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La libertà a rischio
Giuseppe Angelini

La libertà a rischio

Le idee moderne e le radici bibliche

Prezzo di copertina: Euro 23,50 Prezzo scontato: Euro 19,98
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 185
ISBN: 978-88-399-0485-0
Formato: 16 x 23 cm
Pagine: 360
© 2017

In breve

La libertà, che cos’è e come si fa a esprimerla? Ecco uno testo colossale che incoraggia l’idea di libertà, «venuta nel mondo per opera del cristianesimo» (Hegel), esplorando la storia del pensiero e ritornando ai testi biblici.

Descrizione

Singolare destino è quello della libertà. Massimo titolo d’onore del soggetto singolo, diritto perentoriamente rivendicato nello spazio pubblico, essa pare oggi invece dissolversi e perdere consistenza nell’esperienza personale. Sembra quasi che la si difenda tanto più rigidamente, quanto minori sono le convinzioni di poterne disporre. Libero davvero non è colui che può fare quel che gli pare. Libero è colui che può volere quello che fa, che può legarsi cioè alle proprie azioni e, mediante esse, disporre di se stesso.
F. Nietzsche ebbe a dire che il male maggiore di cui soffre l’uomo contemporaneo è proprio l’incapacità di volere: un difetto di libertà. Non così, però, la libertà è stata pensata nella storia della filosofia occidentale (e della stessa teologia): è stata fondamentalmente pensata in termini politici, nella prospettiva cioè del rapporto del singolo con gli altri. Mai è stata pensata nella prospettiva più vera, quella del rapporto del soggetto con le proprie azioni. Appunto a questa prospettiva si riferisce il messaggio cristiano sulla libertà, che, nei fatti, è riuscito a plasmare una cultura e un costume. Oggi quel costume va dissolvendosi; di riflesso, diventa sempre più urgente pensare espressamente l’idea di libertà, «venuta nel mondo per opera del cristianesimo» (Hegel). È il tentativo fatto in questo libro, attraverso la recensione della storia delle idee e il ritorno ai testi della Bibbia.
Un testo magistrale che incoraggia l’idea di libertà, esplorando la storia del pensiero occidentale e confrontandosi con la Scrittura.

Recensioni

Nell’odierna società liberale in cui si assiste all’evaporazione del padre e l’adolescenza rischia di non essere più una fase di passaggio all’età adulta ma un tempo interminabile, l’ideale della libertà è inflazionato e, come esprime bene il titolo del recente saggio di Angelini, sono numerosi gli equivoci che tendono a metterlo a rischio. Celebrata come il compimento del soggetto e identificata con l’immunità, cioè con l’esenzione da ogni dovere (munus) di rispondere di sé nei confronti degli altri, la libertà viene intesa essenzialmente come oggetto di rivendicazioni e declinata come una serie interminabile di diritti soggettivi (i cosiddetti diritti dell’uomo o diritti civili). Secondo il teologo milanese, questa visione della libertà in senso plurale che fa emergere il suo tratto negativo di esonero da qualsiasi impegno o vincolo rappresenta un reale ostacolo al processo di formazione della coscienza morale, impedisce la possibilità di volere, cioè di disporre di sé mediante il proprio agire, ed ha come conseguenza il declino del criterio assiologico (costituito dal bene in senso morale) a favore del culto del benessere psicofisico.

Per ovviare a tutto ciò Angelini propone di tornare a leggere la libertà cogliendo tutto il dinamismo presente nelle sue radici bibliche e sposa la tesi di Hegel secondo il quale l’idea di libertà sarebbe confluita nella tradizione dell’Occidente e in quella universale grazie al cristianesimo. La libertà, infatti, rappresenta il cuore del vangelo ed è proprio mediante il cristianesimo (e il contributo determinante dell’epistolario paolino) che essa è entrata nella storia della nostra civiltà. La libertà umana, letta in chiave biblica, infatti, non è una facoltà naturale ma la possibilità di volere. Per comprendere sul serio cosa vuol dire volere, l’A. invita a superare quel modello concettuale che intende l’essere umano come una natura, modello che anche la teologia ha adottato confondendo la libertà con il libero arbitrio e precludendosi la possibilità di sviluppare una teoria della libertà propriamente cristiana, ciò che a suo dire rappresenta una lacuna da colmare.

L’uomo non è reso capace di volere da una natura, ma da una vicenda, dal dramma della vita. L’agire libero, infatti, prende sempre la forma della risposta a un imperativo ed è possibile solo come risposta a una vocazione. Nella visione veterotestamentaria il destino dell’uomo non dipende dal fato, né dalla lotta contro le passioni, ma dalle sue scelte, o meglio ancora dal suo rispondere alla voce che lo chiama. L’esodo dall’Egitto è una chiamata, una parola che è al contempo promessa e comandamento, ed è un cammino di liberazione che rivela la libertà come il frutto di un’esperienza di grazia, di un dono che impegna ad apprendere il senso della vita. È la grazia, l’opera originaria di Dio, che suscita il volere e lo intima attraverso il comandamento che, a sua volta, fa conoscere all’uomo il cammino che conduce a se stesso.

