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Il perdono
Carmine Di Sante

Il perdono

Nella Bibbia, nella teologia, nella prassi ecclesiale

Prezzo di copertina: Euro 12,00 Prezzo scontato: Euro 10,20
Collana: Giornale di teologia 386
ISBN: 978-88-399-0886-5
Formato: 12,3 x 19,5 cm
Pagine: 176
© 2016

In breve

Questo libro dedicato al perdono si prefigge un triplice scopo. Innanzitutto ritrovarne il senso originario, attingendo alle Scritture ebraico-cristiane. Ricostruire poi le molteplici forme rituali nelle quali la chiesa ha celebrato il perdono biblico. Proporre infine una nuova semantica del perdono cristiano, alla luce del racconto biblico e dell’evento cristologico. Al termine di questo percorso, il sacramento della confessione risulterà ripensato nel suo senso teologico e antropologico più autentico.

Descrizione

Terminato il concilio Vaticano II (1962-1965) e avviata la riforma liturgica in lingua volgare, il moralista Bernhard Häring auspicava la revisione radicale del sacramento della penitenza (la “confessione”) rinunciando a «determinare con esattezza cosa sia un peccato mortale» e proponendo la celebrazione eucaristica come il luogo privilegiato della remissione dei peccati che «permetterà a tutti i cristiani di buona volontà l’accesso alla comunione».
L’autore di questo saggio riprende la proposta coraggiosa e disattesa del grande teologo tedesco e ne mostra la legittimità e coerenza, sia alla luce di una originale reinterpretazione del dato biblico e teologico, sia attraverso la rilettura critica della plurisecolare prassi ecclesiale relativa al sacramento del perdono.
È forse questo, fra tutti i sacramenti della chiesa, quello che – più di ogni altro – attende ancora di essere ripensato nel suo senso teologico e antropologico più autentico.

Recensioni

Cet ouvrage est une «mini-somme théologique et pratique » sur la réalité du pardon. Il s’agit de la manière dont le pardon de Dieu embrasse tous les hommes et les incite à le partager entre eux en vérité et non seulement en paroles.

Son A., Carmine Di Sante, est un théologien italien formé à Rome, spécialiste en liturgie et en psychologie; il fut longtemps conseiller théologique du SIDIC (Service international de documentation judéo-chrétienne). Le champ de sa recherche est très vaste. Il part de la Bible et montre comment la Torah, c’est-à-dire le Pentateuque, découvre cette notion de pardon – et corrélativement celle du péché – comme la caractéristique essentielle de Dieu. Tous les livres bibliques sont passés en revue. Il en arrive à Jésus qui a sur terre le pouvoir de pardonner les péchés. En effet, tout péché atteint Dieu à travers sa création et ses oeuvres dans l’histoire d’Israël, et surtout en Jésus luimême.

L’A. passe ensuite à la pratique ecclésiale du pardon et, là encore, il déroule l’histoire de la tradition de l’église et du sacrement de réconciliation : de Pierre à Vatican ii. Il termine par un 4e chap., plus bref, pour nous inviter à « repenser » le pardon ecclésial, afin qu’il retrouve sa fraîcheur première et sa simplicité évangélique. Cette dernière partie est spécialement intéressante ; elle est le fruit d’une remarquable recherche qui replace le pardon divin dans le cadre de l’eucharistie vécue en communauté.

Un livre fort éclairant et très riche qui mériterait une traduction en français. Il fait réfléchir à une pratique dont le sens n’a pas toujours été bien compris. À consulter avec patience.
In Nouvelle Revue Théologique 139 (4/2017) 688

Carmine Di Sante, originario di Bisenti, è un teologo e biblista di grande esperienza. […] Abbiamo incontrato Di Sante per questa intervista sul suo nuovo libro Il perdono. Nella Bibbia, nella teologia, nella prassi ecclesiale (Queriniana, pp. 176, 12 euro), pubblicato nell'anno del Giubileo della Misericordia.

D: Nel suo libro ll perdono ha affrontato temi difficili e importanti nell'anno che ha concluso Il Giubileo della misericordia indetto da Papa Francesco. Come giudica questo anno giubilare e quali sono a suo avviso le grandi questioni che attraversano il mondo odierno?

R: «L'anno giubilare che si è appena concluso va giudicato positivamente. Il grande sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, in una delle sue ultime interviste lamentava l'assenza di leader mondiali capaci di intercettare i problemi e le angosce del mondo contemporaneo, con l'unica eccezione – per lui ebreo e non credente – dell’attuale pontefice. La più drammatica questione di fronte alla quale oggi ci troviamo, che è sotto gli occhi di tutti, è la diseguaglianza abissale tra ricchi e poveri che è alla radice di ogni forma di ingiustizia e violenza. Solo un nuovo ethos potrà contribuire a risolverla: quello della misericordia che sente intollerabile e vergognosa la sofferenza e la miseria altrui ed è la condizione vera e non ingannevole per la creazione di una società giusta e solidale».

