare. Tanto per fare qualche nome, pensiamo a Bonhoeffer e a Ratzinger (la sua Introduzione al cristianesimo ebbe un numero enorme di riedizioni, anche prima della sua ascesa al pontificato), a Moltmann, a Küng, a Pannenberg, a Congar, a Bultmann, a Kasper, Drewermann, von Balthasar, Boff, Gutiérrez, Brown, Meier e così via. Si ha, così, un vero e proprio panorama della riflessione teologica contemporanea, anche con l'incursione recente di figure minori rispetto a quelle appena elencate, segno forse di un affanno in cui si dibatte l'attuale ricerca teorica cristiana.

Ora la collana sta veleggiando verso i duecento titoli: tra gli ultimi segnaliamo la trilogia dei numeri 189, 190 e 191 che toccano temi segnati da un'impronta di originalità. Basta la titolatura del primo, Vangelo e Provvidenza, a rispolverare un vocabolo in passato trionfante non solo nella predicazione ma anche nella retorica apologetica popolare, una realtà ora sostituita dalla ben più realistica "previdenza". Emmanuel Durand, domenicano francese docente a Ottawa in Canada, mostra la complessità della categoria "provvidenziale" che comprende una vera e propria ermeneutica dell'azione di Dio nella storia, tipica di una religione "incarnata" com'è il cristianesimo. È su questo terreno che ci si scontra col tema del male: esso si erge come un picco roccioso che perfora il manto paterno di una Provvidenza divina ma che si combina con l'intervento della redenzione, della salvezza e dell'escatologia. Le lezioni di tre grandi della teologia come Agostino, Tommaso d'Aquino e Newman sono convocate per ripensare una concezione impallidita all'interno di una cultura smaliziata che, nel desiderio di buttar via l'acqua sporca del provvidenzialismo ingenuo, ha rigettato anche il canone clelIa speranza, della fiducia e del senso dell'essere e dell'esistere.

Passiamo, così, al secondo saggio, affidato a un tema in passato divisivo per la cristianità, al punto tale d'essere stato il germe dello scisma d'Occidente, quello luterano. Alla "giustificazione per grazia" sulla base della lezione paolina si dedica, invece, uno dei nostri più noti studiosi dell'Apostolo, Antonio Pitta, docente nella romana Università Lateranense. Certo, a differenza del soggetto "Provvidenza", la "giustificazione" è un termine che risuona più familiare ai nostri giorni, anche per coloro che hanno solo una conoscenza generica delle vicende che contrassegnarono un secolo straordinario come il Cinquecento. Ritornare alla matrice, cioè all'epistolario di Paolo, permette non solo di delineare il progetto d'insieme, ma anche di inseguirne la formulazione progressiva. Infatti, dalla "prova d'autore" che è la Lettera ai Galati, ove la giustificazione è connessa al motivo della nostra adozione divina a figli, ci si inoltra nel capolavoro paolino della Lettera ai Romani, il vessillo della Riforma protestante ma anche il cuore della questione, e si approda alla Lettera ai Filippesi ove il tema si configura come processo di conformazione e trasformazione del credente in Cristo. È indubbio il corollario ecumenico che comporta una simile investigazione esegetica, non solo per le antiche polemiche tra Agostino e Pelagio nel V secolo, per le tensioni radicali tra il cattolicesimo e Lutero o Calvino, ma anche per la vigorosa ripresa del tema nella teologia dialettica di Barth (la cui Lettera ai Romani è curiosamente ancora in catalogo da Feltrinelli).

Sorprendente è, fin nel titolo, l'ultimo saggio del nostro trittico: Grazie all'immaginazione, opera del gesuita parigino Nicolas Steeves, docente alla Gregoriana di Roma. Essa è stata considerata a lungo la folle du logis, la "pazza di casa", una formula attribuita ora al filosofo Malebranche, ora a Teresa d'Avila, ma di paternità ignota. Certo è che per molti teologi l'immaginazione è stata ritenuta una sorta di nebula da spazzar via col vento cristallino della ragione, del rigore epistemologico, della logica formale. Il tentativo di questo ampio studio è quello, invece, di integrarla proprio nella teologia fondamentale che è la base su cui si regge e si edifica l'architettura dell'intero sistema teologico nelle sue varie articolazioni. Effettivamente la stessa Bibbia(si pensi solo all'Apocalisse)così come la tradizione cristiana si sono liberamente e gioiosamente consegnate al caleidoscopio delle immagini, dei simboli, delle parabole fecondando e alimentando l'atto di fede, la spiritualità, la liturgia, l'etica. Le pagine di Steeves sono una vivace navigazione in questo mare creativo nel quale si incastonano le grandi isole dei molteplici sistemi teologici bagnati da quelle onde. Dopo tutto – come conferma, purtroppo negativamente, l'eccesso immaginario contemporaneo aveva ragione Bachelard quando affermava nella sua Poetica della reverie (Dedalo 2008) che «l'uomo è un essere capace di immaginare e che va immaginato».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 16 dicembre 2018

