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La Chiesa e il suo dono
Roberto Repole

La Chiesa e il suo dono

La missione fra teo-logia ed ecclesiologia

Prezzo di copertina: Euro 30,00 Prezzo scontato: Euro 28,50
Collana: Biblioteca di teologia contemporanea 197
ISBN: 978-88-399-0497-3
Formato: 15,7 x 23 cm
Pagine: 432
© 2019

Descrizione

Il tema della missione della Chiesa – missione vista come connaturale al suo esserci – desta oggi un forte interesse sul piano sia teologico, sia magisteriale, sia pastorale. Non è detto tuttavia che al parlare di missione corrisponda sempre una ripensamento della stessa, che permetta di uscire realmente da vecchi schemi e assuma fino in fondo la necessità di rileggere la missione ecclesiale dentro un contesto, come quello occidentale, profondamente e visibilmente mutato.
Il presente studio di Roberto Repole intende assumere questa sfida offrendo la proposta di un nuovo paradigma, quello del dono. Appare così come la Chiesa viva di un dono, quello divino, e come ciò che essa realmente trasmette non sia altro che il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto solo in quanto donato da altri: nell’unica forma possibile, quella del dono appunto, che è autentico solo a determinate condizioni.
Si tratta di un paradigma adatto ad evitare una delle accuse che esplicitamente ed implicitamente viene fatta oggi ad ogni proposta di missione, di rappresentare cioè sempre e comunque una forma di violenza – senza cadere, per questo, in una riduzione della missione a dialogo in assenza di verità. Si tratta altresì di un paradigma capace di farsi carico di alcune delle sfide attuali più incalzanti: la fine della cristianità, la secolarizzazione, il pluralismo religioso e gli effetti di una globalizzazione in cui la logica economicista rischia di permeare tutto.

Recensioni

«La Chiesa nasce dal dono divino, vive di esso, e lo ridona all'umanità anzitutto con il suo stesso essere». Questo il nucleo della visione della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice che ci propone il teologo Roberto Repole (docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale, sezione di Torino) in questo nuovo e impegnativo libro, La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia («Biblioteca di teologia contemporanea» 197, Queriniana, Brescia 2019, pp. 421), che partendo dal tema della missione della Chiesa, finisce per coinvolgere l'intero campo della teologia. In esso troviamo, infatti, una proposta coerente e riuscita di ripensare o reinterpretare, attraverso il concetto di dono, il tutto del cristianesimo nel contesto occidentale attuale, caratterizzato dalla secolarizzazione, dal pluralismo culturale e religioso e dalla globalizzazione; fenomeni ben analizzati nella prima parte del lavoro.

Il dono divino, da cui la Chiesa nasce, di cui vive e che ridona, è infatti anzitutto Gesù Cristo, dono del Padre celeste, e poi il suo Santo Spirito, dono che il Padre offre attraverso l'umanità del Figlio incarnato e risorto. La riflessione sulla Chiesa e la sua missione si allarga quindi al tema di Gesù Cristo, offrendoci una preziosa sintesi di cristologia; al tema dello Spirito, delineandoci i tratti fondamentali della teologia dello Spirito o pneumatologia; e al tema della vita intima di Dio, caratterizzata da quelle relazioni di totale dono reciproco tra le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che costituiscono il mistero della Santa Trinità di Dio.

L'intuizione da cui nasce l'opera è che il concetto di dono, riscoperto nella sua ricchezza antropologica dalla filosofia e dalla sociologia contemporanee, possa costituire un fecondo «nuovo paradigma per ripensare la missione della Chiesa dopo la fine della cristianità. E possa anche chiarire perché la Chiesa non solo abbia un compito missionario ma sia missionaria per sua stessa natura, come la riflessione pastorale e teologica confluita nel Vaticano II ha messo in luce. I Paesi occidentali, un tempo cristiani, sono ampiamente scristianizzati; «terra di missione» è ormai diventata l'intera Europa e non solo i cosiddetti «Paesi di missione» extraeuropei. Una terra di missione particolare, perché ha già conosciuto e vissuto il cristianesimo e ora è diventata critica nei suoi confronti, gelosa della propria autonomia e libertà, timorosa che la religione sia inscindibile dall'imposizione violenta della verità, e addirittura scettica sulla possibità stessa che si dia una verità non relativa ai tempi e alle culture, ma con valore universale, come la fede cristiana ritiene essere la verità di Cristo.

