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Meditazione sulle realtà ultime
Rosino Gibellini

Meditazione sulle realtà ultime

Prezzo di copertina: Euro 5,00 Prezzo scontato: Euro 4,25
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Collana: Meditazioni 240
ISBN: 978-88-399-2840-5
Formato: 11 x 20 cm
Pagine: 72
© 2018

In breve

Uno dei maggiori esperti internazionali di letteratura teologica scrive sui temi della morte e della vita eterna.

Descrizione

Qual è il cammino percorso ultimamente dalla dottrina cristiana sulle realtà ultime? Come parla a noi contemporanei? In che termini può gettare luce sulla nostra speranza per il domani ultraterreno?
In sette agili capitoletti viene qui raccontata l’evoluzione decisiva di sensibilità, di linguaggio, di consapevolezza, di tematiche che l’escatologia ha conosciuto dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri.
Frequentando da par suo la bibliografia più qualificata, Gibellini affronta il discorso della morte e dell’aldilà (del giudizio di Dio, del cielo e dell’inferno) in prospettiva di fede. Dominando la materia con maestria, introduce il lettore a quei piccoli dettagli in cui si celano gli snodi cruciali del pensiero, in cui si intravvedono i germi della svolta, in cui trova nuova intelligenza il mistero. Riportando con ampiezza le voci degli autori più rappresentativi, accompagna la meditazione all’approdo teologico più persuasivo.
La dottrina dei novissimi splende così, in queste pagine, come «arte di vivere per Dio e con Dio» (J. Moltmann), all’insegna della speranza, dell’amore, della misericordia.

Recensioni

In una società così secolarizzata la Quaresima è una parola ignorata e forse ignota, se non nello stereotipo «faccia da quaresima». Nella storia della cultura occidentale è stato, però, un tempo ricco di simbolismi e di pratiche spirituali: si pensi solo al digiuno, un segno carico di significati anche caritativi, tipico pure di altre fedi (ad esempio, il Kippur ebraico e il Ramadan musulmano), da non equivocare con la dieta che ne è solo una scimmiottatura "laica".

Ma il cuore di questo arco temporale di quaranta giorni che è iniziato mercoledì scorso col rito delle Ceneri - vero e proprio schiaffo alla superficialità vana e vacua contemporanea - è la tensione verso la Pasqua. Abbiamo, così, voluto infilare una collana di testi - tra i tanti apparsi in questo periodo - che si proiettano idealmente verso una meta "pasquale". È la meta suprema della storia, configurata nella risurrezione di Cristo, che è l'irruzione dell'eterno nel tempo, del divino nel creaturale, dell'infinito nel relativo. […]

Lo sguardo su quell'''oltre'' può essere ben più acuto e capace di perforare la trama globale della storia alla ricerca di un filo dinamico segreto in tensione verso un Oltre trascendente. È ciò che ha fatto una teologa tedesca dell'Eberhard-Karls-Universität di Tubinga, Johanna Rahner, classe 1962, che porta il cognome di uno dei maggiori teologi del secolo scorso, Karl Rahner. La sua opera s'intitola esplicitamente Introduzione all'escatologia cristiana: eppure non esita a varcare le frontiere minate dei territori misteriosi fatti balenare da questa disciplina teologica.

Intendiamo alludere a quelle domande che spesso si archiviano perché generano vertigini o rigetti: che cos'è la risurrezione del corpo e dell'anima? Che valore ha la scenografia del giudizio finale? Che senso ha per l'uomo contemporaneo smaliziato far balenare immagini paradisiache o infernali? L'idea di una stasi purgatoriale oltre la morte è una mitologia arcaica o può essere ricondotta a una prospettiva concettuale coerente? La reincarnazione è compatibile con un'escatologia cristiana? E più brutalmente: esiste una legittima ermeneutica dell'immaginario cristiano sull'oltrevita così da riconoscerne o negarne l'esistenza? Queste e tante altre questioni affiorano in pagine terse e vivaci che non esitano a citare, accanto ai teologi e filosofi paludati, anche la Arendt e Benjamin, Brecht e Camus, Darwin e Foucault, Klee e Keplero-Copernico-Newton-Galilei e così via. Rimane, comunque, una certezza: quegli orizzonti estremi, sempre rimossi, ritornano a galla e ci assillano, credenti e no, perché «dove si perde la capacità di sperare nel futuro, anche quello oltre la morte, alla fine si perde ciò che è propriamente umano».