L’A. propone quindi «la tesi della mediazione pratica della grazia» (29): essa è ciò che Dio vuole fare dell’uomo esigendo il concorso del suo agire, la sua fede. È quindi la fede, che ha la forma del comandamento di Dio, ciò che rende liberi e la libertà si realizza solo mediante un cammino di obbedienza: «Riconoscere la voce iscritta nella prima nascita e obbedire ad essa è la condizione perché si realizzi la nuova nascita mediata dalla decisione personale, dunque dalla scelta libera» (151).

Per Angelini la prospettiva più qualificante per parlare di libertà è quella costituita non dal rapporto del singolo con gli altri, ma dal rapporto tra il soggetto e la propria azione. Mentre la filosofia insegna che per essere liberi bisogna immunizzarsi dai mali esterni, il cristianesimo afferma che la più grande minaccia alla libertà è quella che s’insinua nell’intervallo tra il soggetto e il proprio agire. La libertà si coniuga quindi alla qualità della volontà del soggetto: è una libertà al singolare. Di solito si tende ad accusare gli altri della mancanza di libertà; il vangelo cristiano invece l’attribuisce alla colpa personale. Solo la fede nel vangelo di Cristo dà accesso alla libertà che consiste nell’emancipazione dalla schiavitù del peccato, della legge e delle opere della legge. Questo non vuol dire che la qualità morale delle proprie azioni sia irrilevante: la fede di cui parla Paolo, infatti, «opera per mezzo della carità» (Gal 5,6).

L’A. ripercorre tutti i fraintendimenti circa il pensiero paolino da parte di Agostino, di Lutero e della nuova prospettiva, affermando che per l’Apostolo la fede è forma dell’agire, obbedienza concreta a Dio, e che la giustificazione non è un atto unilaterale di Dio ma che si realizza per mezzo della fede che è un atto del credente (cf. 211). L’esonero dalla legge è pensato da Paolo non come esonero da delle regole, ma come un volgersi dall’obbedienza alla legge all’obbedienza allo Spirito che solo permette di vivere la fede che opera mediante quella carità che è il compimento della legge. Per rimanere nella libertà ottenuta da Cristo bisogna evitare di tornare alla legge, d’intendere la libertà cristiana come anarchia e di vivere secondo l’impulso del momento, e scegliere invece l’amore cristiano inteso come servizio. Ciò che deve guidare il comportamento dei credenti non è la liceità ma l’attenzione a ciò che contribuisce all’edificazione dei fratelli. Nella visione neotestamentaria, infatti, buona è la volontà che ama, che è fedele «alla promessa iscritta nelle forme originarie della prossimità umana» (56). Questo è anche il senso della torah che addita i comportamenti che realizzano l’alleanza voluta dal Creatore e tra questi la cura dell’altro che trova il suo compimento nel dono d’amore di Cristo (cf. Gv 13,1).

Il saggio di Angelini offre molti spunti sulla relazione di reciprocità tra la libertà e la grazia e fa riflettere sul significato autentico della libertà, statuto di quanti sono diventati figli nel Figlio, che non consiste nella possibilità di fare ciò che si vuole ma di volere seriamente ciò che si fa. Alla luce della Scrittura egli sostiene che volere equivale a promettere, a saper cioè rispondere per sempre dinanzi a tutti del proprio agire, ciò che risulta una grande provocazione per la nostra società così anemica del per sempre. I testi biblici continuano ad additare ai contemporanei lo statuto della libertà perché ricordano quello che sosteneva anche H.U. von Balthasar che cioè «l’unico atto col quale un uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata» (Vocazione, 29).

Il teologo milanese, oltre ad invitare caldamente a un rinnovato interesse per i testi biblici, che sono i testi fondatori della tradizione cristiana, e a un ripensamento del sistema concettuale che vede l’essere umano come una natura, suggerisce di servirsi dello spazio intellettuale attuale per la ripresa del pensiero cristiano sulla libertà.


R. Manes, in Gregorianum 99 (2018/3) 664-665

Prêtre du diocèse de Milan, ancien président de la Fac. de théol. de l’Italie septentrionale où il enseigna 45 ans, l’A., renommé en Italie, s’est notamment fait connaître par son œuvre majeure, un imposant manuel de Théologie morale fondamentale (Milan, Glossa, 1999), toujours non traduit en français. L’ouvrage s’ouvre sur le constat paradoxal actuel : d’un côté, les revendications péremptoires de liberté dans l’espace public ; de l’autre, son collapsus dans l’expérience personnelle.