D: Di solito abbiamo un rapporto difficile con l'argomento – che sarebbe meglio chiamare prassi – del perdono. Siamo sospettosi perché crediamo che sotto il suo significato si mascheri il perdonismo facile con il conseguente ridimensionamento della giustizia. Come se perdonare equivalesse a dimenticare ciò che è stato commesso. Cosa ne pensa?

R: «Se tutte le parole sono ambigue, questa del perdono lo è più di ogni altra. L'equivoco più grave è di pensare che il perdono coincida con la rimozione o sottovalutazione del crimine commesso. Oppure che sia l'alternativa alla giustizia, come se perdonare il colpevole significasse rinunciarne alla riprovazione e alla condanna. Se cosi fosse il perdono sarebbe immorale e, pertanto, imperdonabile. Il perdono, in realtà, non è né la cancellazione del crimine né la concessione d'impunità al criminale, ma la non identificazione del colpevole con il male fatto, slegandolo dalla sua azione malvagia e facendogli dono della possibilità di tornare ad essere uomo di pace, capace di amare. Per questo il perdono è un iper-dono: perché offre a chi ha fatto il male la possibilità di rinascere realmente una seconda volta, tornando dall'abisso del male allo splendore della bontà e del bene».

D: Nel suo saggio insiste molto sull'insegnamento biblico, antico e nuovo testamento, attraversando le grandi questioni del male, della colpa, della redenzione. Che cosa insegna a noi oggi il messaggio biblico su questi temi?

R: «La storia umana da sempre è segnata dalla violenza e dalla inimicizia: dalla percezione che l'altro da me non è uno come me, che come me è attesa e bisogno di cose buone e relazioni buone, ma una minaccia da cui salvaguardarmi e difendermi. È la nota storia di Caino che uccide Abele. La novità del messaggio biblico è che, se è vero che Caino uccide Abele, questa violenza, per il testo biblico, non si iscrive nella natura umana – come vuole la maggior parte dei miti fondanti, come quello ad esempio di Romolo e Remo – ma nella volontà umana che da volontà per il bene liberamente si è pervertita in volontà per il male. La novità del racconto biblico è di annunciare un umano la cui verità non è quella di essere un lupo per l'altro uomo, secondo la teoria hobbesiana sulla quale si fonda lo stato moderno, ma l'immagine e la somiglianza di un Dio che è Padre e che, appunto perché Padre, istituisce un umano come vocazione – appello e impegno – alla fraternità universale. Utopia e sfida per la quale vale la pena dedicare l'intera propria vita».

D: Antico e nuovo testamento sono in sintonia sul tema del perdono o divergono in maniera significativa?

R: «Una lunga tradizione, frutto dell'antigiudaismo cristiano, ha opposto e ancora oppone il perdono neo-testamentario alle pagine antico-testamentarie come se queste ci testimoniassero un Dio di ira e di vendetta e non di amore e di perdono. Questo pregiudizio, oltre che offensivo del popolo ebraico, lo è soprattutto, come ogni altro pregiudizio, dell'intelligenza cristiana che lo ha alimentato. Il Nuovo Testamento in realtà assume e radicalizza il perdono antico-testamentario escatologizzandolo: leggendo cioè, nella risposta non violenta di Gesù sulla croce a chi lo uccide, l'evento definitivo e ultimo – escatologico appunto – dell’amore divino per l'uomo e dell'amore dell'uomo per l'altro uomo che gli si è fatto nemico. Il crocifisso disarmato, che non restituisce il male e la sofferenza, ma li assume su di sé per amore dell'altro, è l'incarnazione vertiginosa – divina diranno gli autori neotestamentari – della dedizione d'amore per l'altro da sé fino alla sostituzione e alla espiazione: l'unica potenza capace di rendere impotente il male e di instaurare una umanità non violenta, giusta e fraterna».

D: Ho trovato molto interessante la terza parte del libro dedicata alla prassi ecclesiale del perdono. Lei parte dalle tesi del teologo Bernhard Häring, oggi completamente disattese. Perché a suo avviso la Chiesa ha spesso agito male nella pratica della confessione e della penitenza? Perché viene posta tanta enfasi sul peccatore e sulle procedure penitenziali che a volte sfiorano il masochismo? Che rimedio c'è a tutto ciò?