Anche in questo caso, a lato dell'architettura ideale sontuosa della Rahner, poniamo un mini-testo, scritto da un teologo raffinato come Rosino Gibellini che in poche pagine riesce a raccogliere il succo di un'insonne ricerca di molti, rubricandolo sotto il titolo modesto ma accattivante di Meditazione sulle realtà ultime. In realtà si tratta di una sintesi della ricerca sul tema dell'escatologia nella riflessione teologica del secolo scorso, che è simile a un delta molto ramificato di questioni e che ha coinvolto i maggiori pensatori. Essi si sono confrontati sulla dialettica tra morte e vita in Dio, sull'immortalità dell'anima e la risurrezione dei morti (categorie apparentemente alternative), sulla preghiera per i defunti, una prassi tradizionale nella cristianità e così via. Certo è che affacciarsi sull'eterno e sull'infinito con la nostra attrezzatura gnoseologica ancorata a linguaggi e strutture spazio-temporali è un'impresa ardua. […]

Concludiamo questa nostra carrellata libraria stando sulla porta della Quaresima, tempo "pasquale" germinale, con una testimonianza del fisico Giuliano Toraldo di Francia rilasciata anni fa durante un congresso su Teilhard de Chardin: «Sono un agnostico, ma leggendo le opere di questo gesuita scienziato capisco il suo tentativo di trovare un senso all'avventura del mondo e alla nostra vita. Se Dio è il nome di questo senso, anch'io posso pregare: In te, Domine, speravi».


G. Ravasi, in Il Sole 24 Ore 10 marzo 2019, 28

Un viaggio all'osso dell'escatologia cristiana avendo come riferimenti categorie chiave per il cristiano del Novecento non ancora secolarizzato come morte, giudizio finale, inferno, purgatorio e paradiso. È l'indagine che affronta in un sapido e breve saggio Meditazione sulle realtà ultime il teologo piamartino, classe 1926, Rosino Gibellini. Un libro che permette a questo illustre studioso - che fu per mezzo secolo direttore editoriale della Queriniana e padre nobile della edizione italiana della rivista «Concilium» - di scandagliare il senso delle realtà ultime alla luce del pensiero dei grandi teologi, da von Balthasar a Moltmann, da Ratzinger al domenicano olandese Schillebeeckx.

Non è un caso che proprio Gibellini di fronte al diminuito senso della dimensione del peccato e della trascendenza nello stile di vita dei cristiani di oggi ci interroghi attraverso queste dense pagine su quanto ancora la tradizione cristiana dei “Novissimi” (morte, giudizio, inferno e paradiso) siano ancora al centro di una profonda discussione da parte della teologia contemporanea (sia protestante sia cattolica).

Il volume scruta soprattutto le articolate risposte date dai grandi teologi del Novecento cattolico e non solo attorno a questo scottante tema: tanti sono gli accenni al pensiero di Karl Rahner («il tramonto stesso della morte come l'inizio di ciò che viene»), Yves Marie Congar («fisica dell'aldilà») o ancora a quella idea di "dovere sperare per tutti" e quindi di non dannazione per tutti elaborata da von Balthasar e dalla mistica Adrienne von Speyr.

In questo breve testo c'è molto di più: si parla di risurrezione e di morte, immortalità dell'anima (tanti i riferimenti alla teologia di Oscar Cullmann) è presente il concetto di "Dies irae" ma anche quello più consolante del "Màrana tha" (Vieni Signore Gesù) o quella suggestiva «visione cristologica del ritorno di Cristo» tanto cara al teologo di Nimega Edward Schillebeeckx . «I Novissimi, dunque – sintetizza l'autore – alla fine di questo percorso» diventano non più una questione «angosciante» ma un «tema di speranza».