Partant de là, l’A. établit deux points étroitement connectés : l’idée de liberté caractéristique de l’Occident est d’origine chrétienne (chap. 1), ainsi que le soulignait Hegel (Encyclopédie des sciences philosophiques, § 482, cité p. 5) ; la liberté qui s’est développée en Occident est politique, c.-à-d. négative (l’absence de contraintes), et non pas intérieure, c’est-à-dire positive (la capacité d’être source de ses propres actions).

Pour redécouvrir cette vision, l’ouvrage parcourt brièvement l’AT (chap. 2) et en détail le NT (chap. 3), avant de revenir cursivement au présent (chap. 4). Le lecteur retrouve le souci d’un intellectuel qui est aussi un pasteur (l’A. fut membre du comité d’éthique de l’Hôpital St-Raphaël de Milan et curé de l’ancienne basilique St-Simplicien) et son choix méthodologique pour un enracinement biblique prévalent, voire envahissant (largement plus de la moitié du livre cité ci-dessus est consacrée à la seule étude de l’Écriture). Il pourra regretter que nulle place ne soit offerte à une reprise systématique en théologie morale qui élaborerait conceptuellement ce qu’est cette « liberté à risque », ni même à une conclusion qui synthétiserait un exposé analytique jusqu’à la juxtaposition.


P. Ide, in Nouvelle Revue Théologique 140/3 (2018) 495-496

Nell’Introduzione al suo ultimo saggio, G. Angelini enuncia in modo sintetico le tesi di fondo del suo pensiero intorno all’idea di libertà. Assistiamo oggi a una situazione paradossale: l’ideale della libertà è senz’altro quello più celebrato e sbandierato dalla modernità, tanto che Benedetto Croce parlava di “religione della libertà” come cifra riassuntiva della storia dell’Occidente moderno. Tuttavia l’inflazione retorica intorno all’ideale della libertà è direttamente proporzionale alla sua estenuazione effettiva, nel senso che quanto più la si esalta, tanto meno la si esercita davvero. È questo l’effetto, secondo il teologo milanese, del «passaggio dalla libertà singolare alle libertà al plurale» (p. 6).

La proliferazione delle libertà al plurale è quella degli infiniti diritti soggettivi, della sottrazione a ogni tipo di vincolo, della sempre più rivendicata possibilità di esperimentarsi e di ricominciare. Insomma: le libertà al plurale consistono in libertà negative, definite rispetto a obblighi che progressivamente si rifiutano e si abbandonano: libertà come immunità, liberazione da ogni munus. La libertà è a rischio, come afferma il titolo del saggio, proprio perché viene pensata e di fatto esperita in questo senso plurale, nella forma cioè che assume nella coscienza dell’occidente liberale.

Occorre quindi tornare a pensare davvero l’idea di libertà, al di là delle sue declinazioni concettuali piuttosto deludenti. Se è vero quello che Hegel affermava – e cioè che l’idea di libertà è entrata nel mondo ad opera del cristianesimo – bisogna tornare alle radici bibliche. Qui si dispone di un’idea di libertà alternativa a quella dominante, ovvero l’idea di libertà al singolare, che si riferisce «a una sovranità del soggetto agente sul proprio agire tale da consentirgli di disporre, mediante il proprio agire, addirittura di se stesso» (6). Proprio a partire da questa contrapposizione Angelini struttura il proprio saggio, mostrando anzitutto il contributo che il cristianesimo ha offerto al sorgere dell’idea di libertà e, quindi, illustrando la distanza abissale che separa quell’idea rispetto a quella oggi apprezzata, ma che appare sempre più in crisi (cf 21).

All’inizio della sua indagine Angelini analizza innanzitutto la Cornice (cf 33-148) fornita dalla riflessione sia teologica che filosofica intorno alla libertà, o meglio al suo “concetto”: sia le elaborazioni della tradizione cristiana (dai padri a Lutero), sia quella dell’epoca moderna falliscono nel pensare una convincente idea (effettivamente vissuta nell’ethos) di libertà. Il ritorno alle radici bibliche, che Angelini sviluppa in due capitoli (La questione antropologica e l’Antico Testamento: 149-170; Il vangelo della libertà nel Nuovo Testamento: 171-292), non significa però fermarsi a un’esegesi di scuola o appellarsi enfaticamente alla libertà dello Spirito. Significa invece – è la tesi fondamentale della proposta teologico-morale di Angelini – ripensare radicalmente l’identità del soggetto umano e la qualità del suo agire.