R: «Bernhard Häring è stato uno dei più grandi teologi che ha rinnovato la morale nel secolo scorso, incentrandola sul primato dell'amore gratuito di Dio, e uno dei periti conciliari più apprezzati durante lo svolgimento del Vaticano II. A proposito del sacramento della confessione – che forse più propriamente andrebbe chiamato del perdono – la sua proposta era che si tornasse a fare della celebrazione eucaristica il luogo primario dell'annuncio del perdono divino e della conseguente presa di coscienza del proprio peccato: tradimento del disegno d'amore di Dio sugli uomini e volontà di conversione ad una prassi di giustizia e di pace. Al centro dell'universo liturgico cristiano c'è la celebrazione eucaristica settimanale che nel Nuovo Testamento porta il nome di fractio panis: lo spezzare il pane del Risorto con i suoi discepoli perché lo spezzino per condividerlo tra i molteplici e i diversi. Dotata di forza performativa, la celebrazione eucaristica è contemporaneamente e indissolubilmente annuncio efficace del perdono divino e imperativo incondizionato, per i partecipanti, ad agire come figli dell'unico Padre. Perché tutto questo non è ancora avvenuto? Perché la chiesa – intendendo con questo termine soprattutto la chiesa magisteriale e istituzionale – non è ancora tornata al radicalismo evangelico che pone al centro del suo annuncio l'amore gratuito divino che interpella il cuore di ogni uomo e di cui le chiese sono testimoni ma né proprietarie né inter-mediazioni indispensabili».


V. Di Marco – C. Di Sante, in La Città. Quotidiano della provincia di Teramo 15 febbraio 2017

II saggio analizza il tema del perdono dei peccati nella tradizione biblica del Primo e del Nuovo Testamento, come pure nella riflessione teologica e nella prassi ecclesiale che nel corso dei secoli ha avuto varie forme, prima di giungere alla confessione privata (auricolare) che oggi, dopo il Vaticano II, si è cercato di riformare.

I primi due capitoli illustrano efficacemente il tema del perdono nella Bibbia. Tutti conoscono le parole del Sal 51: «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi, contro te solo ho peccato. Sono una delle espressioni più celebri e penetranti in cui un peccarore riconosce la sua colpa davanti a Dio e chiede il dono di una nuova creazione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro». Tuttavia, nell'ottica dell'alleanza tra Dio e il suo popolo, più che le trasgressioni morali dei singoli, assumono maggiore rilevanza le infedeltà «teologiche», il culto alle divinità pagane e, quindi, il tradimento del patto stipulato tra Dio e Israele. Per questo vediamo vari modi di riconciliazione e di invocazione del perdono divino da parte d'Israele: c'è una modalità simbolica, che è rappresentata da «capro espiatorio», ma anche una ritualità liturgica, come dimostrano la preghiera pubblica dello yôm kippῡr e le preghiere del culto sinagogale, in cui viene esaltata la misericordia divina.

Il comportamento e la predicazione di Gesù s'innestano su questa tradizione ebraica: egli non solo dice «siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso», ma prega per i suoi uccisori e li perdona. Gesù va dai peccatori prima ancora che questi si convertano, e ciò scandalizza i benpensanti come si vede nel caso di Zaccheo o di Simone fariseo.

Il terzo capitolo affronta sinteticamente la storia travagliata di come la chiesa ha affrontato e ha cercato di gestire («amministrare», si diceva), il perdono dei peccati. Il kerigma della chiesa primitiva è chiarissimo: solo in Gesù c'è la salvezza e la sicurezza del perdono divino. Egli è morto per liberarci dai nostri peccati. Ma la storia mostra che la chiesa ha usato varie modalità per attuare il perdono divino: è una «storia travagliata», come viene intitolato questo capitolo. Come afferma l'autore, «una teologia del perdono estranea alla radice biblica, da incondizionato lo ha ridotto a condizionato e condizionato dall'autorità ecclesiastica (p. 108, corsivi dell'autore). Inoltre, appare chiaro che tutto il rito penitenziale (la confessione) assunse un carattere privato e segreto, ben diverso dalla penitenza solenne dei primi secoli cristiani. Era in gioco anche la dimensione sacramentale della penitenza, come emerge nel contrasto scoppiato all'epoca della riforma protestante, per cui l'obbligatorietà della confessione venne rifiutata da Lutero e Calvino e sostituita dalla confessione a Dio solo. Al contrario, il concilio di Trento ribadì l'istituzione divina del sacramento della penitenza e la necessità di confessare al sacerdote tutti i peccati gravi, essendo egli l'unico ministro in grado di assolvere i fedeli cristiani dalle loro colpe. Il Vaticano II ha cercato di riportare al primo posto l'ascolto della parola di Dio che chiama alla conversione e ha introdotto la prassi delle celebrazioni penitenziali comunitarie: due dimensioni che erano andate perdute. Tuttavia, in questo ambito liturgico l'autore nota che il nuovo rituale non ha attuato una riforma completa: si continua a «privilegiare la confessione individuale e le stesse forme comunitarie sono sottoposte ai vincoli della confessione auricolare» (p. 143).