La visione dell'annuncio cristiano come dono offerto alla libertà degli uomini, sembra in effetti particolarmente adatta, come sostiene l'autore, a evitare sia che la verità cristiana sia intesa come violenta, sia che per timore di apparire violenti si riduca la missione a un dialogo senza proposta di verità. Ma la categoria di dono, analizzata nella sua complessità, permette di illuminare di luce nuova diversi aspetti della missione. Il dono, infatti, non va confuso con il semplice regalo di qualcosa a qualcuno, ma come un aprirsi all'altro in totale gratuità, andando oltre i rapporti economici di scambio mercantile. Una gratuità che non è senza scopo, perché mira a istituire quelle relazioni di reciproca accoglienza e ospitalità che fanno la ricchezza della convivenza umana; tale solo se intessuta di legami nati dal libero dono reciproco tra le persone.

Applicata in modo analogico al rapporto di Dio con gli uomini, la categoria di dono, che potremmo considerare una felice traduzione di quella tradizionale di «grazia», permette di vedere nel dono divino che fu nascere la chiesa, il desiderio di Dio di entrare in relazione di reciproco dono d'amore con l'uomo sollecitando la sua libera risposta d'amore. Di intendere la chiesa che vive del dono di Dio come il luogo in cui si è ospitati da Dio in Cristo, facendo «corpo» con lui e vivendo la reciprocità fraterna di considerare che il dono che la chiesa è chiamata a ridonare nella missione è anzitutto il suo stesso essere «comunità ospitale», che facendo spazio a Dio fa anche spazio a ogni escluso e sa farsi voce profetica in loro favore.

Il libro non manca di preziosi suggerimenti pastorali, come l'invito a evitare una visione funzionalistica della Chiesa. Il "debito" (come lo chiama San Paolo) dell'annuncio del Vangelo al mondo non può essere infatti disgiunto dal debito di una prassi verso l'umanità emarginata ed esclusa, come pure dal debito di una presenza pubblica, con la coscienza di avere qualcosa di importante da donare al mondo in crisi di gratuità fraterna e bisognoso di spiritualità e di speranza.


G. Ferretti, in La Voce e il Tempo 23 febbraio 2020, 15

La Chiesa possiede da sempre un paradigma: quello del dono. Esso sottende l’attività missionaria della Chiesa stessa, assumerlo significa svincolarsi dalle accuse che storicamente sono state mosse a quest’ultima, di rappresentare una forma di violenza. Vivere il «suo» dono, invece, può e deve voler dire per la Chiesa essere in grado di farsi carico di alcune priorità quali la fine della cristianità, il pluralismo delle fedi, le sfide della secolarizzazione, la globalizzazione dei mercati che rende tutto e tutti merce. Con una ricostruzione teologica a iniziare dai documenti elaborati dalla Chiesa, in dialogo con la filosofia e con i suoi esponenti più critici, l’a. offre la possibilità di intendere un logos non meramente consolatorio.
D. Segna, in Il Regno Attualità 4/2020, 94

La sfida di don Roberto Repole, docente di Teologia sistematica alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, è di ripensare concetti abusati e svuotati di senso. Nello specifico: «evangelizzazione» e «Chiesa in uscita».

Va rifondato il senso della missionarietà, per uscire da vecchi paradigmi e collocarli in un contesto storico mutato. Il paradigma proposto è quello del "dono divino": «La Chiesa vive di un dono, quello divino, e ciò che trasmette realmente è solo il dono di cui vive, il quale può essere mantenuto in quanto donato ad altri».