Nel capitolo conclusivo (Ritorno al presente: 293-324) vengono forniti alcuni spunti in questo senso. L’uomo e il suo agire appaiono essenzialmente in debito verso un’origine: solo assumendo pienamente il compito di rispondere ad essa l’uomo si può davvero trovare. È nel dramma della sua vicenda che l’uomo scopre ed esercita la libertà, che non è affatto da pensare come una sorta di disposizione naturale (in tal senso va ben distinta dal libero arbitrio), ma come la possibilità, mediante l’agire, di volere davvero e quindi di disporre autenticamente di se stessi.

La tesi appare provocatoria, perché scardina convinzioni diffuse e date per assodate: essa infatti implica quali corollari, solo per fare qualche esempio, la tesi della mediazione pratica della grazia; la possibilità di comprendere il volere solo alla luce dell’obbedienza a un imperativo incondizionato; la necessità del riferimento teologico per cogliere adeguatamente la natura dell’agire umano.

Al di là della pertinenza delle interpretazioni dei vari testi affrontati (in particolare l’esegesi dei testi di Paolo), il merito del volume di Angelini appare quello di scuotere le tranquille sicurezze del soggetto moderno. All’inizio del capitolo conclusivo, egli si chiede: è possibile promettere? Solo se si risponde affermativamente è possibile un’autentica libertà. Infatti, «la libertà consiste non nella possibilità di far quel che si vuole, ma nella possibilità di volere davvero quel che si fa» (24). E, per conseguenza, «volere davvero quello che faccio, volerlo in maniera incondizionata, è possibile per me soltanto se quel che faccio appare ai miei occhi come dovuto; appunto la forma morale dell’agire è la sola che mi consente di volere davvero quel che faccio» (298).


S. Zamboni, in Rassegna di Teologia 59 (1/2018) 153-154

Uno dei tratti che qualificano l’uomo contemporaneo è certamente il desiderio di libertà: lo notava già il concilio Vaticano II negli anni Sessanta del secolo scorso. Tuttavia, oggi comunemente «la libertà è intesa come possibilità di fare quel che si vuole; essa va a detrimento della possibilità di volere davvero quel che si fa. Le libertà al plurale appaiono in tal senso nemiche della libertà al singolare» (p. 6). Lo rileva monsignor Giuseppe Angelini, teologo morale, che dal 1994 al 2006 fu preside della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, nel suo ultimo libro, La libertà a rischio, da poco pubblicato dalla Queriniana nella prestigiosa collana Biblioteca di teologia contemporanea (pp. 352, euro 23,50).

Il punto di partenza è la constatazione che oggi «la libertà viene a coincidere con l’immunità» (p. 6), «elevata a margine e a tutela di ogni arbitrio individuale» (p. 9). Qualunque mio capriccio, in altre parole, deve diventare legge, di fatto e, ancora meglio, anche di diritto. Eppure, a ben guardare, «libero è non chi ha il potere di scegliere tra bene e male; ma soltanto chi ha davvero il potere di trovarsi. Libero è l’agire che consente al soggetto di realizzare la promessa che sta alla sua origine» (p. 40). Si tratta di accondiscendere al senso buono e promettente dischiuso da ogni avvenimento.

L’articolata analisi teologica e biblica fa capire la centralità dell’azione rispetto alla libertà e alla formazione del giudizio morale: «L’azione non è un accidente, ma è la mediazione necessaria che sola consente al soggetto di giungere a se stesso» (p. 149). Quindi «la libertà è istituita soltanto mediante il dramma della vita, dunque mediante la vicenda distesa nel tempo» (p. 304). Non si può quindi immaginare che l’agire sia una mera applicazione di asettiche norme morali.

Emerge poi preponderante un altro dato: «L’idea di libertà è entrata nella tradizione culturale dell’Occidente grazie al cristianesimo» (p. 171). Essa però non deve perdere il suo costitutivo legame con la verità che, «prima d’essere oggetto d’una evidenza speculativa, assume il volto di un appello rivolto alla libertà del singolo» (p. 284). In effetti «soltanto una verità, la cui conoscenza effettiva coinvolga fin dal principio la libertà del soggetto, e più precisamente la sua fede, può essere riconosciuta come una verità che rende liberi» (p. 286).

La lettura di questo volume stimola la riflessione sulla libertà, tanto idolatrata quanto disprezzata da una cultura che pone l’individuo come unica misura di sé stesso.


F. Casazza, in La Voce Alessandrina n. 12 (29 marzo 2018) 14

Nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche Hegel parla con enfasi del merito del cristianesimo nell’aver portato l’idea e l’esperienza di libertà all’uomo. «Quest’idea – scrive Hegel – è venuta nel mondo per opera del cristianesimo». Di che idea di libertà parlava? Proseguendo la lettura del testo di Hegel lo scopriamo subito: «Essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, l’uomo è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in lui: cioè l’uomo è in sé, desinato alla somma libertà». La libertà che Hegel canta è singolare e nasce dal rapporto unico che il cristianesimo ha sottolineato tra la creatura umana e il suo creatore sfidando l’antico arco del fatum.