Nel quarto capitolo l'autore sostiene la necessità di ripensare la prassi del perdono ecclesiale, legandolo maggiormente all'eucaristia, che è il culmine della riconciliazione con Dio e con la chiesa (p. 147), come aveva già suggerito il grande teologo morale Bernard Häring nel suo volume Il peccato in un'epoca di secolarizzazione (Paoline, Bari 1973). Le sue parole, qui citate dal nostro autore, possono servire da stimolo per rinnovare la prassi del perdono ecclesiale: «Va messa in evidenza la centralità dell'eucaristia nell'opera di riconciliazione, di remissione dei peccati e di conversione continua, tanto individuale che comunitaria» (p. 159). Solo così si può mettere in risalto la gratuità divina del perdono e la responsabilità del credente che si affida alla misericordia del Salvatore.


L. Dal Lago, in CredereOggi 215 (5/2016) 149-151

Carmine Di Sante retorna en este libro la propuesta que tras el Concilio Vaticano hada el moralista Bernhard Häring que proponía la celebración eucarística como el lugar privilegiado para la remisión de los pecados. Intenta demostrar la legitimidad y coherencia de esta propuesta tanto a la luz de una original reinterpretación del dato bíblico y teológico, como a través de una relectura crítica de la multisecular praxis eclesial del sacramento del perdón.


In Phase 333 (2016) 299

È uno studio-riflessione, che all'impeccabile approccio statico (e allo stile sereno e limpido) unisce una prospettiva decisamente impegnata: tanto più attuale in questo momento, nel quale, con l'Anno Santo della Misericordia in corso, non si riesce a liberarsi da un certo senso di incompiutezza e di delusione, forse proprio perché era stato salutato con grande speranza. Poiché il perdono coinvolge l'intera vicenda di Gesù come culmine della salvezza, e anche il problema del male e dei limiti e della responsabilità dell'uomo, il tema è decisivo; e, secondo i modi in cui viene affrontato e declinato, può risultare sconvolgente, tanto nei modi di agire di Dio quanto in quello che Dio richiede all’uomo come risposta e visibilità irradiante.

Carmine Di Sante affronta il tema attraverso un percorso ermeneutico completo, appassionante e problematico che procede dalle Scritture ebraiche (cap. I) al NT e all'agire di Gesù (cap. II), da questo alla prassi ecclesiale attraverso le epoche (cap. III), e al ripensamento pastorale che scaturisce dalle considerazioni precedenti (cap. IV). Il perdono non è un evento o un atto isolato né la manifestazione di un atteggiamento 'virtuoso' fra gli altri: è in sostanza il termine nel quale i Vangeli e il NT nel suo insieme sintetizzano l'intera novità dell'evento di Gesù di Nazaret e poi del movimento che intenderebbe rifarsi al suo nome e alla sua prassi.

Particolarmente originale l’articolazione del cap. II, in cui vengono riletti assumendo la chiave interpretativa del perdono la predicazione di Gesù, i suoi gesti dimostrativi, ma anche la sua morte e le apparizioni pasquali e infine la predicazione apostolica, per concludersi poi con una stimolante rassegna delle modalità attuative del perdono divino: l'evangelo del perdono, l'accoglienza del perdono che coincide con la fede, la ri-donazione del perdono, i luoghi del perdono (la soggettività, che nella Scrittura viene chiamata il 'cuore'; l'intersoggettività ovvero la relazione con l'altro; la comunità), infine i segni del perdono. Appare fondamentale la rilettura della passione di Gesù sotto il segno del perdono, tema a cui l’autore ha dedicato un libro di qualche anno fa (La passione di Gesù. Nonviolenza e perdono, San Paolo, 2013). In questa prospettiva la nonviolenza non rinvia tanto alla mitezza di cui Gesù dà prova nell'affrontare il processo e la morte – molti martiri hanno fatto lo stesso –, ma al rigetto deciso della presentazione violenta della sua passione e morte, la cosiddetta lettura sacrificale, espiatoria, che sottintende l'idea di un Dio violento e quasi irragionevole nella sconcertante geometria della sua giustizia. La morte di Gesù invece non è sacrificio offerto a Dio – Dio non si compiace della morte di nessuno –, ma è perdono appunto: dono assoluto e intensificato, con cui Gesù 'svuota' la violenza, che pure continua a operare nella storia, sottraendole la possibilità di avere l'ultima parola.