Un piccolo volume pensato quasi come una rilettura in chiave attuale, moderna e in un certo senso riformata dell'incidenza del concetto dei "Novissimi” nella mentalità attuale della nostra società post-cristiana. In queste pagine affiora soprattutto la tensione di Gibellini a far riscoprire al lettore categorie spesso svilite e percepite come superate, come vita eterna e aldilà (bellissima a questo proposito è la citazione presa da Teresina di Lisieux: «lo non muoio, entro nella vita»); o ancora viene sottolineato quel filo rosso di intercessione tra cielo e terra incarnato nella tradizione cattolica dalla comunione dei santi (bellissima la descrizione a questo proposito tratta dagli scritti di Joseph Ratzinger). Al centro di tutta la narrazione di questo saggio è sottesa questa domanda: come attende il teologo la morte?

Questa pubblicazione non delude nelle sue risposte, attinge anche alla letteratura (basti pensare a Péguy e a quel «Io spero in te, per me») ma non dimentica di rievocare quanto già nella recita dell'ufficio dei defunti si preghi per la salvezza di chi è ancora vivo. Nella morte, sembra suggerire l'autore citando Jürgen Moltmann, «noi siamo attesi da Dio».


F. Rizzi, in Avvenire 8 gennaio 2019

Forse non del tutto a torto, da varie parti si sostiene che negli ultimi tempi la predicazione cristiana ha perso di vista l’importanza delle grandi verità che riguardano quelli che con termine colto vengono chiamati i novissimi, ovvero morte, giudizio, inferno e paradiso. La questione meriterebbe approfondimenti che in questa sede non è possibile neppure accennare.

A ogni buon conto, accogliamo con favore due interessanti libri, editi recentemente dalla Queriniana, che trattano questi temi che occupano un posto centrale nella dottrina della Chiesa cattolica.

Il primo è opera della teologa tedesca Johanna Rahner e si intitola Introduzione all’escatologia cristiana (pp. 293, euro 35,00); in esso, l’autrice affronta, con un linguaggio accessibile, gli argomenti più rilevanti che riguardano il destino finale degli uomini: la salvezza, la dannazione, la resurrezione e la giustizia divina.

Il secondo volume è stato scritto dal noto studioso Rosino Gibellini ed è eloquentemente intitolato Meditazione sulle realtà ultime (pp. 69, euro 5,00). Si tratta di un agile volumetto suddiviso in sette brevi capitoli che fa luce su quanto, nell’ultimo secolo, i teologi hanno scritto in tema di escatologia e propone alcune indicazioni utili per cogliere e accogliere la verità cristiana sull’aldilà.


M. Schoepflin, in Toscana Oggi 16 dicembre 2018

Morte, giudizio finale, inferno, paradiso: parole che, a parte la prima che designa l’inaggirabile, sono non solo rimosse dalla riflessione pubblica, ma anche, in particolare le ultime tre, letteralmente scomparse dal vocabolario quotidiano. Segno della profondità della secolarizzazione? Eppure, queste quattro parole, chiamate nella tradizione cristiana i Novissimi o le Realtà ultime, sono state al centro nell’ultimo secolo di una profonda discussione da parte della teologia protestante e cattolica.

Una storia di questo dibattito è ora offerta da Rosino Gibellini in un libro breve, perspicuo e intenso pubblicato dalla Queriniana, Meditazione sulle realtà ultime (pp. 72, euro 5). Gibellini, per oltre mezzo secolo direttore editoriale della Queriniana, ha letteralmente modellato, grazie alla sua competenza e curiosità intellettuale, il catalogo della editrice: basti ricordare le collane «Giornale di teologia»e «Biblioteca di teologia contemporanea». Una competenza che l’ha portato a scrivere una storia della teologia del Novecento, tradotta in più lingue, diventata canonica.

L’ultimo libro si apre con due affermazioni tra loro opposte: da un lato le parole di Teresa di Lisieux che, nel 1897, al termine della giovane vita scriveva: «Io non muoio, entro nella vita», dall’altro le parole del teologo liberale protestante Ernst Troeltsch, il quale nel 1901 affermava: «L’ufficio escatologico è quasi sempre chiuso». Le pagine seguenti sono la ricostruzione della riapertura della questione escatologica, al fine di interpretare il senso delle parole di Teresa di Lisieux, che riecheggeranno anche negli ultimi istanti di Dietrich Bonhoeffer, prima di essere impiccato dai nazisti.