All’inizio del suo imponente volume, Giuseppe Angelini già conferma che il lessico della libertà è entrato nella lingua dell’Occidente attraverso i testi fondatori del cristianesimo, gli scritti del NT, i quali hanno introdotto il lessico della libertà non solo nel linguaggio religioso, ma anche «nella lingua comune dell’Occidente in genere».

Ora il nodo «rischioso» della questione è che questa libertà ha vissuto un passaggio verso il plurale e «proprio il passaggio alle libertà plurali» costituisce un indizio del «logoramento della densità semantica del termine. La libertà rivendicata è precisata sempre da un genitivo: libertà di movimento, di parola, di pensiero, e addirittura di coscienza».

Nel corso del volume, l’A. porta avanti due interrogativi importanti. Il primo è quello con cui traccia l’effettivo contributo del cristianesimo alla generazione dell’idea di libertà propria dell’Occidente. Lo fa in dialogo con autori come Origene, Agostino, Anselmo, Tommaso, Scoto, Lutero, ecc.

Il secondo interrogativo è quello della divergenza, ovvero la distanza che è venuta man mano a crearsi tra la libertà annunciata dal cristianesimo e le libertà che l’Occidente ha perseguito e che sta mettendo la libertà a rischio, come recita il titolo del volume.


R. Cheaib, in Theologhia.com 26 gennaio 2018

Per volere davvero ciò che facciamo occorre che nelle nostre azioni investiamo noi stessi, impegnando la vita per una causa buona, il cui compimento trascende il nostro potere progettuale e realizzativo. Libero è colui che si consegna responsabilmente all'appello che le evidenze di bene – percepite in situazioni storiche determinate - simbolicamente gli rivolgono. La libertà è invece minacciata ogniqualvolta la volontà venga sedotta da criteri deliberativi parziali, condizionati, ipotetici. In che modo le diverse tradizioni di pensiero difendono argomentativamente le condizioni di un'autentica emancipazione? Come risponde la teologia al rarefarsi di quel costume e di quella cultura plurisecolari che proprio il messaggio cristiano sulla libertà aveva plasmato?

Secondo il teologo morale Giuseppe Angelini - che è stato docente e preside presso la Facoltà Teologica di Milano -, il contributo che la fede cristiana può offrire a una rinnovata comprensione della libertà consiste, nel richiamare il carattere «drammatico» della capacità di volere, la quale non è una facoltà naturale disposta fin dalla nascita, cioè a monte della storia del soggetto. La libertà viene invece istituita mediante una vicenda biografica, distesa nel tempo, mediante la quale il soggetto accede alla coscienza di sé (cfr p. 304). Tale cammino è innescato dagli eventi sorprendenti che accendono la nostra meraviglia, testimoniando una sorta di premura originaria con cui il mondo ci attende e accoglie, anticipando i nostri desideri.

Quale sia il contenuto determinato della promessa accesa da tali esperienze affettive primarie noi lo apprendiamo giorno dopo giorno, a condizione di far memoria e dar credito al dono ricevuto, di onorare le leggi di tale primitiva alleanza, di obbedire ai comandamenti che impediscono di immiserire, svendere e mortificare le nostre speranze. Sono appunto le azioni che decidiamo di porre a servizio del bene quelle che rivelano la verità - nostra, degli altri, di Dio -, plasmano l'identità del credente e inscrivono la norma nel cuore. La grazia, che ci libera dallo statuto servile, non è «quel che Dio fa di me senza di me, ma è quel che egli intende fare di me e che per realizzarsi esige la mia fede, e dunque il concorso del mio agire» (p. 29).

Viene così riproposta la tesi paolina della giustificazione mediante la fede evitando la divaricazione luterana tra la salvezza e quelle forme effettive dell'agire attraverso le quali veniamo, da un lato, istruiti circa il senso del vivere e, dall'altro, decidiamo di noi stessi, rispondendo al vissuto di debito, che struttura in profondità la coscienza morale.

Altro merito del testo è quello di esibire gli intrecci fra interpretazioni teologiche rilevanti (Agostino, Anselmo, Tommaso, Lutero, con una particolare attenzione per Origene e Duns Scoto) e le scuole filosofiche (aristoteliche, platoniche, stoiche), i cui contributi vengono riconfigurati in età moderna secondo un paradigma contraddittorio, che equipara la libertà all'autonomia individuale. La retorica pubblica, conseguentemente, attribuisce alla libertà il titolo massimo di dignità dell'umano, ma nel contempo si fa evanescente il discorso sull'autorizzazione personale a volere in modo incondizionato e a promettersi senza riserve, superando il distacco tra sfera personale e funzioni sociali, l'intellettualismo normativo e la dissoluzione delle istanze morali in una serie infinita di diritti soggettivi.