In Jesus 1/2020, 94

Che il nostro mondo occidentale non sia più “normalmente cristiano” (se mailo è stato!) è sotto gli occhi di tutti.È ormai comune a quanti svolgono un qualche compito pastorale la sensazione netta che la trasmissione del Vangelo alle nuove generazioni non sia affatto scontata. Per questo non ha destato particolare stupore nei più avveduti il fatto che, in questi ultimi decenni, dal magistero papale sia giunto un pressante invito a una nuova evangelizzazione e più di recente, con papa Francesco, a una Chiesa in uscita missionaria.

Tanto più che chi ha respirato il rinnovamento teologico avvenuto prima del Vaticano II, sedimentatosi nei testi conciliari e sviluppatosi nei decenni successivi, sa benissimo che non si può più ritenere la missione un’appendice della vita ecclesiale. Essa non è qualcosa che riguarderebbe solo i “Paesi di missione” e coinvolgerebbe attivamente soltanto quei cristiani che lasciano il loro Paese per andare a vivere in territori lontani. Il ripensamento ecclesiologico di cui il Vaticano II è testimone ha mostrato che la Chiesa è per natura missionaria (cf. Ad gentes 2). E che non esiste nessun luogo nel quale essa potrebbe continuare a essere se stessa sospendendo la missione, né può esistere un cristiano che non ne sia responsabile.

Per cogliere come ciò sia poi ancorato ai testi della Scrittura basterebbe leggere con attenzione il libro degli Atti degli apostoli: la Chiesa arriva a scoprirsi per quello che è solo nel momento in cui si avverte inviata a tutti gli uomini. Se la Chiesa è per natura missionaria, non ogni contesto nel quale essa vive è però identico. L’ha rilevato il Concilio e l’ha ribadito Giovanni Paolo II. La Chiesa è ovunque missionaria, ma i contesti diversi rendono diversa anche la missione: non è lo stesso un “luogo” nel quale non si è ancora udito l’annuncio evangelico e uno nel quale esiste già la Chiesa. Forse, è lecito spingersi un poco oltre e riconoscere che non solo la missione non è identica in ogni “luogo”, ma che la peculiarità di un dato clima culturale obbliga a ripensare la missione dall’interno di quel preciso contesto.

Se ciò è vero non ci si può esimere dallo sforzo di ripensare la missione ecclesiale, come qualcosa che contrassegna l’essere stesso della Chiesa, dall’interno del nostro attuale contesto occidentale: anche per evitare che l’invito a una Chiesa “in uscita” divenga l’ennesimo slogan privo di profondità. E, peggio ancora, che i pochi cristiani rimasti si sentano frustrati o addirittura colpevolizzati da un tale invito, quasi che si trattasse di “fare” ancora di più di quanto si sta già faticosamente operando.

La proposta fatta nel mio libro La Chiesa e il suo dono (Queriniana) nasce proprio dal tentativo di ripensare la missione ecclesiale dall’interno di un contesto culturale come il nostro, nel quale si vive ormai un certo sospetto verso ogni prospettiva veritativa, in cui quella della fede è un’opzione che sta accanto a

quella contraria della non credenza, nel quale si vive uno strutturale pluralismo religioso oltre a una globalizzazione che, insieme a tanti aspetti positivi, porta con sé gli effetti deleteri di un mito economicista e tecnocratico che induce a una lettura strumentale e funzionale degli stessi uomini... In tale orizzonte, la missione rischia di essere compromessa in due modi: o perché finisce di venire interpretata, sempre e comunque, come un atto impositivo o perché viene ridotta a un dialogo in assenza, però, di verità.

Esiste, tuttavia, un sentiero percorribile per riproporne la valenza teologica in modo da evitare questi due scogli. Si tratta della strada offerta dal paradigma del dono, su cui c’è stato un forte interesse della stessa riflessione filosofica e antropologica contemporanea. Ciò che nel libro si sviluppa è precisamente questo: una rilettura della missione della Chiesa nella prospettiva del dono, nel tentativo di mostrare come sia particolarmente adatta a una Chiesa immersa nell’odierno quadro culturale. La Chiesa vive incessantemente del dono divino del Figlio e dello Spirito-Dono; e ciò comporta un essere ospiti di Dio, entrando in una reciprocità con lui, che si esplica in una reciprocità fraterna dei cristiani tra loro.