Idea di fondo in tutto il libro: il perdono, che coinvolge l'offeso e l'offensore in egual misura, non è in primo luogo atto, ma relazione. Si può definire e manifestare in modi infiniti come infinite sono le situazioni umane, ma il suo signifìcato umano di fondo è quello di non inchiodare il colpevole alla sua colpa. Rimane sempre in primo luogo persona, una persona amata da Dio, che ha un valore proprio, una storia precedente (in cui forse affonda le sue radici appunto 'storiche' il male che ha commesso) e un futuro infinito. Il Concilio Vaticano II ha recepito e fondato un ripensamento profondo di tutti gli ambiti e tutti i temi della teologia, in modo specialissimo di quanto riguarda il linguaggio della misericordia e il sacramento del perdono; ma le intuizioni conciliari restano per gran parte in attesa di vera attuazione.

Il saggio, molto più ampio di quanto possano far pensare le contenute dimensioni esteriori, si conclude ricordando la pluralità delle forme penitenziali e riprendendo le coraggiose proposte avanzate dopo la conclusione del Concilio dal grande teologo moralista Bernhard Häring cssr (1912-1998), che auspicava una revisione radicale del sacramento della Riconciliazione, abbandonando definitivamente il concetto di peccato mortale, comunque indefinibile, e proponendo che la stessa celebrazione eucaristica divenga il luogo privilegiato della remissione dei peccati, permettendo a tutti i cristiani di buona volontà di accedere alla comunione. Sono evidenti le implicazioni di questo pensiero anche per quanto riguarda l'ammissione dei credenti divorziati risposati all'Eucaristia.


L. Sebastiani, in Rocca 12 (15 giugno 2016) 61

«... Ma inumano è pur sempre l'amore/ di chi rantola senza rancore/ perdonando con l'ultima voce/ chi lo uccide tra le braccia di una croce». L'album d'esordio del giovane De André, nel '67, conteneva un pezzo, “Si chiamava Gesù”, in cui definiva inumano il perdono, cuore del messaggio evangelico. Era il suo modo per sottolinearne la rilevanza: e aveva ragione anche se, forse, tale centralità non è stata sempre opportunamente messa in luce. Cosa che fa bene nel suo ultimo libro, ricorrendo a un'ottima documentazione, il biblista Carmine Di Sante, la cui vasta produzione si segnala per una competenza consolidata nel quadro delle relazioni ebraico-cristiane, e che ha già toccato il tema in La passione di Gesù. Nonviolenza e perdono (San Paolo, 2013).

Il volume ha un triplice scopo: ritrovare il senso originario del perdono attingendo alle scritture ebraico-cristiane lette non in chiave di contrapposizione ma di integrazione; ricostruire, pur schematicamente, le molteplici forme rituali attraverso le quali, nella sua storia bimillenaria, la Chiesa ha amministrato il perdono biblico; e suggerire una nuova semantica del perdono cristiano che ne faccia rilucere il significato autentico, alla luce del racconto biblico e dell'evento cristologico. Sulla linea tracciata, concluso il Vaticano II e avviata la riforma liturgica, dal moralista Bernhard Häring, che auspicava la revisione radicale del sacramento della penitenza, rinunciando a determinare con esattezza cosa sia un peccato mortale e proponendo la celebrazione eucaristica come spazio privilegiato per la remissione dei peccati.


B. Salvarani, in Jesus 4/2016, 91

Il libro si prefigge un triplice scopo. Innanzitutto ritrovare il senso originario del perdono, attingendo alle Scritture ebraico-cristiane. Ricostruire poi le molteplici forme rituali nelle quali la Chiesa ha celebrato il perdono biblico. Proporre infine una nuova semantica del perdono cristiano, alla luce del racconto biblico e dell’evento cristologico. Al termine di questo percorso, il sacramento della confessione risulterà ripensato nel suo senso teologico e antropologico più autentico. L'Autore in questo saggio riprende una coraggiosa e disattesa proposta del teologo Bernhard Häring, rinnovatore della teologia morale nel secolo XX, nella consapevolezza che il sacramento del perdono e della riconciliazione è, tra tutti i sacramenti della Chiesa, probabilmente quello che attende ancora di essere ripensato nel suo senso teologico e antropologico più autentico.


L. Cabbia, in Rogate Ergo 3/2016