La vastità e complessità delle tesi che l'A. avanza con rigore e passione potrà sollecitare un acceso dibattito culturale, di cui segnaliamo alcuni nodi: la contestazione dell'antropologia naturalistica e della psicologia razionale convenzionali; la ricostruzione dell'evoluzione infantile (l'obbedienza del fanciullo, descritta a p. 221) e la critica della lezione freudiana; la «sperimentazione pratica» (Blondel), che condurrebbe al tempo pieno della decisione di fede; la critica di recenti studi retorici e strutturali sulla lettera ai Galati.


P. Cattorini, in La Civiltà Cattolica 4019 (2/16 dicembre 2017), 510-512

L’ideale della libertà è senz’altro quello più celebrato e sbandierato dalla modernità, tanto che Benedetto Croce ha potuto parlare di «religione della libertà» come cifra riassuntiva della storia dell’Occidente moderno. La libertà è retoricamente esaltata, proclamata enfaticamente come principio e compimento delle aspirazioni del soggetto moderno, destino inalienabile dell’odierna società democratica ovvero, per l’appunto, liberale.

Secondo Angelini, però, l’inflazione retorica intorno all’ideale della libertà è direttamente proporzionale alla sua estenuazione effettiva. È quello che il teologo milanese – nel suo ultimo brillante saggio pubblicato nella collana Biblioteca di teologia contemporanea della Queriniana – definisce come il «passaggio dalla libertà singolare alle libertà al plurale» (p. 6). La proliferazione delle libertà al plurale è quella degli infiniti diritti soggettivi, della sottrazione a ogni tipo di vincolo, della sempre più rivendicata possibilità di esperimentarsi e di ricominciare. Insomma: le libertà al plurale consistono in libertà negative, definite rispetto a obblighi che progressivamente si rifiutano e si abbandonano: libertà come immunità, liberazione da ogni munus. La libertà è a rischio, come afferma il titolo del saggio, proprio perché viene pensata e di fatto esperita in questo senso plurale, nella forma cioè che assume nella coscienza dell’occidente liberale.

Occorre quindi tornare a pensare l’idea di libertà, al di là delle sue declinazioni concettuali piuttosto deludenti. Se è vero quello che Hegel affermava – e cioè che l’idea di libertà è entrata nel mondo ad opera del cristianesimo – bisogna tornare alle radici bibliche. Qui si dispone di un’idea di libertà alternativa a quella dominante: l’idea di libertà al singolare, che si riferisce «a una sovranità del soggetto agente sul proprio agire tale da consentirgli di disporre, mediante il proprio agire, addirittura di se stesso» (p. 6). Proprio a partire da questa contrapposizione Angelini struttura il proprio saggio, mostrando anzitutto il contributo che il cristianesimo ha offerto al sorgere dell’idea di libertà e, quindi, illustrando la distanza abissale che separa quell’idea rispetto a quella oggi apprezzata, ma che appare sempre più in crisi (cf. 21).

Riscoprire le radici bibliche dell’idea di libertà non significa però fermarsi a un’esegesi di scuola o appellarsi enfaticamente alla libertà dello Spirito. Significa invece – è la tesi fondamentale della proposta teologico-morale di Angelini – ripensare radicalmente l’identità del soggetto umano e la qualità del suo agire. L’uomo e il suo agire appaiono essenzialmente in debito verso un’origine: solo assumendo pienamente il compito di rispondere ad essa l’uomo si può davvero trovare. È nel «dramma» della sua vicenda che l’uomo scopre ed esercita la libertà, che non è affatto da pensare come una sorta di disposizione naturale (in tal senso va ben distinta dal libero arbitrio), ma come la possibilità, mediante l’agire, di volere davvero e quindi di disporre autenticamente di se stessi.

La tesi appare provocatoria, perché scardina convinzioni diffuse e date per assodate: essa infatti implica quali corollari, solo per fare qualche esempio, la reciproca complementarietà di grazia e di libertà, la possibilità di comprendere il volere solo alla luce dell’obbedienza al dovere, la necessità del riferimento teologico per cogliere adeguatamente la natura dell’agire dell’uomo.

Non vi è dubbio che il testo di Angelini donne à penser, come direbbe Ricœur. In particolare dovrebbe far riflettere il soggetto moderno, che riposa tranquillo sulle sue “conquiste di libertà” inquietandolo con una domanda radicale: è possibile promettere? Solo se si risponde affermativamente è possibile un’autentica libertà. Solo se posso disporre di me stesso pienamente, accettando di rispondere per sempre e davanti a tutti di quanto prometto, sono veramente libero. Infatti, ci ricorda Angelini con una pregnante definizione sintetica, «la libertà consiste non nella possibilità di far quel che si vuole, ma nella possibilità di volere davvero quel che si fa» (p. 24).