Ciò, tuttavia, non è tutto: la Chiesa è fedele al dono che la fa esistere solo rendendo disponibile per altri questo stesso dono di un’ospitalità in Dio, in una forma che dovrà avere i tratti della gratuità, della libertà e di un disinteresse che hanno come unico scopo entrare in una “relazione buona” con coloro che si incontrano nel cammino, rendendosi ospitali con essi, accoglienti e, al contempo, realmente accolti. La Chiesa fa ciò nell’annuncio evangelico offerto secondo una precisa dinamica, in una prassi caritativa di dono che è anche profezia per tutte quelle forme di ingiustizia che escludono invece che integrare le persone, oltre che in una presenza pubblica, capace di farla abitare in modo profetico i moderni Stati democratici.

Sono molti gli stimoli che da un percorso di questo genere paiono venire. Da un lato, tanti discorsi apparentemente “missionari” sembrano alludere in realtà di più alla propaganda; dall’altro, tutta l’indagine sul dono è di grande aiuto a vedere come un autentico stile di donazione sia tutt’altro che scontato.


R. Repole, in Vita Pastorale n. 12/2019, 54-55

Hanno suscitato ampia eco le proposte del Documento finale che la recente assemblea del sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica ha consegnato al Santo Padre, soprattutto la richiesta di aprire alle donne il lettorato e l’accolitato, la possibilità di ordinare presbiteri i diaconi permanenti sposati, l’istituzione della figura di donna dirigente di comunità. È importante collocare queste – che al momento sono proposte, non decisioni – in una più ampia riflessione sul ministero della Chiesa. In queste settimane sono usciti in contemporanea due libri dell’editrice Queriniana che aiutano in questo senso.

Non abbiate paura! (pp 155, euro 16): è curioso il fatto che l’opera del gesuita Bernard Sesboüé sia uscita originariamente in francese nel lontano 1996. Eppure, come spiega all’inizio l’arcivescovo Erio Castellucci (presidente della commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi), tanti anni non sembrano passati poiché «ciò che accadeva nella Chiesa d’Oltralpe qualche decennio fa, infatti, è ciò che ora succede nel nostro paese, specialmente nel Nord». La forte riduzione numerica del clero impone una più intensa partecipazione dei laici ma bisogna fare attenzione a non confinare il parroco nel ruolo di un distante gestore, privo di contatto diretto con la gente. Occorre trovare un equilibrio tra la tentazione di clericalismo da parte dei presbiteri, che si traduce in un ripiegamento difensivo per mantenere il (poco) potere rimasto, e quella di conquista e rivendicazione da parte dei laici.

La Chiesa e il suo dono (pp 421, euro 30) è frutto delle ricerche del sacerdote torinese Roberto Repole, che dal 2011 al 2019 è stato presidente dell’Associazione teologica italiana e che attualmente è direttore del ciclo istituzionale della sezione torinese della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. La parola dono è la chiave del volume: con questa categoria andrebbe descritta (e in un certo senso riscritta) la vita e la missione della comunità cristiana. Così si evitano i due estremi di uno stile tendenzialmente violento nel trasmettere la fede e di un dialogo privo di riferimento alla verità. La Chiesa si fa dono in quanto nasce dal dono d’amore della Trinità, che si fa presente concretamente nella storia con l’opera dei cristiani. Anche se un mondo di cristianità è al tramonto e che si tratta di un modello ormai non riproponibile, non deve mancare l’anelito missionario dal cuore dei credenti.

I due testi concorrono a superare una certa narrativa sulla Chiesa fortemente stereotipata andando al cuore del discorso: la Chiesa madre, maestra, famiglia delle famiglie.


F. Casazza, in La Voce n. 40 (14 novembre 2019) 14