Una ripresa dello sguardo sul senso ultimo della vita che inizia nella teologia protestante con Karl Barth, cui faranno seguito le riflessioni di Rudolf Bultmann e Oscar Culmann: nella questione escatologica in gioco sono l’incarnazione storica di Gesù e la promessa biblica della risurrezione dei morti. Una dottrina contrapposta a quella tradizionale, di origine platonica, della immortalità dell’anima. Una riapertura dell’ufficio escatologico che nel mondo cattolico è fatta da Karl Rahner, Jean Danielou e Hans Urs von Balthasar, per arrivare alla contrapposizione tra Gisbert Greshake, per il quale si deve parlare di risurrezione nella morte, e Joseph Ratzinger, secondo il quale è necessario restare fedeli alla dottrina dell’immortalità dell’anima, intesa come immortalità del dialogo con Dio.

Gibellini mostra come la riflessione sui novissimi, in particolar modo con von Balthasar, sia nel Novecento un superamento del problema dell’inferno, a favore di una considerazione del Dio misericordioso che salva tutti. L’apocalisse, il giudizio finale, sarà un nuovo inizio: «Dio, e non il male, ha l’ultima parola». Una prospettiva dove, al di là delle differenze confessionali, la teologia concorda, al punto che il teologo protestante Jürgen Moltmann può dire: nella morte «noi siamo attesi da Dio». Come se, con il Novecento, la tensione tra il Dio misericordioso e il Dio terribile del giudizio finale si fosse stemperata a favore della prima immagine. In tal senso, i Novissimi sono ritornati d’attualità ma riformati: da quattro sono diventati due, il giudizio finale e l’inferno sono scomparsi dall’orizzonte. Forse perché la storia stessa s’è mostrata un inferno e Dio ci salva solo se la promessa di riscatto è per tutti, al di là delle colpe dei singoli? Ma che ne è della responsabilità individuale, se siamo da sempre salvati?

Come ogni libro profondo, il libro di Gibellini apre interrogativi, tra i quali: possiamo fare a meno del Dies irae, di fronte allo scandalo del male che si perpetua? Nondimeno, come ricorda Gibellini, il Dio biblico è il «Dio che sarà tutto in tutti». Una antinomia inaggirabile.


I. Bertoletti, in Corriere della Sera – Brescia 9 dicembre 2018, 11

I temi della morte e della vita eterna, con particolare riferimento allo sviluppo della riflessione teologica che la dottrina dei Novissimi ha conosciuto dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri, sono affrontati da Rosino Gibellini nel piccolo libro Meditazione sulle realtà ultime (Queriniana, Brescia 2018). Pubblichiamo il capitolo conclusivo sul «principio escatologico».

«[…] L'escatologia ha sempre a che fare con la fine, ma essa non ha come tema la fine, bensì la ricreazione di tutte le cose. Il principio dell'escatologia cristiana è così formulato: "Alla fine, un nuovo inizio". L'escatologia ha una dimensione apocalittica, in quanto l'apocalittica mette a tema la fine del mondo. L'apocalittica preserva la dottrina cristiana della speranza da un ottimismo superficiale, ma l'escatologia dice riferimento a una speranza, secondo la quale "nella fine" si ha "un nuovo inizio", nel senso di nova creatio, e non di una immersione e di un perdersi nel ciclo della natura.

Un'apocalittica senza escatologia non rientra in una prospettiva biblica, ma sarebbe una teoria della catastrofe, mentre l'escatologia pur considerando la fine (è la dimensione apocalittica dell'escatologia) implica sempre la categoria del novum e alimenta una speranza "creativa".

In una intervista di qualche tempo fa Moltmann ricordava le sue discussioni con il filosofo ebreo Ernst Bloch, autore de Il principio speranza (1959), che prospettava L'Experimentum mundi nella sua processualità come un esperimento di speranza: Bloch domandava con insistenza all'amico teologo che cosa ci attende veramente dopo la morte. E su questo voleva una risposta non evasiva. La risposta de teologo è stata: "Noi siamo attesi"».


R. Gibellini, in L’Osservatore Romano 6 dicembre 2018

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