S. Zamboni, in SettimanaNews.it 4 dicembre 2017

Il libro pone a tema il concetto di libertà, ripercorrendo la sua genealogia dalle origini cristiane – rinvenibile negli scritti del Nuovo Testamento, che per primi introducono un «lessico della libertà» (i Vangeli, ma anche e soprattutto Paolo della Lettera ai Galati) – e vagliando la sua vicenda in un confronto dialettico tra i fondamenti della modernità e le radici bibliche.

Ne emerge un quadro di contrapposizione tra la libertà singolare del cristianesimo e le libertà plurali della modernità, con un difetto di volontà del soggetto rispetto alle proprie azioni che lo distacca da tutto ciò che fa, e che rappresenta l’autentica minaccia contemporanea all’idea di libertà.


N. Pesci, in Il Regno Attualità 20/2017

Nell’Introduzione l’autore, don Giuseppe Angelini, per quarantacinque anni insegnante di teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, espone in forma sintetica il percorso proposto sul tema della libertà.

Dopo la chiarificazione del significato del termine libertà, per cui, in senso positivo, “il singolo dispone di criteri che autorizzano le sue scelte”, inizia l’analisi di testi di padri della Chiesa e di filosofi sul valore della libertà. Si parte da Duns Scoto, in cui la libertà ha un rilievo determinante, come pure nello stoico Epitteto. Anche in Origene la libertà appare come elemento qualificante dell’immagine dell’uomo: grazie ad essa realizza la sua somiglianza con Dio. Per Agostino invece la grazia di Dio agisce nell’uomo senza dipendere dalla sua volontà, ma dalla fede. Successivamente Agostino distingue tra libertà e libero arbitrio, inteso quest’ultimo come capacità di scegliere, da cui si arriva poi alla distinzione tra opere compiute secondo la legge e quelle invece realizzate in obbedienza ai comandamenti di Dio. Anche Tommaso dipende dalla tradizione agostiniana: nella libertà è individuato il tratto qualificante del rapporto di immagine che l’uomo ha con Dio: egli è immagine perché signore dei propri atti.

Con Lutero e la Riforma da lui intrapresa la questione della libertà entra anche nella vita sociale. Egli è sostenitore della libertà del singolo nei rapporti con gli altri, soprattutto con la Chiesa. Nella relazione del singolo con Dio propone la tesi del servo arbitrio (1525), in opposizione alla tesi del libero arbitrio espressa da Erasmo da Rotterdam un anno prima, che si fonda sull’argomentazione scritturistica.

Si apre quindi il capitolo “La libertà dei moderni”: oltre che un diritto civile, la libertà è un dovere morale. Nietzsche denuncia i poteri che insidiano la libertà. Per Kant la fuga dalla libertà è suggerita dalla paura. Veniamo al Sessantotto: “libero è chi è capace di inventare ogni giorno da capo la propria vita”. Siamo nell’ambito di una cultura vissuta, in cui viene meno il presupposto dell’univocità del costume, ma si applica il rapporto pratico con gli altri, attraverso la parola, la lingua. Si generano nuove forme di rapporto sociale, tra cui quelle basate sull’ideologia, con largo spazio alla dimensione pubblicitaria.

Interessante la citazione del confronto pubblico tra Habermas e il card. Ratzinger a Monaco nel gennaio 2004 in cui si auspica una rinnovata alleanza tra fede e ragione. Per entrambi, la via maestra è quella del dialogo.

“L’appariscente crisi della libertà nella stagione contemporanea – dichiara l’autore - ...sollecita alla considerazione delle condizioni pratiche della libertà... essa non nasce dal cielo, dal puro spirito...”. Indica quindi le presenze che esprimono autorevolezza: la figura della madre, la famiglia, i processi educativi per aiutare la formazione della coscienza morale, e tra questi la religione.

Si passa poi alla tradizione anticotestamentaria, in cui, secondo la legge mosaica, il destino dell’uomo dipende dalla risposta che egli dà alla voce alla quale è chiamato. Si parte dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto, che, ponendosi come obbedienza al comandamento, apre l’alleanza tra Dio e il popolo. La liberazione è una libertà, ma non ancora in senso completo. In Siracide si sottolinea la possibilità di una scelta con cui il singolo determina il proprio destino, tra l’inclinazione buona e quella cattiva.