[…] Nei primi due capitoli del suo volume sulla giustificazione (pp. 13-48), Pitta traccia uno schizzo veloce dello status quaestionis sugli studi paolini rispetto a questo tema. Da decenni si è acceso il dibattito su quale sia il centro della teologia paolina. Se, nel passato, si puntava sulla “dottrina della giustificazione” (luterani e protestanti in genere) e sulla centralità della Lettera ai Romani per ricostruire il pensiero teologico di Paolo (cf. Dunn e il suo Roman Debate, a cui molti si sono opposti), ora molti pensano che questo sia solo un Nebenkrater (“cratere laterale”), sulla scia di un lavoro di A. Schweitzer sulla mistica paolina risalente al 1930 nell’originale tedesco.

[…] La tematica della giustificazione appare con 1-2Cor è diffusa in Gal, Rm e Fil (quattro lettere autoriali), con qualche propaggine nella prima (Col; Ef) e seconda tradizione paolina (2Ts; 1-2Tm; Tt). Il titolo del volume di Pitta, Giustificati per grazia, è tratto paradossalmente da Tt 3,7, un testo della seconda tradizione paolina. In Paolo, il concetto di giustizia/giustificazione ha sempre un valore salvifico, mentre nella grecità il verbo assume spesso un senso negativo di “condannare” o “dichiarare giusto”, sempre comunque con una connotazione forense. Paolo dà una connotazione salvifica della giustizia/giustificazione perché il retroterra su cui si basa (con citazioni dirette, indirette, allusioni ed echi) è la Scrittura.

[…] Il tema della giustificazione non costituisce una “dottrina” in sé completa, ma è un pensiero teologico, non sempre coerente e lineare, che nasce in risposta a situazioni ecclesiali contingenti (divisioni e culto della personalità a Corinto, pressioni per la circoncisione e la Legge da parte dei missionari giudeo-cristiani in Galazia, scontro fra “deboli” e “forti” a Roma, culto degli angeli a Filippi). La tematica è testimoniata per la prima volta in 1Cor, collegata al mistero paradossale del logos tou staurou, la “parola della croce”. La giustizia di Dio in Cristo, che ha visto dividersi gli interpreti paolini fra i sostenitori di un genitivo soggettivo e quelli del genitivo oggettivo, è interpretata da Pitta per il passo di 2Cor 5,21 come un genitivo di agente: giustizia di Dio (gen. sogg.) in Cristo (gen. d’autore).

In generale, va detto che tutte le lettere di Paolo sono contingenti, Romani compresa. Senza la posizione dei suoi “avversari” (il cui pensiero non mai riportato per esteso da Paolo e non sempre correttamente ricostruibile con il mirror reading) non si avrebbero le posizioni teologico-pastorali dell’Apostolo. Da avversari/opponents (o, più debolmente interlocutori) paolini identificati in passato con i giudei, ora si è passati a identificarli con dei giudeo-cristiani, spesso missionari anch’essi, ma con impostazione teologica e pastorale diversa da quella di Paolo.

Nel resto del suo volume (pp. 49-208), Pitta analizza la declinazione che il tema della giustizia/giustificazione assume nelle varie lettere: collegata alla parola della croce in 1Corinzi (pp. 36-47), in 2Corinzi (pp. 48-65) è collegata alla fede (i credenti quali giustizia di Dio) opposta all’empietà e collegata alla diakonia della carità (la colletta). Galati (pp. 66-98) connette la giustificazione alla figliolanza divina. La propositio principalis (o, servendosi del greco, la tesi, identificata da Pitta in Gal 1,11-12 grazie alle sue caratteristiche di brevità, chiarezza, autonomia, funzione prolettica, capacità di ingenerare le dimostrazioni successive) riguardante la natura apocalittica (rivelativa, gratuita) del vangelo, viene poi dimostrata con una probatio autobiografica, una esperienziale e una scritturistica, con una parte paracletica che alcuni fanno rientrare nella probatio. […]

Il pregevole lavoro di Pitta, uno fra i migliori paolinisti italiani e apprezzato studioso anche all’estero, è un denso volume di studio che, attraverso l’analisi di una categoria centrale (in ogni caso) nel pensiero dell’Apostolo – nato però dalla contingenza e senza volontà di costituire una “dottrina” –, permetterà alle persone appassionate della sua persona e della sua teologia (e pastorale) un aggiornamento generale sullo stato delle ricerche degli studiosi e, più in genere, un aiuto ermeneutico fondamentale per accostarsi alle sue lettere, costituito dalla “retorica paolina”.


R. Mela, in SettimanaNews.it 30 settembre 2018