La concezione dell’opera di Dio è buona e l’uomo vi può consentire in maniera libera. La decadenza originaria, descritta in Genesi (2-3), con la figura dell’albero della vita, mostra l’immagine della sapienza che nasce dalla fede e insegna il cammino della vita, alla cui base sta un’esperienza di grazia. Questo è messo in rilievo in pienezza nel Nuovo Testamento, mentre nel pensiero filosofico greco il termine “libertà” aveva un significato civile, opposto a quello della schiavitù. Nelle lettere di Paolo, convertito alla fede, la libertà assume un valore positivo, come obbedienza allo Spirito, o alla legge di Cristo che si riassume nell’amore. L’autore cita con molta precisione e competenza le interpretazioni di Agostino, di padri della Chiesa e di vari esegeti sul pensiero espresso nelle lettere di Paolo, sottolineando che la fede è una forma di conversione, frutto di un atto libero, offerta di se stessi a Dio. Trovano posto anche le obiezioni di Lutero, che giudica la lettera di Giacomo una “lettera di paglia”, perché dà troppo risalto alle opere, che sole offrirebbero documento attendibile alla fede.

Grandissimo rilievo ha il testo del vangelo di Giovanni (8,31-32): la libertà promessa sarà conseguente alla conoscenza della verità e questo avviene per chi diventa discepolo, attraverso la pratica della parola.

Nell’ultimo capitolo, Ritorno al presente, Angelini riflette sui discorsi che oggi si fanno sulla libertà, in cui nota contraddizioni tra quelli fatti nello spazio pubblico e quelli fatti nella vita privata. Nota come oggi manchi la circolarità fisiologica dei rapporti tra famiglia e società, e quindi tra coscienza individuale e cultura sociale.

C’è la celebrazione retorica nello spazio pubblico, ma diminuisce la capacità del singolo di volere. “La fede cristiana deve richiamare il tratto ‘drammatico’ della libertà”, cioè riferirsi al dramma della vita: attraverso l’esperienza pratica gradualmente si acquista la capacità di scelta che rende liberi, attraverso il rapporto con altri, con la testimonianza dei giusti.

È un libro molto impegnativo, che da una parte conferma le profonde conoscenze dell’autore e dall’altra richiede una preparazione adeguata da parte dei lettori, perché colgano in pienezza i contenuti teologici, patristici, filosofici, psicologici e culturali che vengono esposti in forma chiara, con citazioni precise. Segue una ricca bibliografia.


G. Stucchi, in ResegoneOnline.it 18 ottobre 2017

Pochi altri temi diversi da quello della libertà permettono di andare al cuore del discorso filosofico e teologico. Pochi altri temi permettono di comprendere con la medesima profondità i termini essenziali del confronto tra modernità e cristianesimo. Per queste ragioni il complesso e articolato volume di Giuseppe Angelini, La libertà a rischio. Le idee moderne e le radici bibliche si presenta come un'opera assai utile per capire quale sia la condizione in cui si trovano attualmente il confronto e il dialogo tra la sensibilità del nostro tempo e la tradizione culturale che si abbevera alla fonte della rivelazione cristiana che ha nella Scrittura e nella tradizione della Chiesa i propri cardini.

Infatti, nel libro di Angelini, già docente e preside della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, il lettore troverà un'ottima ricostruzione dei tratti caratteristici della riflessione cristiana sulla libertà, illuminata dai contributi di alcuni celebri pensatori, tra cui Origene, Agostino, Anselmo, Tommaso, Lutero, e pure una lucida disamina delle linee portanti del discorso svolto dalla modernità intorno al tema della libertà. Inoltre l'autore, dopo aver dedicato alcune pagine all'antropologia dell'Antico Testamento, si sofferma ad approfondire attentamente Il vangelo della libertà nel Nuovo Testamento. La parte finale del testo, recante il titolo Ritorno al presente, è finalizzata a far luce su ciò che oggi intendiamo col termine libertà, cogliendone limiti e prospettive, soprattutto in relazione al messaggio cristiano.

Angelini è bravo a mostrare quale sia stato «il concorso che il cristianesimo di fatto ha dato alla generazione dell'idea di libertà propria dell'Occidente, e quindi anche dell'ideale corrispondente». A questo riguardo, egli ricorda l'affermazione di Hegel, contenuta nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche, secondo cui l'idea di libertà «è venuta nel mondo per opera del cristianesimo». Inoltre, all'autore sta molto a cuore definire con precisione la «distanza dell'idea di libertà raccomandata dalla fede cristiana rispetto a quella apprezzata e di fatto perseguita in Occidente, a quella che oggi pare conoscere il suo collasso». Proprio dinanzi a questo collasso, la filosofia e la teologia cristiane possono indicare una via d'uscita.

Scrive Angelini: «Il vangelo stesso di Gesù ha la forma sintetica di un annuncio di redenzione, di riscatto dalla condizione atavica (adamitica) di schiavitù. L'iniziativa preveniente di Dio non realizza il suo obiettivo se non attraverso la mediazione della risposta umana. La libertà accordata – o meglio promessa – dalla sua iniziativa preveniente, per divenire tale esige la fede, dunque le forme dell'agire corrispondenti».


M. Schoepflin, in Avvenire 26 settembre 2017